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giovedì 24 novembre 2011

La patata è bollente

Ascoltate il menestrello e riflettettiamo un pò sul nostro futuro

E' da tempo che ci interroghiamo sulla situazione in Italia, Europa, sul nostro futuro. Questo blog da tempo aveva previsto la situazione attuale. Ricordate il post intitolato:

E’ GUERRA FINANZIARIA!

e

NUOVE OPPORTUNITA' PER I GIOVANI: PERCHE' NON CHIEDI ALL'AMICO DI PAPA'?

e

Prima mi rialzo e poi collasso


Mi dispiace doverlo confermare, ma avevamo visto lungo, noi insieme ad altri notevoli blog economici e indipendenti, primo tra tutti vorrei ringraziare il network di Mercato Libero, che mi ha insegnato veramente tanto.
Ritorniamo a noi. Non voglio fare teoria ma un punto della situazione, visto che di tempo non ne abbiamo.

  • I mercati finanziari, che sono il termometro dell'economia, crollano. Ci dicono che c'è troppo debito e poca fiducia;
  • In Grecia, Italia e Spagna i poteri forti hanno fatto cambiare il Capo del Governo. In Spagna il successore almeno è stato eletto in maniera democratica. In Italia ci mettono addirittura un banchiere. Per quanto Monti possa fare un bel lavoro, io non mi sono mai fidato delle banche, sarà perchè la principale colpa di questa situazione ce l'hanno loro?
  • Se il debitore fa la fortuna dell'usuraio...in Italia l'usuraio è entrato a casa del debitore. Forse sarà per questo. Forse sarà anche perchè io non ho mai eletto questo Parlamento (ormai si vota il capo bastone senza preferire nessuno). Monti è stato nominato da Napolitano e Draghi. Ma Napolitano e Draghi voi li avete votati? Io no.
  • L'Unione Europea...oh mio Dio. Che gran casino hanno fatto con quest'Unione Europea. Proprio l'Europa, con un patrimonio culturale da far invidia a tutto il mondo. Noi europei abbiamo insegnato il Diritto,la democrazia, la cultura nel mondo, il sistema bancario... e siamo stati in grado di creare quest'assurdità di tali dimensioni. Abbiamo messo da parte la democrazia, la capacità di rivolta, la morale e il buon senso. Quando penso a quest'Europa...mi incomincio ad agitare...perchè il problema è molto più complesso. Incomincio a pensare cosa starà pianificando quest'Europa... alla Merkel e il vice Sarkozy che complottano...Eurobond, Spread,i Piigs, la BCE che non ha l'inchiostro e la carta per far funzionare le stampanti...che rabbia!!!


Quindi facendo un punto della situazione, cercando di trovare una possibile soluzione e salvaguardare i nostri risparmi o il nostro futuro:
1) noi siamo i clienti di una quantità enorme di esportazioni germaniche;
2) se noi andiamo a puttane loro ci seguono a catena;
3) perche' hanno voluto l'Euro se poi non vogliono gli Stati Uniti d'Europa?
4) se i tedeschi non rompevano e fossimo intervenuti subito con la Grecia con 50 miseri miliardi ora non ne avremmo perso x volte tanto in capitalizzazione di borsa e di bond e di tassazione;
5) finchè le economie non si saranno allineate alla più forte, il sogno della UE rimarrà solo miraggio. La sterzata la potrà dare solo la politica, quella buona, così da rivoluzionare l'intero sistema speculativo che grava sempre di più sulle popolazioni, vittime innocenti, i quali non mostrano alcun segno di rivolta verso i potenti sistemi organizzati;
6
) stanno facendo lo stesso errore che fece l'America nel 29 non dando liquidità al mercato;
7) hanno paura dell'inflazione... Staranno meglio con la deflazione??? mhà! Gli Usa hanno stampato e non mi pare abbiano tutta quest'inflazione, anzi hanno una moneta + competitiva e che esporta di più, dando linfa importante alle imprese;
8) se tanto non lo fanno loro, il mercato gli imporrà di farlo, vedi Grecia e Italia solo che ci costerà tantissimo;
9) resteranno isolati dal resto dell'Unione creando povertà e conquistando le nostre quote di mercato;

10) su una cosa Silvio il marpione aveva ragione: e' una culona inchiavabile!

venerdì 21 ottobre 2011

Gheddafi muore, l'Italia perde, la Nato vince...e i libici?




Avendo fatto una tesi di laurea su “I rapporti italo-libici dall'indipendenza della Libia ad oggi” sono stato premiato ricevendo un incontro con Muhammar Gheddafi nelle sale private del rettorato della Sapienza Università di Roma l'11 giugno del 2009. Una copia della tesi venne regalata a Gheddafi, un'altra, in mio possesso, venne autografata con dedica in arabo, la cui traduzione è: “Con amicizia ed affetto, Muhammar Gheddafi”. Dopo questo scambio di doni Gheddafi tenne un discorso trattando parte della tematica della mia tesi: I danni legati al colonialismo, il diritto dei popoli che lo hanno subito a venire indennizzati ed i problemi legati al terrorismo.

Devo ammettere con tutta franchezza che se Gheddafi avesse letto la mia tesi e considerato il capitolo sui rischi politici della Libia, oggi non avrebbe fatto questa fine. Ponevo l'attenzione sull'ondata democratica che avrebbe attraversato la popolazione e la tenuta del regime, collegando tali pericoli ai rischi economici per le imprese italiane con interessi in Libia. Una transizione democratica graduale era l'arma vincente del regime ma Gheddafi, convinto di se, dichiarò nella stessa occasione a tutta la platea: << Secondo voi siete in democrazia? Secondo voi tutti i popoli hanno bisogno di democrazia? L'Africa non ha bisogno di questo ma di pane e acqua. La colpa dei nostri problemi è il modello coloniale che permette milioni di persone di morire di fame. E' questa la democrazia?>>.

Sono passati meno di due anni da quel giorno e le ondate rivoluzionare hanno colpito il nord Africa, senza risparmiare neppure lo Stato con il reddito pro-capite più alto d'Africa, ovvero la Libia.

Nel dare una considerazione personale a quello che è accaduto in Libia bisogna fare quanto meno un breve quadro:

Con la rivoluzione di Gheddafi in Libia fu nazionalizzato il petrolio, cacciate le basi militari inglesi e americane e la Libia divenne italiana. Al contrario di quanto si poteva immaginare dalle dichiarazioni pubbliche di Gheddafi e dalla cacciata degli italiani, l'Italia con lui riconquistò la quarta sponda. La maggior parte delle commesse di petrolio andarono all'Eni e aziende italiane fecero affari d'oro: Impregilo, Finmeccanica, Saipem, Maire Tecnimont, Ansaldo, Enel e altre imprese minori. Per questo l'Italia salvò più volte la vita a Gheddafi quando gli Stati Uniti lo bombardarono e organizzarono diversi attentati segreti. Lo salvò addirittura Craxi chiamandolo personalmente. La Libia era nostra dagli anni 70 a ieri. Le potenze della Nato, in primis Francia e USA, hanno approfittato della debolezza del Governo italiano fornendo armi ai ribelli, manipolando l'informazione, per soffiarci uno dei più grandi giacimenti al mondo di petrolio e gas. L'Italia ha commesso un grave errore di politica estera e ha confermato la sua fama storica di traditrice.

Da italiano mi vergogno della nostra politica estera, della nostra debolezza ed esclusione dai circuiti dei poteri mondiali. Umanamente sono contento per i libici e auguro loro un futuro prospero. Ho diversi amici libici che hanno combattuto questa guerra, li sentivo tutti i giorni e avevo l'anteprima della situzione. A loro non importava che fossero ricchi, che ricevevano proventi del petrolio solo perchè cittadini libici, che senza Gheddafi sorgessero problemi con le tribù, importava solo essere liberi. Quando hanno bloccato Facebook non li ho sentiti per mesi, su Skype non si collegavano, temevo che fossero morti e pregavo il mio Dio per loro. Gli ultimi messaggi ricevuti erano di paura, cambiavano continuamente case e città per il timore di essere rintracciati. Per fortuna qualche giorno fa li ho risentiti tutti. Sono vivi, felicissimi e ce l'hanno fatta.

Che io abbia conosciuto Gheddafi, che apprezzi delle sue politiche e teorie come il non piegarsi allo strapotere mondiale poco importa. Che l'Italia abbia perso una zona di grande influenza e che venga derisa all'estero mi importa ancor meno.

In questo momento con il cuore sono a Tripoli, a Misurata e in altre città della Libia, a gridare insieme ai miei amici:

Viva la Libia, viva la libertà, viva Allah!

martedì 23 marzo 2010

Vento di rivoluzione in Grecia…

Il Corriere della Sera pubblica in home page una bella foto che ritrae alcuni manifestanti travestiti da maialini. Che carini! Che bella manifestazione, di quelle colorate, pacifiche e coi tamburelli che piacciono tanto ai governi...

La situazione è molto diversa dalle carnevalate per le strade. La Grecia è sull'orlo della rivoluzione, tutti i servizi (dagli aeroporti alle scuole ai supermercati) sono chiusi fino a nuovo ordine, e l'intera cittadinanza è in piazza contro le manovre governative per "il debito". Si vocifera persino che i poliziotti passino dalla parte dei manifestanti, cosa logica in una situazione del genere.

