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mercoledì 9 aprile 2008

In Italia se mantieni due figli ti scalano mille euro dalle tasse. Se finanzi un partito, tremila.

In Italia oggi sposarsi non conviene. Dal punto di vista economico lo Stato (purtroppo) discrimina il matrimonio rispetto ad altre scelte di vita, anche se la Costituzione è molto chiara a tal proposito, dedicando ben tre commi alla sua difesa e sostegno. Il nostro sistema fiscale è un tipico esempio dell’indifferenza dello Stato nei confronti del contributo fornito dalla famiglia al bene comune. La penalizzazione fiscale che essa subisce rispetto ai grandi paesi come la Germania e la Francia è una grave anomalia. In Italia una famiglia composta da 4 persone con coniuge e due figli a carico e il cui reddito è di 25 mila euro paga 1.750 euro di tasse, in Germania 628 e in Francia solo 52. Le differenze sono abissali e accentuate dal confronto con la tassazione di cui è oggetto il single perché, a parità di reddito, chi non ha famiglia paga poco più di chi ha un carico familiare.
Non è certamente equo considerare che la famiglia possa vivere “come se” avesse un reddito disponibile uguale a quello della persona che vive da sola. Senza contare che le spese sostenute per il mantenimento dei figli sono spese che vanno a beneficio della società, perché il primo e principale contributo al bene comune risiede nella procreazione, nel mantenimento e nell’educazione delle nuove generazioni, senza le quali la società si estinguerebbe. Come si sa, l’Italia è afflitta dal deficit demografico molto più che dal deficit dei conti pubblici. Siamo il paese con il tasso di fertilità più basso d’Europa con 1,3 figli per donna, ma anche il tasso di occupazione femminile più basso (il 45,7 per cento). Il fatto che le donne che stanno a casa facciano più figli è sfatato dalla realtà; ad esempio, nei paesi nordici come la Svezia, la partecipazione al lavoro femminile è del 70, 80 per cento e il tasso di fertilità del 2,3 per cento. Da noi una coppia su 5 non ha figli e il 53 per cento delle famiglie ne ha uno solo, anche se molti desidererebbero il secondo. La Francia – regina d’Europa con le sue 800 mila nascite e i 2 figli in media per donna – è considerata la nazione che eroga più risorse per la famiglia e per i figli dedicando il 12 per cento della spesa locale contro meno del 4 per cento dell’Italia. Massima attenzione è data per sostenere il lavoro femminile, come pure per politiche in cui è tenuta in particolare considerazione il ciclo di vita delle persone: la crescita dei figli, specie nei primi anni di vita, la cura degli anziani e dei membri deboli della famiglia. È necessario perciò anche nel nostro paese un notevole investimento in servizi alla prima infanzia e il potenziamento e il sostegno di strumenti che rendano più agevoli e non penalizzanti uscite e rientri nel mondo del lavoro, la modulazione degli orari, l’accompagnamento di carriere, la formazione. Si potrebbe così invertire la tendenza che porta la donna a procrastinare l’età della maternità vedendosi spesso costretta, perché troppo tardi, a dover rinunciare a esaudire questo suo sacrosanto desiderio. Occorre agire su più fronti: dai servizi all’infanzia alle politiche di conciliazione. L’obiettivo alla fine è garantire alle donne una vera libertà cioè di non dover scegliere tra figli e lavoro, ma di poter realizzare entrambi i desideri o, a pari dignità, l’esclusiva cura della famiglia.
L’altra leva fondamentale per sbloccare l’economia e questa “anoressia riproduttiva” di cui l’Italia è malata è senz’altro quella fiscale. Fin dall’inizio della sua attività, il Sidef (Sindacato delle famiglie) ha ritenuto che il problema fiscale fosse di primaria importanza nella formazione e nel mantenimento della famiglia. Sin dall’inizio abbiamo insistito sul fatto che fosse quanto mai necessaria una riforma che commisurasse i redditi e le conseguenti tassazioni ai diversi carichi familiari, il cui peso è determinante per valutare la reale capacità contributiva residua di una famiglia. Per questo abbiamo aderito con entusiasmo nel sostenere la petizione promossa dal Forum delle famiglie che chiede di poter dedurre dal reddito imponibile il minimo vitale annuo necessario per il mantenimento di ogni figlio e familiare a carico, calcolato intorno ai 7.500 euro all’anno.



