Pagine

Visualizzazione post con etichetta POLITICA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta POLITICA. Mostra tutti i post

martedì 11 ottobre 2011

Copio e incollo ed il partito molisannita è fatto


Il Portale delle libertà puo vantare un network ampio, ognuno frutto di lavoro, pensiero libero. Uno del blog presenti nel nostro network è LEGA SANNITA DEMOCRATICA e il gruppo Facebook "Wiwa il Sannio Wiwa il molisannio" che sono state vittima di un vera e propria rapina di programma. Il partito politico chiamato Lega Sannita, con ai vertici Lorenzo Lommano, ha costituito un partito copiando il manifesto dei blog del nostro network. Che genialità vero?
Leggo un programma che è così bello, che lo faccio mio e ne faccio un partito.
Pare che il signor Lommano non abbia neppure chiesto permesso, collaborazione con lui e con il suo partito. Apparte il programma ci ha ignorati. Per questo il network del Portale delle Libertà non è rimasto contento ad un partito che portava avanti le sue idee. Non aspettavamo altro che un politico portasse avanti le idee del MOLISANNIO, ma fatto in questo modo non può che farci pensare all'ennesimo approfittatore. Il MOLISANNIO è IL FUTURO DELLA NOSTRA REGIONE! Wiwa il Sannio Wiwa il Molisannio

lunedì 7 dicembre 2009

Democrazia controllata e il culto della parsonalità in Italia

Di tanto in tanto capita di ascoltare, se lo vogliamo, di crisi del sistema democratico e di culto della personalità nel nostro Paese. Dai paesi occidentali piovono critiche sul nostro paese e le risposte date dai nostri politici non mi soddisfano. Si risponde con la classica frase << sono accuse delle stampa di sinistra…i soliti comunisti…l’opposizione>>,oppure, <>. Ogni questione viene rigettata al mittente con un’accusa. Dovrei essere soddisfatto? No. Allora decido di affrontare oggettivamente la questione. Come? Pensando.

Pensare perché mio fratello e mia madre, quando provo a criticare Berlusconi e a manifestare il mio dissenso non mi credono. Una cosa sono le idee, opinabili e giusto che lo siano, altro sono le testimonianze fondate. Di fronte ad un dato di fatto non possono esservi idee trasversali. Beh! Di fronte ad una e più certezze dette da un figlio ad una madre, ha vinto il “culto della personalità”. Come è possibile? Ha vinto Berlusconi che grazie alla sua personalità è riuscito ad infondere certezze tali da essere maggiori di quelle date da me a mia madre e mio fratello. Dovrei essere soddisfatto? No. Allora decido di affrontare oggettivamente la questione. Come? Pensando.

Pensare perché ormai pensare è diventata opposizione. Non si può pensare perché vieni accusato, conviene non pensare proprio o vieni bollato. Ma è una democrazia o no? Io penso ma non mi sento affatto far parte dell’opposizione. Proprio io? Uno orientato sempre a destra come me! Una destra moderna e liberale. Nel nostro paese c’è una vera crisi del sistema democratico e non ce ne vogliamo accorgere. Non ci vogliamo pensare. Si scappa sempre, i ritmi sono veloci, l’informazione si apprende a suon di spot e scappiamo via al prossimo impegno dando tutto per certo. Nel frattempo dal fronte politico, mediatico, pubblicitario piovono messaggi, notizie in larga parte finalizzata al controllo dei nostri pensieri. E così accade che c’è gente che crede nella persona, vi è un vero e proprio culto della personalità.