Lo sciopero generale in Grecia con i durissimi scontri avvenuti tra manifestanti e polizia potrebbe essere il preludio ad un’ondata di venti rivoluzionari che potrebbero soffiare in tutta l’Europa Meridionale. Non è la trama di un filmetto catastrofista ma un possibile, neanche troppo remoto, epilogo dettato dall’incapacità di Governi come quello Greco, Spagnolo e Italiano di fronteggiare la crisi e tutelare le classi più deboli.

La situazione economica in Grecia è estremamente dura come del resto lo è anche in Spagna dove il numero dei disoccupati ha superato i 5 milioni. Anche l’Italia è in condizioni preoccupanti con più di 2 milioni di disoccupati ed un debito pubblico impressionante, oserei dire spaventoso.
Purtroppo quando, in una fase di enormi difficoltà economiche, la politica e le istituzioni non riescono a mettersi in sintonia con le necessità del popolo ed anzi addirittura i rappresenti del popolo si preoccupano unicamente di mantenere i propri privilegi se non di aumentarli, come avvenuto in Grecia ed in Italia, si presenta la possibilità che persone oneste, giovani studenti e bravi padri di famiglia, esasperati dopo quasi due anni di gravi ristrettezze, possano trasformarsi in pericolose mine vaganti, capaci di compiere qualsiasi reato. In una tale situazione basta un leader carismatico e la situazione può precipitare in una vera e propria rivoluzione.

La cosa è già avvenuta in passato in molteplici aree del Globo, con conseguenze spesso catastrofiche, e può avvenire in qualsiasi momento. Quando un individuo non ha più nulla da perdere e si trova nell’impossibilità di provvedere al sostentamento della propria famiglia, può reagire in maniera del tutto imprevedibile e può compiere gesti del tutto impensabili in una situazione normale.

È qui che la politica deve sapersi fermare ad ascoltare le necessità del popolo. Prima che sia troppo tardi e si spezzi del tutto la coesione sociale.
I manifestanti greci hanno preso d’assalto alcuni esercizi commerciali ma soprattutto hanno tentato di scagliarsi contro le banche. Ciò è avvenuto poiché lo Stato non ha punito in modo esemplare i banchieri ed i manager di alto livello, che hanno derubato con pratiche scorrette i cittadini greci.

Lo Stato deve essere presente, deve incarcerare i malfattori siano essi ricchissimi banchieri o criminali da quattro soldi. E soprattutto lo Stato deve provvedere con un adeguato welfare-state, soprattutto nei momenti economicamente sfavorevoli come l’attuale.

Se i cittadini si sentono abbandonati, come purtroppo inizia ad avvenire nell’Europa Meridionale, possono iniziare a credere di doversi fare giustizia da soli. Questo è l’inizio della guerra civile.

sabato 29 novembre 2008

Interessi occidentali in Congo: dagli americani agli alleati


Che il caso non esiste non è cosa nuova. Certo un caso non è la continua guerra in Congo. Certo non è una tipica e sola guerriglia africana. Analizzando meglio la questione ho scoperto subito qualcosa di interessante e ovvio. Vi è lo zampino dell'America e degli alleati, non è chiaro se pure del nostro Paese, ma sicuramente l'ENI sta facendo affari di rilievo anche in CONGO.
Vediamo di arrivarci, con un bel po di pazienza e attenzione.
Il 23 gennaio 2008, a Democracy Now, Amy Goodman con Maurice Carney e Nita Evele, hanno trattato l'argomento del (Democracy Now! Corporations Reaping Millions as Congo Suffers.)
Qui alcune delle considerazioni che si sono fatte:

1. Dal 2001 al 2003, le Nazioni Unite riferivano dello sfruttamento illegale delle risorse naturali del Congo.
Furono menzionate numerose società americane, comprese la Freeport-McMoRan e la Cabot Corporation.
L'ex direttore della Cabot Corporation è Samuel Bodman, attuale Segretario all'Energia nell'amministrazione Bush.
Il governo congolese ed il popolo congolese non beneficiano della ricchezza che viene estratta da gente come Freeport-McMoRan.
2. Dei primi ministri canadesi hanno collegamenti con l'industria mineraria in Congo. Joe Clark, Brian Mulroney e Jean Chretien hanno profittato del Congo.
3. In Congo, l'80% della popolazione vive con 30 centesimi o meno al giorno.
4. Secondo dei rapporti, il leader congolese Joseph Kabila nell'ottobe del 2007 è stato convocato a Washington dopo avere firmato un affare dal $5 miliardi con la Cina.
Secondo le voci, Joseph Kabila è stato messo al potere dagli USA e dai loro alleati.
Con Joseph Kabila al potere, le multinazionali hanno prosperato. La terra ed i fiumi sono stati venduti alle multinazionali. La gente locale ha subito.
5. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno stabilito regole finanziarie che limitano il governo congolese e che favoriscono le multinazionali.
6. Il Congo nel 1996 è stato invaso dal Ruanda e dall'Uganda, quando installarono al potere Laurent-Désiré Kabila. Fecero questo con l'appoggio degli Stati Uniti.
Quindi, nel 2001, quando Laurent-Desire Kabila non serviva più agli interessi dei ruandesi, degli ugandesi e degli USA, fu assassinato.
I ruandesi e gli ugandesi invasero il Congo nel 1998. 5,4 milioni di congolesi morirono.
Il 9 febbraio 2008, Keith Harmon Snow presentò un articolo (Dissident Voice: Gertler’s Bling Bang Torah Gang) che compone i seguenti punti:
Maurice Templesman è uno dei principali finanziatori di Barack Obama.
Famiglie come Tempelsman, Oppenheimer, Gertler e Steinmetz sono associate in compagnie minerarie in Congo.
Nel 2007 in Congo vi era la lotta tra Jean-Pierre Bemba e Joseph Kabila. Ciascuno voleva essere l'unico a poter fare soldi dagli accordi con le compagnie minerarie.
La maggior parte dei congolesi comuni guadagna meno di un dollaro al giorno e qualsiasi tentativo di sciopero è probabile che venga schiacciato con la violenza.
Secondo un articolo di CorpWatch, 25 eprile 2001, CorpWatch: Africa: U.S. Covert Action Exposed:
Promemoria e cablogrammi declassificati tra ex presidenti e funzionari del Dipartimento di Stato USA degli ultimi quattro decenni menzionano Tempelsman con input diretto alla destabilizzazione di Congo, Sierra Leone, Angola, Zimbabwe, Namibia, Ruanda e Ghana.
I documenti rivelano che si è guadagnato i galloni con le potenze occidentali nel rovesciamento del primo presidente eletto del Ghana, Kwame Nkrumah, e nell'assassinio appoggiato dalla CIA del primo presidente eletto del Congo, Patrice Lumumba.
Fino al 1997, Tempelsman era nominato per l'insabbiamento in corso del sostegno segreto di USA-CIA all'ex presidente dello Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo [DRC]), Mobuto Sese Seko, che morì in esilio nel 1997 dopo il rovesciamento del suo regime dal recentemente assassinato Presidente congolese Laurent Kabila.
Tempelsman viene menzionato come l'agente a capo della svendita dell'eccedenza grezza della riserva strategica di diamanti negli Stati Uniti che è stata utilizzata per finanziare le imprese del defunto dittatore.

Chi si prenderà le ricchezze minerali del Congo, che comprendono di tutto, dal petrolio all'oro?


1. "Il brutale conflitto nel Congo orientale è il risultato di... una zuffa per le ricchezze minerali della regione...
"Cobalto, rame, diamanti, oro, argento, stagno e coltan, l'ingrediente essenziale per i telefoni cellulari, fanno del Congo uno dei paesi dell'Africa più ricchi di minerali".
2. "La compagnia petrolifera francese Total ha dichiarato (28 ottobre 2008) che stava considerando di sfruttare le sabbie bituminose nel... Congo, dove si trova il principale produttore di petrolio e gas...
"In maggio la compagnia petrolifera italiana ENI ha firmato un accordo con il Congo per sfruttare le sabbie bituminose a Tchikatanga and Tchikatanga-Makola nel sud, stimato di contenere riserve tra i 5oo milioni e 2,5 miliardi di barili". (French oil giant mulls exploiting Congo tar sands)
3. "Martedì (28 ottobre 2008) i ribelli congolesi hanno continuato la loro marcia verso la capitale regionale di Goma, scacciando soldati dell'esercito impauriti e decine di migliaia di civili sfollati sulle strade fangose davanti a loro". (Congo rebels push toward key city)
4. "Le radici dell'instabilità del Congo si fanno risalire al genocidio ruandese del 1994, nel quale furono massacrati centinaia di migliaia della minoranza Tutsi. I ribelli Tutsi del Ruanda quindi rovesciarono il governo ruandese dominato dagli Hutu nella conseguente guerra civile, costringendo milioni di Hutu a fuggire in Congo...
"Il Ruanda ha invaso il Congo due volte nel tentativo di sbaragliare gli estremisti Hutu ruandesi, dapprima nella guerra del 1996-97 e di nuovo nella guerra del 1998-2002. Molti hanno comunque accusato il Ruanda di venire sviato all'inseguimento di diamanti. oro ed altri minerali.
"Dal 1994, la guerra civile ed i conflitti tribali in Congo hanno fatto morire circa 4 milioni di persone a causa di combattimenti, carestia e malattie". (Congo's violence tied to 1994 Rwandan genocide)
5. "Secondo documenti francesi declassificati, l'ex presidente francese François Mitterrand appoggiava gli esecutori del genocidio del 1994 in Ruanda nonostante chiari avvertimenti che venivano orchestrate uccisioni di massa della popolazione Tutsi.
"La pubblicazione dei documenti su Le Monde di oggi conferma per la prima volta i sospetti a lungo tenuti contro la Francia. I precedentemente segreti telegrammi diplomatici e promemoria governativi suggeriscono anche che il defunto presidente francese era ossessionato dal pericolo di una influenza "anglo-sassone" che afferrasse il Ruanda". (The Independent)
6. Attorno a Lubumbashi vi è molto rame, coltan e zinco.