Il pupo di lusso
Attualmente, invece, riferendosi ad un lavoratore con un reddito di 25 mila euro, se ne spende 15 mila per mantenere due figli, beneficia di un risparmio di imposta di appena 1.000 euro. Se la stessa cifra viene però versata per sostenere un partito il risparmio sale a 3 mila euro. Questo perché i partiti sono considerati un bene sociale importante per un paese, mentre i figli sono considerati un fatto privato: li metti al mondo solo se te li puoi permettere, alla stregua di un bene voluttuario di lusso. Nella petizione si chiede che la deduzione sia possibile a tutte le famiglie e senza tetto di reddito, perché sia riconosciuto un valore e un bene per tutti la procreazione e l’educazione delle nuove generazioni del nostro paese il cui lavoro servirà, tra l’altro, a mantenere la pensione dei single di oggi. In Italia si può detrarre di tutto senza tetto di reddito: la rottamazione delle auto, dei motorini, la ristrutturazione delle case, la palestra e addirittura le mance date ai croupier dei casinò; non così per i familiari o per i figli, non riconosciuti come un bene per la nazione e un patrimonio comune.
In questa battaglia le famiglie sono chiamate ad essere protagoniste. Non ci si può solo lamentare, ma occorre attivarsi, insieme, richiamandosi a questa responsabilità. La petizione è un modo per riportare l’attenzione su un problema che non ha avuto la minima considerazione da parte dell’ultimo governo, nonostante tutte le richieste e le promesse fatte. La nostra proposta non ha solo l’immediato significato di modulare la politica fiscale sulla misura della famiglia anziché su quella dell’individuo singolo, né si presenta solo come un espediente tecnico per sollevare i nuclei familiari dal peso fiscale diventato insopportabile: contiene invece, concettualmente ed operativamente, una rivoluzione culturale che investe la concezione del rapporto tra cittadino e Stato, soprattutto in ordine ad una ridefinizione dei tre capisaldi del sistema e dell’apparato fiscale: la nozione di contribuente, di capacità contributiva, di reddito imponibile.
Anzitutto se contribuente indica chi offre il suo tributo monetario alla comunità in un’ottica di redistribuzione delle risorse a tutti sotto forma di servizi, il porre una quota di deduzione aiuta a mostrare che non esistono nella società solo degli individui singoli, ma che esistono dei soggetti sociali (come la comunità familiare che è il più originario corpo intermedio tra individuo e società) da tutelare allo stesso modo dell’individuo. Perciò la capacità contributiva non può essere determinata come somma dei redditi dei vari membri della famiglia, ma deve essere computata tenendo conto del contributo che la famiglia già offre alla società occupandosi dei soggetti che la compongono, sgravando riguardo a essi lo Stato da oneri assistenziali ed educativi (pensiamo al contributo offerto dall’impegno educativo dei genitori o agli oneri che la famiglia assume in proprio per il mantenimento e la cura dei figli).

Contribuire al bene della società
Da qui la nuova definizione di reddito imponibile, identificato con la deduzione all’origine dal reddito effettivo della quota di mantenimento dei soggetti non economicamente produttivi, dal momento che la contribuzione non coincide con l’applicazione meccanica di un’aliquota progressiva sul reddito tout court, ma deve considerare qual è il reddito veramente tassabile per contribuire alla società. In questo modo, nell’ambito di una futura complessiva riforma del sistema fiscale sarà possibile introdurre strumenti quali il “quoziente familiare” che abbiano alla base, come soggetto imponibile, non più l’individuo, ma il nucleo familiare.
Il valore pedagogico delle leggi è enorme, gli effetti di audaci politiche familiari, come una vera riforma fiscale per la famiglia che tutti attendono, saranno apprezzati nel lungo termine, ma non si può sperare che l’Italia cresca senza ridare centralità alla famiglia come soggetto sociale.

*presidente del Sindacato delle famiglie

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