Il termine culto della personalità si riferisce, generalmente in senso denigratorio, all'adulazione di un singolo leader vivente, prevalentemente in ambito politico. Intorno a Berlusconi viene coltivato un culto della personalità che richiama le pratiche di alcuni regimi totalitari. Lui ha un alto concetto di sé. L'estate scorsa si vantava per la propria “grandezza”; le sue “potenze umane” sarebbero incontestabili: non ci sarebbero sulla scena internazionale altre personalità politiche alla sua altezza. In Italia, con l’abbandono delle ideologie politiche, l’indebolimento dell’appartenenza politica e di un senso politico,con il bipolarismo, con le sentenze penali arbitrarie e con un sistema elettorale senza preferenza del candidato, ha intrapreso la strada per una democrazia viziata che si può definire controllata. E’ sbagliato a mio avviso quando qualcuno afferma che l’Italia e sotto una dittatura democratica. Non scherziamo. E’ sempre democratica, ma è un nuovo tipo di democrazia, una democrazia che la nostra breve storia democratica non ha mai conosciuto.

E’ un paese trasformato che deve affrontare nuove sfide, una nuova etica che chissà dove ci condurrà. La studio dell’attuale democrazia italiana richiede molte riflessioni ed è difficile farne un’analisi quindi mi limiterò a definirla viziata e sotto controllo di mani forti. Queste mani sono forti e lunghe ed hanno i guanti che le proteggono da un’eventuale stretta di mano con esponenti mafiosi.

Un elemento rassicurante è che che secondo wikipedia il culto della personalità può collassare molto rapidamente dopo l'estromissione o la morte del capo. Se così fosse piomberemo mica nel caos?

lunedì 1 giugno 2009

IN ITALIA NON SERVE LA CLASS ACTION: vogliamo mica mandare all'aria il sistema?




La class action in Italia non s'ha da fare, se ne parla a luglio 2009 (forse)

Slitta di altri mesi l'entrata in vigore della class action. Lo ha deciso il Consiglio dei ministri. La norma per le azioni collettive doveva partire il prossimo 1° gennaio, così invece partirà (il forse è d'obbligo) a giugno. Lo slittamento è contenuto nel decreto "milleproroghe". Guardate un pò, ogni volta che c'è una spina nel fianco, la si presenta in parlamento in sedute estive. Giusto, quando la gente è in vacanza o quando sono in ballo i mezzi di informazione su cose futili (es i gossip), in parlamento si approvano cose serie.


Adusbef e Federconsumatori: è una vergogna!

Non si fanno attendere le reazioni delle associazioni dei consumatori: "Vergogna!", "Siamo indignati!" i primi commenti.
"Questa legge, approvata durante la precedente legislatura, è stata prima rimandata dal Governo Berlusconi, con l’obiettivo di migliorarla; oggi, dopo aver peggiorato la legge eliminando la retroattività, viene ulteriormente rinviata di altri 6 mesi", spiegano. E la conclusione è evidente: "Il Governo e la Confindustria vogliono rendere impossibile l’azione di risarcimento per i danni subiti dai cittadini nelle truffe Cirio, Parmalat, ecc. E vogliono rimandare il più possibile l’attuazione della legge stessa, a discapito di tutti i cittadini".
La Class Action, concludono Adusbef e Federconsumatori, per le Associazioni non rappresenta l’occasione per regolamenti di conti ed attacchi indiscriminati alle imprese, ma doveva e dovrà essere un forte deterrente contro truffe e raggiri da parte delle imprese, e un forte incentivo per un funzionamento del mercato trasparente ed efficace.
Il rinvio dell’entrata in vigore della class action è il segno di un Paese in profonda crisi che intende restare in serie B. Gli italiani sono stati privati di un fondamentale strumento di tutela dei loro diritti e dei loro interessi, mentre le aziende disoneste riescono ancora a farla franca. Eliminando la retroattività, così da evitare che gli ultimi grandi scandali nei confronti dei risparmiatori e consumatori, come Cirio e Parmalat, possano essere oggetto di giudizio; eliminando la promessa estensione dell’azione di classe alla PA e alle concessionarie di servizi pubblici.
La class-action è uno strumento essenziale per la difesa dei diritti dei consumatori dai raggiri delle imprese che adottano comportamenti commerciali scorretti e per garantire un mercato sano e concorrenziale.