Viene trattato da una società a capitale misto tra la compagnia mineraria statale, il George Forrest Group (una conglomerata belga-congolese) e l'American OM Group.
"Nel 2002, una commissione dell'ONU suggerì che 29 società - compreso il George Forrest Group - affrontassero delle sanzioni per le loro operazioni nella DR del Congo.
"Il rapporto della commissione accusava il George Forrest Group di gestire le proprie operazioni minerarie in una maniera che portava fuori dal paese quanti profitti possibile, mentre portava un beneficio minimo alla DR del Congo". (BBC Cache)
Leopoldo II (1835 – 1909) era re del Belgio e primo cugino della regina Vittoria.
Si diceva che Leopoldo II fosse cliente della casa di flagellazione e bordello "Villetta Rossa" di Mary Jeffries a Hampstead, Londra.[1]
(Secondo le voci, la monarchia belga era collegata allo scandalo Dutroux e ad altri scandali - BBC News EUROPE Belgian king wins paedophile rebuttal / Chateau des Amerois - Mother of Darkness Castle )
Leopoldo II è stato il fondatore e unico proprietario delllo Stato Libero del Congo, ora noto come la Repubblica Democratica del Congo.
Un ufficiale bianco descrisse un assalto per punire un villaggio congolese che aveva protestato contro le azioni dei belgi. L'ufficiale bianco al comando "ci ordinò di tagliare la testa agli uomini e di appenderle alle palizzate del villaggio, anche i loro organi sessuali e di appendere le donne ed i bambini alla palizzata nella forma di una croce". (Mass crimes against humanity in the Congo Free State)
Come nota la BBC, i congolesi hanno imparato dai belgi.
"I soldati del Congo non hanno mai abbandonato il ruolo loro assegnato da Leopoldo - come la forza per reprimere, torturare e razziare la popolazione civile inerme". - (BBC NEWS Africa King Leopold's legacy of DR Congo violence)
Secondo Wikipedia, "L'estrazione di gomma ed avorio in Congo dipende dal lavoro forzato ed è risultata nel massacro e nella mutilazione di milioni di congolesi (all'epoca approssimativamente la metà della popolazione).
"Gestiva il Congo come suo feudo personale; per lui era una impresa affaristica...
"Come descrive Adam Hochschild in King Leopold's Ghost, la Francia, la Germania ed il Portogallo furono svelti ad adottare i metodi congolesi in quelle parti delle loro colonie dove si trovava la gomma naturale, imponendo ai nativi una simile perdita di vite". (Leopold II of Belgium - Wikipedia, la libera enciclopedia )

venerdì 6 giugno 2008

Ahmad Al Baghdadi: “Il Papa non aveva affatto torto quando ha sostenuto che il pensiero islamico è privo di razionalità”

Dal CORRIERE della SERA del 5 maggio 2008, un articolo di Magdi Allam:
«Il Papa non aveva affatto torto quando ha sostenuto che il pensiero islamico è privo di razionalità». Per averlo scritto e aver dichiarato che «l'islam si è diffuso e si è imposto solo con la spada», nonché «la spada del terrorismo religioso pende sul capo di tutti coloro che affermano delle tesi divergenti», l'intellettuale e accademico kuwaitiano Ahmad Al Baghdadi è stato condannato a fine maggio da un tribunale del Bahrain a una multa di 370 dollari. Una condanna troppo mite, hanno denunciato i Fratelli Musulmani, e certamente lo è rispetto a quella del marzo 2005 quando la Corte d'Appello del Kuwait lo condannò a un anno di carcere con la condizionale e al pagamento di 6800 dollari. Lui, docente di Scienze politiche all'Università del Kuwait ed editorialista di diverse testate arabe del Golfo, aveva deciso di chiedere asilo politico in Occidente qualora la condanna fosse stata esecutiva ed ora ha reagito annunciando che continuerà imperterrito la sua battaglia a favore del pensiero laico e liberale e di denuncia dell'estremismo e del terrorismo islamico.
La riabilitazione dello storico discorso pronunciato da Benedetto XVI all'Università di Ratisbona il 12 settembre 2006 fu espressa da Al Baghdadi in un commento pubblicato sul quotidiano Al Ayyam del Bahrain il 24 ottobre dello stesso anno. «Il Corano contiene decine di versetti sull'uccisione e la guerra legittimanti il contesto islamico denominato la Jihad, così come sono incalcolabili i fatti e i detti attribuiti a Maometto sull'uccisione e il combattimento dei non musulmani, a cui si impone di convertirsi all'islam o di pagare la
Jizya, la tassa imposta ai non musulmani in modo umiliante, oppure di essere uccisi».
Al Baghdadi è convinto, secondo quanto dichiarato nel corso della trasmissione «Ida'at» diffusa dalla televisione Al Arabiya il 20 luglio 2005, che «non ci sono moderati in seno al movimento religioso islamico. Se li costringi a uscire allo scoperto, emergerà il fondamento del loro pensiero che è l'apologia della violenza». In quell'occasione sostenne che il pensiero islamico non recepisce i concetti dello Stato, della democrazia e della civiltà «perché noi non abbiamo la stessa storia e tradizione dell'Occidente. Cinquecento anni prima di Cristo loro avevano Aristotele e la Repubblica di Platone. Da noi neppure Averroè ha detto nulla di nuovo sulla libertà e la democrazia».
All'origine della sua prima condanna nel 2005 vi fu una sonora denuncia delle scuole e delle università islamiche che, a suo avviso, «sono diventate un covo di terroristi islamici». «Non voglio onestamente che mio figlio impari a memoria il Corano, non voglio che diventi un imam o che si metta a pregare nelle tende dove si fa apologia della morte.
Non voglio che studi le materie religiose a scapito della musica. Non voglio che segua le orme degli ideologi o dei terroristi islamici», aveva esordito, «voglio un figlio che aspiri alla pace e che ami il prossimo indipendentemente dal suo colore, razza o religione. Voglio un figlio che contribuisca a costruire, non a distruggere, la società. Voglio un figlio di cui essere orgoglioso per la sua conoscenza e per la sua razionalità, non per il suo oscurantismo ideologico». Al Baghdadi è un musulmano moderato che denuncia la violenza insita nell'islam del Corano e di Maometto e trasformata dagli estremisti islamici in una religione globalizzata che è riuscita a mettere radici anche in Occidente. Lui immagina che fuggendo in Occidente dovrebbe trovarvi riparo e sicurezza dai tagliagola e dai taglialingua che uccidono o zittiscono nel nome di Allah. Purtroppo non è più così, anche se l'Occidente stesso non ne è del tutto consapevole

martedì 27 maggio 2008

Scontri alla Sapienza. Il clima è sempre mite


Oggi ci sono state tensioni in via Cesare De Lollis davanti all’università tra studenti dei collettivi studenteschi e alcuni esponenti di destra. A terra quattro militanti: due di estrema sinistra e due di Forza Nuova. Sei persone "al vaglio" della Digos.
Trent’anni son passati da quell’anno di fuoco che fù il ‘77 italiano: trent’anni dalla cacciata di Lama da La Sapienza, trent’anni dagli scontri con i fascisti all’università, trent’anni dalla burocrazia piccista, trent’anni dalla dicotonomia di “sacrificio!” La notizie è sconcertante perchè mette alla luce, oltre a della violenza, una situazione insostenibile del clima che vige nel più grande polo universitario italiano. Proprio al fulcro della formazione, dove si dovrebbe tutelare ogni specie di informazione e di ricerca, vigono fenomeni di intolleranza religiosa, sociale e politica.

La rissa tra i ragazzi di estrema destra e sinistra non è un caso isolato ma un allarme. Ve lo dico perchè studio alla Sapienza e conosco realmente ciò che succede nel mio ateneo e soprattutto nella mia facoltà.

Nella nostra università vengono violati principi fondamentali della nostra costituzione:
- art.1 "L'Italia è una Repubblica democratica";
-art.2 " La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo... doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale" ;
- art.3 " E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini....all'organizzazione politica" ;
- art. 17 " I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente"
...