A noi italiani piace tanto il modello americano per quanto riguarda gli interessi politici e industriali ma quando si parla invece di tutela dei consumatori, risparmiatori e fasce deboli, ci scordiamo il "liberale" che è noi.

martedì 6 gennaio 2009

Interessi della guerra tra Israele e Palestina


Basta, fermatevi: Papa Benedetto XVI ha implorato Israele ed Hamas di porre "immediata fine" al "tragico" conflitto nella Striscia di Gaza, ed ha chiesto "giustizia e pace" per la Terra Santa. Mi dispiace per il Santo Padre e per la pace ma a volte delle persone preferiscono il conflitto. In Israele serve un conflitto. Non vorrei entrare in merito delle ragioni dell'uno e dell'altro, dato che se ne parla e riparla, ma comprendere gli interessi di una guerra permanente.
Non tutto ciò che si vede è in effetti quello che si vede. Questo assunto, valido in molte circostanze della vita, è più che mai attuale nella crisi tra Hamas e Israele. Dietro la guerra, perché di vera e propria guerra trattasi, tra il movimento islamico e Gerusalemme ci sono ben altri interessi politici di quelli dichiarati, ma soprattutto è una guerra che mette a confronto indirettamente due potenze regionali: l'Iran e Israele.
no gli interessi internazionali a pesare maggiormente su quanto sta avvenendo nella Striscia di Gaza. Innanzi tutto c'è il confronto a distanza tra Israele e Iran, con quest'ultima che negli ultimi mesi ha cercato in tutti i modi di infiltrarsi all'interno di Hamas riuscendoci solo in parte per l'opposizione trovata proprio a Gaza dove Mahmud Zahar, un nome poco famoso ai più ma certamente l'uomo più potente all'interno della Striscia, si è sempre opposto ad una alleanza strategica con gli sciiti. A dire il vero anche il capo dell'Ufficio Politico di Hamas, Khaled Meshal, non ha mai visto di buon occhio l'aiuto offerto dai Mullah, ma è sempre stato possibilista almeno per una alleanza temporanea. Diverso invece il discorso per la parte più estremista del Movimento Islamico, quella che per intenderci forma una piccola galassia di groppuscoli che fanno capo alle Brigate Ezzedin al Qassam, la parte militare di Hamas, da sempre convinti che ogni mezzo è buono per raggiungere l'obbiettivo finale, cioè la distruzione di Israele, anche una alleanza con gli sciiti.

Se questa alleanza non si è - almeno per il momento - concretizzata, lo si deve probabilmente all'intervento dello sceicco saudita Safar al Hawali, eminente ideologo di al-Qaeda e amico personale di Osama Bin Laden, il quale, per non consegnare Hamas ai Mullah, da diversi mesi si sta dando un gran da fare per raccogliere fondi e armi per Hamas in tutti i Paesi arabi anche se con risultati non eclatanti. Perché dico “almeno per il momento”? Perché l'attacco israeliano e gli scarsi risultati ottenuti dalla campagna pro-Hamas di Safar al Hawali hanno improvvisamente spostato l'ago della bilancia verso l'Iran, certamente in possesso di maggiori mezzi per far arrivare denaro ma soprattutto armi ad Hamas. C'è poi da considerare che Teheran è già presente, con gli Hezbollah libanesi, ai confini con Israele e non aspettava che il momento buono per portare anche Hamas dalla sua parte.

Quello che a Gerusalemme non è stato purtroppo capito è che con un attacco di tale portata contro la Striscia di Gaza, paradossalmente si rischia di rafforzare pericolosamente proprio il nemico più pericoloso, l'Iran, la quale da molto tempo cercava di chiudere il cerchio di ferro attorno allo Stato ebraico. Israele ha quindi di fatto indebolito il fronte moderato dei Paesi arabi - Egitto in prima fila – e rafforzato il già crescente potere dei Mullah nella regione mediorientale. Un incubo proprio per i Paesi arabi.

Ecco perché Gerusalemme rifiuta qualsiasi ipotesi di tregua, arrivati a questo punto Israele non può fare altro che continuare le operazioni nella Striscia di Gaza, se si fermasse ora senza aver distrutto Hamas il danno politico e strategico sarebbe immenso. Quasi certamente tutto questo è stato previsto e pianificato da mesi (come lo stesso Olmert ha confermato) proprio in configurazione anti-iraniana, ma tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, che in questo caso è un mare di sangue innocente, un mare di sangue che sta facendo mobilitare le masse arabe persino contro i loro stessi Governi, accusati di immobilità e addirittura di tradimento della causa araba, e rende Israele invisa alle popolazioni occidentali che hanno di fronte agli occhi il terribile scempio di Gaza e i tanti morti innocenti.

Un fatto è certo, la guerra tra Hamas e Israele ha motivazioni molto più grandi di quelle dichiarate da Gerusalemme, motivazioni che come sempre prevedono il sacrificio di innumerevoli vite palestinesi, storicamente considerati carne da macello per gli interessi di tutti, arabi, israeliani e adesso iraniani.

Il Prof. Ismael Hossein-Zadeh, riporta nel suo articolo in calce, Behind the Plan to Bomb Iran, 'Dietro i piani del bombardamento in Libano', la seguente considerazione:
'Le linee guida dietro ai piani di guerra dei 'neocons' americani non devono essere cercate nel grande discorso della difesa della democrazia o degli interessi nazionali ma negli interessi particolari e nefandi, camuffati attentamente dietro la denominazione di interessi nazionali. Questi interessi speciali sono affari lucrosi e dividendi stratosferici provenienti dalla guerra e dal militarismo. Essi includono sia gli interessi economici (famosi come alleanza militare-industriale) sia gli interessi geopolitici (associati fortemente ai gruppi Sionisti che programmano il "Grande Israele" nel Medio Oriente, o lobby israeliane).
…Come i potenti beneficiari dei dividendi di guerra vedono la pace e la stabilità internazionale ostile ai propri affari ed interessi, così anche gli estremisti Sionisti proponenti la linea-dura del "Grande Israele" percepiscono la pace tra Israele ed i suoi vicini arabi pericolosissima per il controllo della "Terra promessa di Israele." La ragione di questa paura della pace è che, secondo un numero notevole di risoluzioni ONU, per pace si intenderebbe il ritorno di Israele ai confini pre-1967; ovvero, il loro allontanamento dalla West Bank e dalla striscia di Gaza.
Le strategie remote dell'alleanza USA-Israele, che da tempo, sin dall'11 settembre 2001, sta pianificando un progetto per un 'proprio Medio Oriente', come affermato da Condoleza Rice nel suo recente viaggio in Europa.


Proprio ieri, 5 gennaio, giunge notizia che gli Stati Uniti avrebbero intenzione di ostacolare qualsiasi iniziativa araba tesa a far assumere al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite un ruolo nella crisi di Gaza. Lo hanno rivelato fonti dell'Onu, citate al quotidiano israeliano "Haaretz", secondo cui l'ambasciatore americano al Palazzo di Vetro, Zalmay Khalilzad, avrebbe ricevuto esplicite istruzioni dai suoi superiori al dipartimento di Stato per fare in modo che non passi la proposta del blocco arabo di assegnare al Consiglio di Sicurezza un ruolo di arbirto ufficiale della crisi. Queste rivelazioni arrivano mentre i ministri degli Esteri di alcuni Paesi arabi sono impegnati negli ultimi negoziati per mettere a punto una risoluzione per il cessate il fuoco, che vorrebbero portare al voto domani.