Non ci deve importare chi ha iniziato a picchiare, chi aveva i bastoni e chi le catene. Ci deve importare le radici del problema. Che sono queste:
- studenti di estrema destra hanno organizzato un convegno sulle Foibe ;
- studenti di sinistra non volevano che la destra organizzasse questo convegno perchè le Foibe non si devono toccare e perchè siamo antifascisti;
- occupazione e revoca della concessione dell'autorizzazione al convegno;
- scontri.

L'università è o no il centro della cultura,della formazione e della ricerca?
NO! A La Sapienza no! C'è un'imposizione del silenzio da parte di studenti di sinistra.Sono un Liberale che ama la propria Patria, l’Italia. Per garantire che la nostra Repubblica sia democratica occore garantire la manifestazione di ogni individuo. Secondo me, bisogna garantire la libertà di parola a destra, sinistra, cattolici, comunisti, fascisti, ebrei e al Papa. Occorre che si parli di foibe, Libia, Risorgimento, brigantaggio, fascismo, resistenza, mafia, relativismo, laicità
, lobby...

Con l'applicazione della libertà di espressione possiamo contribuire a migliorare il nostro paese, la sua storia, a placare gli odi e le violenze. Il Rettore, i presidi e professori non contribuiscono a marginare questo blocco culturale. Gli studenti sono oppressi e ammutoliti da una cerchia di estremisti. E' inamissibile che il silenzio e il mancato garantismo continua a manifestarsi. Dagli "anni di piombo" non è cambiato nulla alla Sapienza, a parte la riduzione dei morti. Tanto, tra un pò di giorni i giornali non ne parlano più!

lunedì 7 aprile 2008

Attenzione allo stress da blog, può uccidere!

Ansia, insonnia e obesità, combinati ad assenza di esercizio fisico, sonno e dieta irregolare e malsana

(da abc.net.au)
NEW YORK - La morte arriva col blog: lo stress di tenere aggiornato 24 ore su 24 un diario online combinato con l'assenza di esercizio fisico e di sonno e con una dieta irregolare e malsana, sono un cocktail potenzialmente letale che ha cominciato a mietere vittime nel mondo del web. Due settimane fa a Fort Lauderdale (Florida) è stato celebrato il funerale di Russell Shaw, un prolifico blogger di temi tecnologici morto improvvisamente di infarto a 60 anni. In dicembre un altro blogger suo amico, Marc Orhant, era finito sottoterra per un esteso blocco alle coronarie. Un terzo, Om Malik, ha avuto un infarto negli stessi giorni ma ce l'ha fatta: ha appena 41 anni.

Sono casi isolati o la punta di un iceberg? Se lo è chiesto domenica il New York Times raccogliendo le lamentele di altri «diaristi» della rete che hanno perso peso o sono diventati obesi, che non riescono più a dormire regolarmente o crollano esausti sulla tastiera: tutti disturbi, se non proprio malattie, attribuite allo stress di dover produrre notizie in un ciclo di informazione non stop in cui la concorrenza è spesso feroce. Alcuni di quelli che erano nati come diari online sono in effetti diventati negli ultimi anni veri e propri produttori di informazione che fanno concorrenza ai media tradizionali sul fronte della pubblicità. La pressione è enorme soprattutto per i free lance, navigatori della rete pagati spesso neanche dieci dollari a pezzo, ma anche chi sui blog ha costruito una fortuna ha motivo di preoccuparsi.

«Non sono ancora morto, ma presto finirò in ospedale con l'esaurimento nervoso», ha detto Michael Arrington, fondatore e direttore di TechCrunch, un popolare blog sulle nuove tecnologie che rastrella milioni di dollari in pubblicità. Arrington, che è ingrassato di 15 chili in tre anni, ha attribuito allo stress da blog il fatto che ora soffre gravemente di insonnia: «Sono arrivato a un punto di rottura». Non è da oggi che i blogger denunciano pubblicamente contraccolpi fisici del loro mestiere: è un leit motiv dei diaristi online lamentarsi della fatica perennemente in agguato per chi passa buona parte della giornata e spesso della notte a smanettare sul computer a caccia di informazione.

Molti blogger sono pagati a pezzo, altri a numero di lettori, in una gerarchia retributiva che ripaga lo scoop anche se appena di pochi minuti. La velocità in questi casi è tutto: «Non c'è una volta, neanche quando dormi, che non ti viene l'ansia di avere preso un buco», ha detto Addington al New York Times. Tanto i blogger sono consapevoli dei rischi del mestiere che alcuni di loro hanno preso a scambiarsi consigli su come farvi fronte. Un mese fa su Problogger.com l'australiano Darren Rowse, che contribuisce a una ventina di blog oltre ai due da lui curati, ha offerto ai suoi lettori un piccolo manuale di sopravvivenza: tra i consigli, quello di «tagliare le catene della scrivania» e «tornare a buttar giù idee su taccuini di carta».

sabato 5 aprile 2008

Ratzinger: aborto e divorzio sono colpe gravi, ma le persone vanno aiutate a riprendersi

Il Papa invita la Chiesa ad «accostarsi con attenzione materna e delicatezza a chi ne porta le ferite interiori»

Benedetto XVI
CITTÀ DEL VATICANO - Il divorzio e l'aborto restano «colpe gravi», ma la Chiesa deve «accostarsi con amore e delicatezza, con premura e attenzione materna alle persone che ne portano le ferite interiori e cercano la possibilità di una ripresa». Lo ha spiegato il Papa in Vaticano ai partecipanti al congresso L’olio sulle ferite. Una risposta alle piaghe dell’aborto e del divorzio. Secondo Benedetto XVIaborto e divorzio «ledono la dignità della persona umana, implicano una profonda ingiustizia nei rapporti umani e sociali e offendono Dio stesso, garante del patto coniugale e autore della vita».

CONGIURA DEL SILENZIO - Divorzio e aborto, che per il pontefice comportano «tanta sofferenza nella vita delle persone, delle famiglie e della società», oggi nel mondo sono circondati da «una congiura del silenzio ideologica. In un contesto culturale segnato da un crescente individualismo, dall’edonismo e da mancanza di solidarietà e di adeguato sostegno sociale, la libertà umana, di fronte alle difficoltà della vita, è portata nella sua fragilità a decisioni in contrasto con l’indissolubilità del patto coniugale o con il rispetto dovuto alla vita umana appena concepita e ancora custodita nel seno materno», ha affermato Joseph Ratzinger. «Divorzio e aborto sono scelte di natura certo differente, talvolta maturate in circostanze difficili e drammatiche, che comportano spesso traumi e sono fonte di profonde sofferenze in chi le compie», ma, nei confronti di chi se ne macchia, dice il Papa, la Chiesa deve «accostarsi con amore e delicatezza, con premura e attenzione materna. Gli uomini e le donne dei nostri giorni si trovano talvolta spogliati e feriti, ai margini delle strade che percorriamo, spesso senza che nessuno ascolti il loro grido di aiuto e si accosti alla loro pena, per alleviarla e curarla. Nel dibattito, spesso puramente ideologico, si crea nei loro confronti una specie di congiura del silenzio».

mercoledì 2 aprile 2008

"El islam legitima el terror" afirma Magdi Allam


autore: Elisabetta Piqué (La Naciòn, 31 marzo 2008)
Magdi Cristiano Allam, el periodista musulmán que saltó a la fama mundial después de haber sido bautizado por el Papa durante la última vigilia pascual, llega con tres autos negros blindados y con los vidrios polarizados.
La cita para la entrevista con La Nacion es en la Sede de la Prensa Extranjera, en el corazón de Roma. Tres guardaespaldas lo acompañan hasta una habitación del primer piso mirando hacia todos lados, atentos a cada movimiento. No lo dejan solo ni un minuto, incluso durante la entrevista.
No es extraño. Magdi Allam, nacido en Egipto hace 55 años, escritor, columnista y subdirector del diario Corriere della Sera, vive custodiado desde hace cinco años, tras haber recibido varias amenazas de muerte por sus críticas al extremismo islámico y por su acérrima defensa de Israel.
Tras haber sido bautizado por el mismo Papa en una ceremonia solemne en la basílica de San Pedro televisada a todo el mundo, hace una semana, su vida corre aún más peligro.

Fue definido "un apóstata que debe irse al infierno", un "enemigo del islam".

Allam, un hombre menudo, de anteojos, mirada dulce, piel color aceituna, en la entrevista explicó que decidió convertirse porque llegó a la conclusión de que "el islam es una religión negativa que legitimiza la violencia y el terrorismo".

"Considero que lo que hice, y no hubo ninguna planificación, fue justo, fue un bien, y creo que el Papa fue extremadamente sabio en haber hecho prevalecer las razones de la fe sobre las consideraciones diplomáticas y políticas, porque éste es su deber, y que también fue valiente", sostuvo.

-¿Por qué se convirtió al catolicismo?