L'ONU è sempre meno credibile e queste affermazioni sottolineano l'incompatibilità del suo obiettivo di sempre: "La PACE". La pace si ottiene non si ottiene con la guerra, a volte è necessaria si, ma se si rifiuta il dialogo, specialmente con i paesi arabi, non ci sarà mai un segnale positivo. Questo lo sa bene sia l'ONU che gli americani che gli arabi. Se la proposta fatta dagli arabi era troppo unilaterale e negava i diritti di Israele, si faceva un compromesso, non la si rifiutava di punto e in bianco. Evidentemente la pace non serve subito. Si deve ottenere qualcosa e poi l'arrestarsi dell'avanzata di Israele potrebbe interpretarsi come una resa. Le trattative vanno avanti...ma i morti pure. Vale più la vita di una sola persona o del tempo per approfondimenti, tempo per far crescere il prezzo del petrolio e per la vendita di armi?
Prepariamoci ad assistere al peggioramento della situazione e, soprattutto, a vedere scorrere un mare di sangue innocente, israeliano e palestinese.

domenica 6 luglio 2008

Zapatero: via tutti i crocifissi dai luoghi pubblici


Addio ai funerali di Stato cattolici e ai crocifissi nei luoghi pubblici. Il partito socialista (Psoe) del premier spagnolo José Luis Zapatero, in occasione del suo 37º congresso ha presentato il progetto di riforma della Legge organica sulla libertà religiosa «per la progressiva scomparsa dei simboli e delle liturgie religiose negli spazi pubblici e negli atti ufficiali dello Stato».

Ma cosa avrà Zapatero contro un crocifisso in un luogo pubblico? Ha paura? Mi sbaglio ma questa non è laicità ma laicismo? Perchè vuole sradicare le radici culturali (solo di carattere religioso)? Ponendomi queste domande, ho fatto delle ricerche e ho scoperto un particolare interessante che potrebbe dare delle risposte.

Ricardo de la Cierva, ex ministro, ma sopratutto storico e studioso della Massoneria indica in Zapatero un politico massone ed espone la coincidenza della politica del governo spagnolo con i dettami delle Logge. Spiega di essere « documentato» , anche se non vuole rivelare la propria fonte. Allora cita prove dal punto di vista morali: << Questo è un governo massonico come il Gruppo Prisa è un gruppo massonico. Una coincidenza voluta: questi ultimi sono gli editori dell'emittente Canal , che l'anno scorso, in coincidenza con il Natale, aveva mandato in onda la ricetta per cucinare un Crocifisso al forno. Ma concentrano nelle loro mani anche una serie di testate influentissime in Spagna.

Ecco perché De la Cierva porta gli esempi concreti dell'intreccio tra i media e la prassi del Partito Socialista: «La politica ferocemente anticristiana e anticattolica di Zapatero su temi come le relazioni con la Chiesa, il "matrimonio" omosessuale, la riforma scolastica, eccetera, è diretta a sradicare l'influenza della Chiesa nella società. Questa è la massoneria». Aggiunge, indicando proprio nelle Logge uno dei fattori più preoccupanti di divisione della Spagna che, come ai tempi della guerra civile del 1936, «corre un pericolo imminente di disintegrazione» . Anche se, a differenza di settant'anni fa « ora la pace è possibile». Zapatero non sembra accogersene, per quanto si sia «moderato un po', perché ha visto la reazione mondiale dopo la morte di Giovanni Paolo II e l'elezione del cardinale Ratzinger come nuovo Papa.

E, se non bastasse, ha visto come la stampa massonica spagnola si è arresa all'evidenza constatando che Giovanni Paolo II possedeva le qualità che loro stessi venerano: dominio delle masse, profondità spirituale e proiezione universale».
Se non che, alla fase moderata, il premier spagnolo ha già fatto seguire un periodo successivo: il delirio di onnipotenza. Tanto sa che gli è concesso quel che nessuno ha mai osato fare. Da un lato può praticare la tolleranza zero a colpi di fucile contro gli immigrati clandestini a Ceuta e Melilla, dall'altro intavola trattative, anzi un dialogo, con i terroristi dell'Eta, che lo considerano un interlocutore privilegiato per risolvere a modo loro la situazione nei Paesi Baschi, cioè senza abbandonare le armi e non concedendo nulla di più che una tregua armata.

Solo Zapatero se lo può permettere, perché non gli mancano gli appoggi importanti. Quelli in grado, cioè, di costruire il consenso. I poteri forti non legittimati dalla democrazia! .
Leviamo il crocifisso e osanniamo Zapatero...lui può darci delle rispote!!!

giovedì 5 giugno 2008

Perchè la Germania non vuole l'Italia nel 5+2



Il ministero degli Esteri tedesco ha affermato di non favorire il nostro ingresso all’interno del gruppo di dialogo con l’Iran formato dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania. In questo breve articolo cerchiamo di capire brevemente le ragioni di questa mossa.
Con l’affermarsi dell’Iran a livello internazionale e soprattutto con lo sviluppo del suo programma nucleare, la comunità ha cercato di impostare un dialogo con Teheran per evitare che la situazione potesse degenerare. Accortasi presto della sua “illegittimità” , la suddetta comunità internazionale decise di includere la Germania nelle trattative.

La mossa aveva molte ragioni. Innanzitutto, Berlino si era appena opposta duramente alla Guerra in Iraq. Inserendola nelle trattative con l’Iran si sperava di ricomporre la frattura anche perché nonostante il suo tanto sbandierato europeismo, il sogno irrealizzato della Germania era un seggio permanente all’ONU. Invece molti creduloni pensavano che quel seggio sarebbe spettato all’Unione Europea.
La Germania ha fatto capire che non vuole l’Italia nelle trattative. Si badi che la ragione non è razzista. Il timore di Berlino è che elevando Roma al suo stesso livello, le ambizioni tanto europee che internazionali della Germania siano costrette a ridursi.

Già lo scorso anno la Merkel si era detta intenzionata a riavviare il programma spaziale tedesco. Per la cronaca, esso era stato lanciato da Hitler. Sta di fatto che a Berlino continuano a capire molto bene chi sono gli avversari e come eliminarli. La crescita del ruolo dell’Italia implicherebbe una sconfitta per la Germania, in quanto Berlino non sarebbe più il solo Paese ad essere aggiunto al Consiglio di Sicurezza. Di qui, non solo le sue mire all’ONU subirebbero uno schiaffo, ma anche la politica all’interno dell’Unione Europea verrebbe modificata. Ecco perché la Merkel ha sbattuto la porta in faccia a Roma.

Quando si parla di Europa, anziché tifare per il candidato ideologicamente più vicino, dovremmo tifare, come italiani, per il candidato più debole.

Il nostro Paese dovrebbe sviluppare una strategia volta a massimizzare la nostra posizione in Europa, prima, e a livello internazionale, dopo, sfruttando minacce, ritorsioni e alleanze tattiche.
Vedremo se la nostra classe dirigente sarà capace di tanto.

lunedì 2 giugno 2008

A.A. Cercasi urgentemente un fascista



Su tutti i giornali, su tutte le reti, in tutti i dibattiti, sulle strade c'è un continuo fiorire del termine “è fascista”, richiamandosi alla parole d’ordine antecedenti alla Repubblica. Da Verona a Ponticelli, dal Pigneto alla Sapienza, a qualsiasi atto di criminalità e di teppismo viene attribuita senza alcuna esitazione la matrice politica, anche quando gli stessi inquirenti la escludono con decisione. Ma tanto non importa, sono i fascisti, i topi di fogna tornati fuori dalle fogne, perché il centrodestra ha vinto le elezioni.

Soprattutto a Roma, perché lo smacco della sconfitta elettorale, dopo anni e anni di governo della sinistra, è davvero duro da digerire. Negli articoli spesso si omette di dire che i cinque di Verona erano bulli da stadio ventenni e solo per uno di loro sono state provate le idee politiche (ma poi, come si fa a dare del fascista a uno che è nato nell’88?); che a Ponticelli è stato un regolamento di conti patrocinato dai camorristi locali; che nel terribile raid del Pigneto non è stata riscontrata alcuna matrice politica (anzi il "capo del commando" è un guevarista convinto); che alla Sapienza il collettivo degli studenti della sinistra volevano impedire (e ci sono riusciti) che si tenesse un convegno della estrema destra sulle foibe.