-Fue un camino gradual y lento. Desde niño conocí el mundo católico porque fui a escuelas italianas católicas en El Cairo -primero en un jardín de monjas, después en un colegio de sacerdotes salesianos, donde era pupilo-, y esto me permitió conocer desde el interior y en modo correcto la realidad de la religión católica. Pero hubo otros dos factores que incidieron en mi conversión: el primero fue el hecho de haber sido amenazado a partir de 2003. Esto me obligó a reflexionar no sólo sobre la realidad del extremismo y del terrorismo islámico, sino también sobre el islam como religión, a partir del momento en que estos extremistas y terroristas islámicos hacen lo que hacen en nombre del islam. Me vi obligado a analizar el Corán y la obra y el pensamiento de Mahoma y descubrí que hay profundas ambigüedades que permiten legitimizar la violencia y el terrorismo.

-¿El segundo factor?

-El segundo factor fue haber conocido a varios católicos con los que me encontré en perfecta sintonía, ya que compartíamos los valores. Por supuesto la persona que más influyó en la conversión fue este papa, Benedicto XVI, a quien nunca había visto personalmente antes del bautismo, en la vigilia de Pascua.

-¿Esa fue la primera vez que estuvo con él?

-Sí, la primera y única vez.

-Según lo que escribió en el Corriere della Sera, para usted fue determinante el famoso discurso del Papa en la Universidad de Ratisbona, Alemania...

-Como periodista, yo seguí toda la actividad de Benedicto XVI y quedé totalmente fascinado por su pensamiento. Compartí plenamente su concepción de indisolubilidad entre fe y razón. Siempre me fascinó este papa porque no sólo es un gran hombre de fe, sino también un gran hombre de razón. Creo que muchos temen al Papa no por su fe, sino por su razón, por su capacidad de desafiarlos en el terreno de la razón.

-Ya viviendo amenazado de muerte y con escolta policial desde 2003 y sabiendo que iba a crear gran impacto mediático, ¿por qué pidió ser bautizado por el Papa?

-Yo no pedí ser bautizado por el Papa. Yo hace un año hablé confidencialmente con monseñor Rino Fisichella, rector de la Universidad Lateranense, y con él comencé un camino espiritual de iniciación a los sacramentos del cristianismo. En el curso de este camino surgió la posibilidad de que el bautismo fuera realizado por el Papa. Dicho esto, estoy realmente azorado y dolido, porque hay católicos que reaccionaron diciendo "¿por qué no se hizo bautizar en una pequeña parroquia por un sacerdote cualquiera?". Lo que leo entre líneas es una crítica al bautismo de Magdi Allam por cómo fue hecho, como si fuera una vergüenza, porque habría podido hacerse de modo discreto y reservado. Y la actitud del Papa es considerada una provocación. Lo que yo digo es que estoy muy orgulloso de haberme convertido, de que esto se haya hecho público y de que yo pueda afirmarlo de viva voz. Y considero que haber recibido el bautismo del Papa es el don más grande que la vida pudo darme y que fue un testimonio muy útil para muchos musulmanes que conozco que se convirtieron aquí en Italia, pero que viven su nueva fe en el secreto porque tienen miedo. Considero que lo que hice, y no hubo ninguna planificación, fue justo, fue un bien, y creo que el Papa fue extremadamente sabio en haber hecho prevalecer las razones de la fe sobre las consideraciones diplomáticas y políticas, porque éste es su deber, y que también fue valiente.

-En una declaración, sin embargo, el Vaticano pareció distanciarse...

-En esa declaración no hay ninguna toma de distancia, sino que dice que Magdi Allam es libre de expresar sus propias valoraciones, pero sus opiniones no representan las opiniones del Papa, y esto es totalmente cierto, faltaría más. Pero nunca dijo que "nosotros condenamos lo que Magdi Allam dice". La verdad es que lo que hay ahora es una operación para desacreditarme a mí y para atacar al Papa.

-¿Por qué usted cree que no existe un islam moderado?

-Hay que distinguir al islam como religión y a los musulmanes como personas. Si yo decidí convertirme, es totalmente obvio que lo hice porque maduré una valoración negativa del islam. Si yo pensara que el islam es una religión verdadera y buena, no me habría convertido, habría seguido siendo un musulmán. Pero nosotros vivimos en una Europa que está enferma de relativismo y que está sometida a lo políticamente correcto. Entonces hay que decir que todas las religiones son iguales, prescindiendo de sus contenidos, y no hay que decir nada que pueda hurtar la susceptibilidad de los demás. Pero yo rechazo esto porque creo que el ejercicio de la libertad de expresión no puede ser limitado. Y digo lo que pienso.

martedì 1 aprile 2008

"Con i Castro Cuba non sarà mai libera"

Intervista ad Armando Valladares di Stefano Magni Pubblicata sul quotidiano l'Occidentale

C’è uno strano ottimismo sul futuro di Cuba. Sembra che con l’arrivo al potere di Raul Castro si aprano possibilità di riforme e di apertura nella più longeva dittatura comunista dell’emisfero occidentale. Il dissidente Armando Valladares non la pensa così. “Raul Castro vuole mantenere lo status quo. E non gode di molte simpatie presso cupola che detiene il potere a L’Avana. La sua esperienza durerà finché vive Fidel Castro, ma, morto il lìder maximo, la prima vittima sarà proprio suo fratello”.

Valladares conosce molto bene le dinamiche totalitarie del regime di Cuba, perché le ha vissute sulla sua pelle. Nel 1959, mentre il mondo intero considerava Fidel Castro un sincero rivoluzionario democratico, l’impiegato delle poste Valladares veniva accusato per la sua fede cattolica e per il suo rifiuto tassativo di aderire alla dottrina marxista del nuovo potere. Fu segnalato alla polizia politica per un semplice gesto di dissenso: l’essersi rifiutato di applicare alla sua scrivania una targhetta con lo slogan propagandistico “Se Fidel Castro è comunista, inseritemi nella lista perché la penso come lui”. Considerato elemento recalcitrante, iniziò il suo inferno: ventidue anni nelle carceri cubane dopo un processo sommario. Mentre il mondo inneggiava alla figura rivoluzionaria di Che Guevara, eletto a nuovo idolo dalle masse progressiste, Valladares assisteva alle continue persecuzioni ed esecuzioni capitali nella prigione diretta dal “Che”, l’antico carcere di La Cabana, trasformato in un centro di detenzione e smistamento dei prigionieri politici. Mentre il mondo progressista salutava con gioia la vittoria militare dei castristi contro “i Cubani di Miami” nella Baia dei Porci, Valladares si trovava nel carcere “modello” di Isla de Pinos, seduto su tonnellate di esplosivo: in caso di vittoria degli esuli anti-castristi, gli aguzzini del regime avevano l’ordine di far saltare in aria il carcere per ammazzare tutti i prigionieri.

Mentre i progressisti, in Europa come a Hollywood, sognavano il paradiso cubano, Valladares viveva un inferno in terra, fatto di lunghi periodi in cella di rigore e isolamento, percosse, torture, lavori forzati. La sua pena divenne sempre più dura man mano che rifiutava il programma di rieducazione “offerto” dal regime. La sua fede e la convinzione di essere dalla parte del giusto, gli permisero di vincere la sua battaglia di resistenza individuale. Il suo libro di memorie dal “fondo delle carceri cubane”, intitolato Contro ogni speranza (ora edito per la seconda volta in Italia dalla casa editrice Spirali, dopo una prima edizione di SugarCo del 1987), aprì gli occhi dell’opinione pubblica mondiale sui crimini del castrismo. Ronald Reagan fu tra i suoi lettori e lo nominò ambasciatore per gli Stati Uniti presso la Commissione per i Diritti Umani dell’Onu, un ruolo che gli permise di combattere la sua lotta in difesa dei perseguitati politici cubani.

La prima cosa che Valladares ci mostra, in occasione della presentazione di Contro ogni speranza, è una vecchia foto. Si riconosce distintamente Raul Castro nell’atto di uccidere un prigioniero politico con un colpo di pistola alla nuca.

Raul Castro, appena arrivato al potere promette riforme e concede ai cubani di tenere anche un computer e una televisione. Ci dobbiamo attendere cambiamenti o è solo propaganda?
Non è cambiato nulla. Ogni giorno che passa, a Cuba vanno sempre meno turisti. Soprattutto a causa delle nuove leggi statunitensi che restringono ulteriormente la possibilità di recarsi sull’isola, complicando la procedura per ottenere un visto. Ora un cittadino americano può visitare Cuba solo una volta ogni tre anni e il denaro che si può portare dietro è limitato. Ma il regime ha bisogno di valuta straniera, di dollari. Questi elettrodomestici che si vendono adesso si vendono solo in dollari. E’ incredibile come il mondo intero dia così tanta importanza a un fatto così banale. Sembra quasi che il regime cubano abbia conquistato la Luna, ma la realtà è che dopo quasi cinquant’anni di dittatura i cubani potranno comprare una televisione in bianco e nero. Un operaio deve lavorare almeno quattro anni prima di potersi permettere un televisore. Oppure possono comprarsi un computer, ma senza Internet, perché per un allacciamento occorre un permesso speciale. E poi, siamo seri: che gran bella conquista poter comprare un forno a microonde all’alba del 2008! Quanto alla libertà politica, non c’è alcun cambiamento. Quando tutti pensavano che Carlos Lahe, uno aperto alle riforme, potesse diventare la figura più importante, l’hanno messo da parte. Raul, invece, ha scelto come suo vice uno dei pochi stalinisti puri rimasti nel mondo: Machado Ventura. E questo è già un messaggio più che esplicito. Due settimane fa, il ministro degli Esteri Felipe Perez Roque ha firmato due trattati internazionali per la tutela dei diritti umani (che includono anche il diritto di voto, di emigrazione e di assemblea, ndr), ma una settimana dopo la firma di questi accordi un gruppo di cittadini cubani è stato malmenato solo perché sventolava copie della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. C’è più repressione adesso che tre mesi fa.

Quando Lei fu arrestato, Castro non si definiva neppure marxista, ma stava portando a termine la sovietizzazione dell’isola. Crede che vi sia un’operazione simile di dissimulazione anche in questi mesi?
No, non credo che vi sia disinformazione in questi giorni. Perché il messaggio di Raul Castro e di Machado Ventura è chiarissimo ed esplicito: se non accettate il regime, noi vi schiacciamo. Due ragazzi che stavano solo chiedendo perché non poter uscire da Cuba, sono stati arrestati. Solo perché avevano fatto una domanda. Non erano dissidenti, non volevano compiere atti ‘sovversivi’, si sono dichiarati dei socialisti convinti quando sono stati fatti comparire in televisione.

Perché la stampa occidentale è così ottimista per Cuba?
E’ un atteggiamento interessato. Milioni di persone vogliono mantenere intatto questo ultimo baluardo del comunismo nel mondo, a costo di giustificare o nascondere quasi cinquant’anni di crimini. In realtà non esiste alcuna prova che dimostri che sia in corso un’opera di riforma. L’appoggio al castrismo, per buona parte dell’opinione pubblica, è un modo per veicolare l’odio nei confronti degli Stati Uniti. Castro è stato un nemico giurato degli Usa, vicino alle loro coste. Ha combattuto contro Washington, sia realmente che facendo molto teatro. Si diceva che vi sarebbe stato un cambiamento anche dieci anni fa, quando il Papa Giovanni Paolo II aveva dichiarato che ‘Cuba si aprirà al mondo e il mondo si aprirà a Cuba’. La gente se lo aspettava veramente, ma sono passati dieci anni: il mondo si è aperto a Cuba, ma Cuba è ancora chiusa.

Proprio a proposito della visita del Papa, Lei ha contestato, le dichiarazioni del cardinal Bertone sul regime. Perché i cattolici hanno questo atteggiamento, secondo Lei?
La Chiesa che ignora e nasconde i suoi martiri non è una vera Chiesa. E la Chiesa di Cuba è quella del silenzio e della complicità. Io ricordo quando Monsignor Zacchi visitò Cuba e dichiarò che Castro era un uomo “profondamente cristiano”. Proprio in quel momento, i cristiani venivano fucilati nel carcere di La Cabana e gridavano ‘Viva Cristo Re, abbasso il comunismo!’ prima di essere uccisi. Se Castro era un uomo dai valori profondamente cristiani, allora che cosa erano quei martiri che si facevano uccidere pur di non rinunciare alla loro fede? Castro ha detto più volte che si può essere cattolici e militanti comunisti, ma sarebbe come voler avere una donna che è vergine e prostituta allo stesso tempo. Un cattolico non può essere comunista.

Sono già passati cinquanta anni di comunismo e di scristianizzazione. Il marxismo è la filosofia di vita ufficiale per ogni cittadino. Ma i cubani sono dei marxisti convinti, o hanno conservato principi cristiani?
Per Dio nulla è impossibile. In questi anni le chiese protestanti sono state molto attive e hanno conquistato molti nuovi fedeli. E moltissimi sono tornati a praticare la religione cattolica. Non si è persa la spiritualità cristiana. Quanto al marxismo, non direi proprio che è diventata una filosofia popolare a Cuba. Basti vedere che quando hanno permesso ai cittadini di uscire dal paese tramite l’ambasciata del Perù nel 1980, sono uscite 125.000 persone, la metà delle quali era nata a Cuba dopo la rivoluzione nel 1959. Mezzo milione di persone ha fatto richiesta all’Ufficio degli Interessi Americani per lasciare l’isola. Siccome l’accordo è per 20.000 persone all’anno, ci vorranno più di vent’anni per accontentare tutti. Cuba è un paese di 11 milioni di abitanti e più di 2 milioni vivono all’estero. Sette giocatori della squadra di calcio cubana hanno abbandonato il paese. Queste sono solo alcune delle prove che dimostrano come il popolo non accetti il marxismo.

Nel suo libro cita esempi di cittadini fuggiti in Messico e rimandati a Cuba. Come vengono accolti i profughi cubani negli altri paesi? Quanto è difficile ottenere lo status di rifugiato politico?
In genere c’è un rifiuto generale dei profughi cubani, non solo in Messico, ma anche nelle Bahamas (con cui pure c’è qualche accordo). La maggioranza dei paesi vicini rifiuta l’emigrazione, con l’unica eccezione degli Stati Uniti. Ma, anche in questo caso, con regole molto severe: sei salvo e ottieni l’asilo politico, solo quando sei ‘all’asciutto’, quando sei riuscito a sbarcare sul suolo americano. Pochi metri di nuoto o di navigazione possono fare la differenza. Sembra un gioco sadico.

In Contro ogni speranza Lei descrive condizioni delle carceri cubane simili a un inferno dantesco. Oggi, a venticinque anni dalla sua uscita dall’isola, sono ancora così le carceri di Cuba?
La cosa più terribile è che la gente continua ad andare in prigione solo per aver espresso la propria opinione. L’ultima famosa ‘ola represiva’ del 2003, ha portato in carcere giornalisti che non facevano altro che descrivere la realtà di Cuba. Amnesty International denuncia che a Cuba non ci sono processi equi e maltrattamenti di certi prigionieri politici nelle carceri, come il medico Oscar Elia Biscet, in cella di rigore e nel più completo isolamento da quando è stato arrestato. Certo, ci si può credere o si può anche non voler credere. Ai tempi di Stalin, il ministro francese André Malraux e il vicepresidente americano Henry Wallace, si sono recati in visita in Unione Sovietica e, tornando a casa, entrambi hanno dichiarato che tutto quel che si diceva sui crimini di Stalin era solo frutto di illazioni, che Stalin era solo un vecchietto bonario che stava cercando di modernizzare il suo paese. In quegli anni, quel “vecchietto” aveva già sterminato più di 20 milioni di cittadini sovietici. Però faceva vedere agli ospiti solo quello che voleva lui, ricostruendo e riverniciando le facciate delle case nei villaggi dove passavano, creando paesaggi idilliaci ad uso e consumo degli stranieri. Oggi nessuno mette in dubbio i crimini di Stalin, ma si è dovuto attendere che fosse un altro comunista, Nikita Chrushev, a denunciarli pubblicamente. Per Cuba, io sono convinto che il mondo potrà conoscere i crimini del castrismo e indignarsi solo quando la dittatura cadrà. E in quel momento molta gente si vergognerà.

Quando pubblicò il suo libro per la prima volta, la gente le credette?
Nessuno credette a quel che avevo scritto. Mi dicevano che era solo propaganda, che era stato scritto dalla Cia per screditare Castro. Quando sono stato nominato ambasciatore per Diritti Umani all’Onu, per volontà del presidente Ronald Reagan, ho mandato sei ispettori a Cuba a investigare sulla realtà che avevo descritto. Tutto venne documentato e provato. Chiunque voglia andare a verificare se quello che dico è vero, può andare alla sede della Commissione dei Diritti Umani a Ginevra. E’ stato solo con la pubblicazione delle mie memorie che la gente ha iniziato a realizzare che a Cuba c’era repressione, che c’erano desaparecidos e torture nelle carceri, che i prigionieri politici venivano condannati senza processo.

Cosa pensa del fatto che Cuba è un membro del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu?
E’ uno scherzo. Sarebbe come affidare a Hitler la sicurezza della comunità ebraica. O affidare un asilo infantile a Erode.

lunedì 24 marzo 2008

Che frustrazione essere la moglie di un poligamo "premiato" dallo Stato italiano con la cittadinanza


autore:
Luisa Battisti (Infermiera professionale)

Che frustrazione essere la moglie di un poligamo !
Vorrei cercare di far capire come si sente una donna, suo malgrado moglie di un poligamo.
Come ho raccontato altre volte, mi sposai, per amore, con un egiziano musulmano che successivamente, a mia insaputa, si è risposato con una sua connazionale dalla quale ha avuto una figlia.
Apprendere questa notizia mentre siamo ancora sposati mi ha spezzato il cuore e mi ha creato una profonda ferita nell'anima, perchè non mi sono sentita rispettata nemmeno come essere umano. Solo ora capisco completamente che per lui che è musulmano la donna conta meno di un uomo. Inoltre il non essermi convertita all'Islam è stato un motivo aggravante nel deterioramento del nostro rapporto.
La donna in quanto tale è un essere debole che non ragiona obiettivamente quindi non può esprimere le proprie idee e pensieri. Io mi sono opposta e ribellata a tutto questo per non tradire i miei valori cristiani che si basano sull'amore vero tra un uomo e una donna, sul reciproco rispetto, sul perseguire un progetto di vita comune e alla pari. Il matrimonio monogamico comporta tutto questo ed è la base su cui si fonda la famiglia e la società cristiana occidentale. Essere la moglie di un poligamo mi fa sentire confusa, abbandonata, senza identità, come se fossi in un branco di animali dove c'è il maschio dominante e le "femmine" che servono solo alla riproduzione. Sei un'anonima senza un volto. L'uomo egoista, prepotente e fondamentalmente insicuro si nasconde dietro i precetti del Corano interpretandoli come conviene, commettendo così queste infamità, incurante di ciò che una moglie possa provare dentro se stessa.
Oltretutto, sono costretta a subire i suoi sberleffi obbligata a condurre da sola le procedure di separazione.
Ancora più grave è che il Governo Italiano non pone attenzione a questo fenomeno ormai diffuso non tutelando i suoi cittadini. Ho denunciato alle autorità competenti la bigamia di mio marito cercando di ostacolare i diritti che lui ha acquisito per mezzo del matrimonio con me, ma ciò nonostante continua a vivere felicemente in Italia con l'"altra" moglie sposata con rito islamico e con la figlia. Inoltre ha ottenuto il permesso di soggiorno a tempo indeterminato e, addirittura, la cittadinanza solo perchè è sposato con un'italiana.
A questo punto mi domando: su che basi ha avuto questo riconoscimento dallo Stato Italiano, visto che vive secondo canoni difformi dalla nostra tradizione ? E' possibile che uno straniero ottenga la cittadinanza italiana solo con un iter burocratico senza tener conto del suo comportamento e del suo operato ? Tutto questo è gravissimo perchè dietro questa inerzia e superficialità si sta attentando alla nostra libertà e la sharia sta fagocitando la nostra identità. Questa mancanza di difesa dello Stato mi fa sentire abbandonata , mi fa capire che nonostante ci siano persone di buona volontà che evidenziano e denunciano questi fatti, le istituzioni sono totalmente incapaci di agire attivamente per il bene comune del popolo italiano.

giovedì 6 marzo 2008

No al terrorismo islamico , si alla nostra dignità



Siamo propri certi che sarà il film contro Maometto di Geert Wilders la causa scatenante di dure proteste, richiamo di ambasciatori, rotture diplomatiche, sanzioni economiche, aggressioni a persone ed edifici che simboleggiano la cristianità e la civiltà occidentale? Non è forse già accaduto qualcosa di simile dopo la lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona il 12 settembre 2006? E la decisione delle Fiere del Libro di Parigi e di Torino di attribuire ad Israele lo status di ospite d’onore nella ricorrenza del 60° della sua fondazione?
Se dunque la reazione al film di Wilders, al discorso del Papa e alla scelta di Israele potrebbero risultare simili, pur trattandosi di eventi sostanzialmente diversi, significa che essi non sono la causa bensì soltanto il pretesto invocato per giustificare e legittimare un’ideologia di odio, intolleranza, violenza e morte. E' un dato fisiologico e storico di un islam che non ha mai conosciuto la libertà e la democrazia.
Ecco perché sbaglia il premier olandese Jan Peter Balkenende quando incolpa Wilders per una guerra del terrorismo preannunciata: “Sanzioni economiche, attacchi, minacce. Chi porterà la responsabilità di tutto questo è lo stesso che ora sta creando le ragioni per tutto questo”. Così come sbaglia il segretario generale della Nato, l’olandese quando dice: “Mi preoccupa il fatto che le truppe possano trovarsi sotto attacco a causa di un film”.

Ciò di cui dobbiamo preoccuparci tutti è esattamente l’opposto: la salvaguardia della nostra libertà d’espressione in un mondo globalizzato e la libertà di essere pienamente noi stessi a casa nostra, qui in Europa e in Occidente. Ebbene dobbiamo purtroppo prendere atto che questa nostra libertà è già compromessa, perché non siamo riusciti a sconfiggere il terrorismo dei taglia-gola e stiamo subendo il ricatto del terrorismo dei taglia-lingua. Noi abbiamo il diritto e il dovere di affermare e di difendere una civiltà dove a un film si replica con un film, a un discorso si risponde con un discorso, a un evento culturale si reagisce con un evento culturale. Noi abbiamo il diritto e il dovere di tutelare uno stato di diritto dove il limite può rappresentare la propria contestazione sporgendo denuncia in tribunale, ma mai e poi mai dichiarando una guerra diplomatica e terroristica.

Perché in tutto il mondo sono solo i musulmani che puntualmente reagiscono in modo brutale e violento, per una ragione o per un’altra, quando si sentono offesi?
Forse che i musulmani si considerano superiori al resto dell’umanità e ritengono di potersi permettere un comportamento differente ?
Beh, se così fosse, tutti noi dobbiamo opporci con tutti i mezzi. Non possiamo in alcun modo sottometterci all’arbitrio e alle barbarie perché si tradurrebbe nel nostro suicidio come persone fiere e libere della nostra nazione e della nostra civiltà. Non lo dobbiamo fare neanche sotto la minaccia pesantissima di un embargo petrolifero o della chiusura di mercati sempre più attraenti.
I veri profanatori dell’islam non sono Wilders, Benedetto XVI, i Danesi, l'Occidente o Israele. Lo sono invece gli stessi musulmani che disconoscono a tal punto la sacralità della vita da non esitare a massacrare altri musulmani facendosi esplodere anche nelle moschee, a costringere i cristiani a convertirsi con la violenza, a uccidere tutti gli ebrei e gli israeliani perché non avrebbero diritto ad esistere. Eppure l’Occidente continua a dialogare e legittimare i terroristi e i regimi nazi-islamici che li sostengono.

Sputare fango su Cristo, Buddha, Mosè è permesso, mentre una sola minuscola critica all'operato del Profeta Maometto è considerato un delitto inaccettabile. Molti illuministi laici, vale a dire molti fra coloro che si fanno belli del motto di Voltaire ''detesto ciò che dici, ma mi batterò fino alla morte affinchè tu possa essere libero di dirlo'' dimenticano in fretta questa massima del grande illuminista quando si tratta di parlare del Profeta.

Di questo passo finiremo per censurare Dante, che ha messo il Profeta all'inferno. Ci arriveremo, tranquilli, taglieremo le nostre radici culturali per ''non offendere''.

Ora, secondo il mio punto di vista, o tutti o nessuno. O si da licenza di poter criticare (sempre nei limiti della decenza e senza scadere nell'insulto) tutte le fedi religiose, o non si da questo permesso per nessuna.

Ma dato che viviamo in una società in cui ciò può avvenire liberamente, secondo me questa critica può essere estesa anche a Maometto. Io sono cattolico praticante, e accetto le critiche alla mia fede, perchè ci ho ragionato sopra.
Chi reagisce in maniera sconsiderata e fanatica, a parer mio, non è nemmeno troppo sicuro della sua Fede. Quando il principale argomento è la minaccia qualcosa non va.

Ma in Occidente ormai va di moda una simpatica abitudine laicista. L'intellettuale anti-Papa e anti- Chiesa, pensando così di essere ''coraggioso'', un ''anticonformista'', un “vero intellettuale”: si vuole mostrar coraggio denunciando un'inquisizione che non c'è più, o crociate avvenute mille anni fa e per le quali la Chiesa ha chiesto perdono. Ci si spaccia per ''liberi pensatori''. Ma quando si tocca l'argomento Islam tutti diventano improvvisamente seri rispettosi. Perchè si temono le ripercussioni, mica per rispetto autentico verso l'Islam (spesso conosciuto poco e male da questi ''liberi pensatori'' e solo secondo qualche luogo comune politicamente corretto), ma per paura.

Questa ipocrisia secondo me è insopportabile, e non mi stancherò mai di denunciarla. E quanto trovo detestabili i vari giullari come Vauro, Fo o Luttazzi che si atteggiano coraggiosi solo nell'attaccare chi non può fare del male e guardandosi bene dal denunciare chi predica odio e morte. Anzi spesso prendendo in giro chi combatte i predicatori di odio.Ipocriti.


Se l’Occidente ha una colpa, ebbene è che è stato finora fin troppo permissimo con gli estremisti e i terroristi islamici. Ecco perché dico “sì” al film di Wilders. Diffondiamolo in Internet in tutte le lingue in modo che possa essere visto e compreso da tutti ovunque nel mondo. Ma non auto-censuriamoci addirittura prima ancora che ci minaccino. Non arrendiamoci al diktat dei taglia-lingua prima ancora che facciano la loro comparsa i taglia-gola. Solo se sapremo difendere la nostra dignità come persone, potremo aver salva la nostra libertà come nazione e civiltà.


Amici di Magdi Allam

giovedì 14 febbraio 2008

Crisi del sistema democratico italiano

Dopo aver rischiato di cadere in uno stato depressivo dovuto alla sostanziale incapacità dell’italico sistema politico di rinnovarsi adeguandosi alle domande provenienti dagli elettori, assistiamo oggi ad un profondo sommovimento che potrebbe modificare parzialmente il panorama politico italiano. Nel giro di qualche mese potremmo addirittura trovarci di fronte ad un Parlamento nel quale siano assenti, o comunque ridotti in condizioni di non nuocere due grandi famiglie politiche che, in misura, modi e con responsabilità assai diverse, negli ultimi trent’anni hanno paralizzato l’Italia: comunisti e democristiani. Troppa grazia, troppo bello per essere vero.
Ai 15 gruppi (o sottogruppi) parlamentari della camera ed ai 17 del Senato non corrispondono affatto altrettante identità politiche forti irriducibili sotto un’unica bandiera. Sono piuttosto il frutto di meccanismi elettorali e regolamentari che hanno reso conveniente la moltiplicazione delle sigle. E sono il frutto di strategie politiche miopi. Si aggiunga che l’odio per l’avversario e la sua completa delegittimazione hanno reso impraticabile in questi anni ogni tentativo di conferire maggiore autorevolezza e maggiore serenità al confronto politico. In questo periodo i partiti stanno pensando solo alle alleanze, fare i conti, spartire cattedre senza fare alcun riferimento al programma. Mi sbaglio o sarebbe meglio sedersi su un tavolo e decidere il programma da presentare agli elettori. Purtroppo si ragiona così:
-prima le alleanze
- lotte interne nei partiti per giocarsi fino all’ultimo posto da onorevole o interessi da raggiungere;
- infine si elabora un programma basato su slogan che colpiscano gli elettori.

Infondo chi è che legge i programmi? chi è che ha fiducia nei programmi? Gli slogan demagogici, campagne pubblicitarie, marketing politico, sono i metodi migliori allo scopo. Le ideologie non esistono più, persone con valori da quando sono nato non li ho mai conosciute (in politica). La classe politica si giustifica o tenta di giustificarsi come classe di potere facendo ricorso a principi astratti, a dottrine, a credenze generalmente riconosciute e accettate nella società. Siamo liberali, certo, ma nel liberalismo l’individuo deve essere riconosciuto come valore assolutamente preminente. e pertanto un organismo politico è tanto migliore quanto maggiore è il grado di protezione che assicura all’individuo impedendo che possa essere oggetto di sopraffazione da parte di chicchessia. A parlare siamo tutti bravi. Anche i difensori della cristianità, nel privato, scopri essere un’enorme delusione. Comunque vadano le elezioni, qualunque alleanza si venga a formare, una cosa è certa : cambiamenti radicali non ci saranno. Un governo vero e proprio di maggioranza, come affermò Gaetano Mosca, è impossibile, esisteranno sempre delle minoranze politiche di fronte a maggioranze apolitiche. Per questo continueranno a stare mafiosi in politica, leggi fatte su misura, votazioni senza preferenza... meno capiamo, meno partecipiamo, meglio lavorano i gruppi di interesse. Coloro che detengono il potere politico tendono a perpetuarlo nei loro discendenti, instaurando una chiusura dell’accesso al potere. Siamo all’interno di un sistema di sogni e di menzogne che oggi si appella democrazia. La disperazione ci sta portando ad inginocchiarci ad un comico carismatico come Grillo.La mia non è una sfiducia nel sistema irreversibile, non smetterò mai di credere che un ricambio generazionale possa fare qualcosa, anche se, non insegnando ai giovani veri valori, la situazione è dura.

Nicola Santoro (portale delle libertà)

mercoledì 16 gennaio 2008

Il testo su Papato e università che Benedetto XVI avrebbe letto alla Sapienza di Roma

Il testo su Papato e università che Benedetto XVI avrebbe letto alla Sapienza di Roma
Non vengo a imporre la fede ma a sollecitare il coraggio per la verità

Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!

È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della «Sapienza — Università di Roma» in occasione della inaugurazione dell'anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l'istituzione era alle dirette dipendenze dell'Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l'impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l'Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell'accoglienza e dell'organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un «nuovo umanesimo per il terzo millennio».

Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l'invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un'occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell'università «Sapienza», l'antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la «Sapienza» era un tempo l'università del Papa, ma oggi è un'università laica con quell'autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all'autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l'università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un'istituzione del genere.

Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell'incontro con l'università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell'università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all'Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell'intera Chiesa cattolica. La parola «vescovo»-episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a «sorvegliante», già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all'insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell'insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l'interno della comunità credente. Il Vescovo — il Pastore — è l'uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù — e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura — grande o piccola che sia — vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull'insieme dell'umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa — le sue crisi e i suoi rinnovamenti — agiscano sull'insieme dell'umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell'umanità.

Qui, però, emerge subito l'obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un'affermazione — soprattutto una norma morale — dimostrarsi «ragionevole»? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione «pubblica», vede tuttavia nella loro ragione «non pubblica» almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l'altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l'esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell'umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell'umanità come tale — la sapienza delle grandi tradizioni religiose — è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.

Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l'intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.
Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l'università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell'università stia nella brama di conoscenza che è propria dell'uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l'interrogarsi di Socrate come l'impulso dal quale è nata l'università occidentale. Penso ad esempio — per menzionare soltanto un testo — alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: «Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti ... Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?» (6 b — c). In questa domanda apparentemente poco devota — che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino — i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d'uscita da desideri non appagati; l'hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l'interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell'essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell'essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l'interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell'ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l'università.

È necessario fare un ulteriore passo. L'uomo vuole conoscere — vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra «scientia» e «tristitia»: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto — chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell'interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l'ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell'incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.

Nella teologia medievale c'è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire — una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l'università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come «arte» che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell'universitas significava chiaramente che era collocata nell'ambito della razionalità, che l'arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all'ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s'individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all'essere buono dell'uomo? A questo punto s'impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell'uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell'opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell'umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa «forma ragionevole» egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un «processo di argomentazione sensibile alla verità» (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico «processo di argomentazione» sono — lo sappiamo — prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all'insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.

Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos'è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla «ragione pubblica», come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d'interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell'università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c'erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull'essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l'uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda — in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.
Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall'altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d'Aquino — di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico — di aver messo in luce l'autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s'interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il «sì» alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell'università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta «Facoltà degli artisti», fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull'avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l'idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro «senza confusione e senza separazione». «Senza confusione» vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al «senza confusione» vige anche il «senza separazione»: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all'umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell'umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un'istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all'interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una «comprehensive religious doctrine» nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.

Ebbene, finora ho solo parlato dell'università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell'università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell'università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l'uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all'umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell'uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell'uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale — per parlare solo di questo — è oggi che l'uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all'attrattiva dell'utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell'università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione — sollecita della sua presunta purezza — diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e — preoccupata della sua laicità — si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.
Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell'università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.

Dal Vaticano, 17 gennaio 2008
Benedictus XVI

mercoledì 2 gennaio 2008

AUGURI AI NOSTRI LETTORI


Se ne va il 2007, l'anno della “Casta” e della presa di coscienza della torre d'avorio sempre più fortificata dei nostri governanti.
Forse tra qualche tempo lo ricorderemo per questo: per il malcontento della gente e l'aumento dei privilegi, per la parata delle primarie ed i cittadini volenterosi che si animano (e a volte si clonano), delle spese che aumentano e gli sprechi che non diminuiscono, delle tasse che crescono e dei prezzi impazziti, del precariato e dei giovani sempre meno giovani che dovranno fare i conti con problemi che i loro genitori o i loro nonni nemmeno si sarebbero sognati.
Forse la parola che può meglio riassumere l'anno è proprio "Casta", titolo di un libro che ha sbancato.
E siccome i privilegi vanno difesi ci ricorderemo (senza alcuna
nostalgia) di tutte quelle azioni per difenderli.
Ecco allora gli scandali giudiziari e quelli degli attacchi ai magistrati; ricorderemo la vicenda De Magistris.
Il 2007 è stato anche l'anno del "vaffa" e dei "grilli" sparsi per la penisola che ci ritroveremo alle prossime amministrative.
Il tempo saprà dirci quanto durerà e cosa saranno capaci di fare.
E’ stato l’anno della definitiva consacrazione del web (ancora grazie a Grillo) e della sua potenza, cosa che molto in piccolo siamo fieri di poter sperimentare localmente insieme ad una nuova ventata di vera libertà.
E nel 2008 ritroveremo moltissimo del 2007.
Già sappiamo, per esempio, che fra un anno avremo speso in media 1.700 euro in più (dicono alcune ricerche) a causa dei moltissimi rincari.
Il che equivale ad arricchire (solo quella però)la schiera delle famiglie povere.
Ancora una volta la classe politica dovrà farsi carico di risolvere i problemi vitali e prioritari della società di oggi, ammesso che se ne accorga.
A sentire i consuntivi di fine anno, infatti, sembrerebbe che tutti abbiano fatto ottimamente il proprio dovere; non c'è consuntivo di amministrazione pubblica che abbia evidenziato pecche o mancanze, ammende o ammissioni di errori: va tutto bene. Per loro.
Speriamo che vada bene anche per noi nel 2008.
Uno splendido anno a tutti con l'augurio che qualche sogno e qualche speranza si possa concretizzare nel 2008.

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