Naturalmente la violenza va non solo condannata, ma duramente repressa sempre e comunque. Anche per questo bisognerà che la politica faccia capire subito e senza lasciare spazio ai malintesi che la legalità vale per tutti, delinquenti comuni, italiani, stranieri, destri, sinistri e di centro. Ma voler attaccare sbrigativamente etichette politiche, mutuate fra l’altro da un passato ormai lontano, non aiuta nessuno, se non chi cerca consenso elettorale cercandosi un nemico a mio avviso "inesistente". I criminali vanno descritti come criminali, dargli una matrice politica li mobilita, li fa sentire eroici, li fa sentire di parte, mentre non appartengono a nessuna parte, se non quella dell’illegalità. Tutti i giornalisti, tutti i politici, chiunque cerchi di fare minimamente opinione in questo Paese dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e smettere di cercare di riportarci in un clima di odio di parte, dal quale solo di recente siamo faticosamente usciti.
La sinistra se vuole essere credibile e ottenere un nuovo consenso deve puntare sul futuro, il rinnovamento e cambiamento. Il fascismo è finito, i fascisti non ci sono più da un pezzo...e i comunisti?

giovedì 1 maggio 2008

UN SILVIO ITALIANO MA NON MOLISANO


Berlusconi, eletto in tutte le regioni, ha sciolto la riserva e ha optato per il collegio del Molise alla Camera. Estromette così Quintino Pallante. Non appena si è sparsa la notizia di questa eventualità gli esponenti molisani di Forza Italia hanno cercato di far desistere Berlusconi da tale decisione e di fargli cambiare idea, senza però riuscirci...

Silvio Berlusconi, eletto in tutte le regioni, ha sciolto la riserva e ha optato per il collegio del Molise alla Camera. Estromette così Quintino Pallante. L’ex assessore regionale di An era 3/o nella lista molisana del PdL alle spalle di Berlusconi e del consigliere regionale Sabrina De Camillis. Non appena si è sparsa la notizia di questa eventualità gli esponenti molisani di Forza Italia hanno cercato di far desistere Berlusconi da tale decisione e di fargli cambiare idea, senza però riuscirci. “La scelta del Molise, da parte del presidente Berlusconi, come circoscrizione per la propria elezione a deputato, determinerebbe un indubbio impoverimento di rappresentanza da parte della nostra piccola regione”. E’ l’amaro commento espresso dall’associazione “Forche Caudine” di Roma, lo storico club di rappresentanza dell’emigrazione molisana sparsa per il mondo, alla possibile scelta del leader del Popolo della Libertà del seggio molisano.
“Il Molise, pur governato da anni dal centrodestra, rischia di avere nella maggioranza che governerà il Paese un solo deputato molisano eletto nel proprio territorio, cioè Sabrina De Camillis, cui si aggiunge il molisano Amato Berardi, eletto in America - continua la nota di “Forche Caudine”. Tutto ciò a fronte di ben cinque molisani (Astore, Carlino, Di Giuseppe, Di Pietro e Narducci), i più eletti fuori dai confini regionali, che siederanno sugli scranni dell’opposizione tra Camera e Senato. Ciò dimostra che mentre, da una parte, l’emigrazione (con 72mila iscritti all’Aire rispetto ai 320mila residenti) continua a rappresentare una riserva d’ossigeno per una regione che rischia seriamente la sopravvivenza istituzionale, dall’altra i cittadini molisani assistono impotenti al reiterato uso strumentale del Molise come circoscrizione-cuscinetto per investiture parlamentari di politici esterni al contesto regionale, come già capitato con i senatori siciliani Cinzia Dato ed Enrico La Loggia.
E’ un problema di non poco conto in quanto le riforme strutturali ventilate per la prossima legislatura, dal federalismo fiscale all’abolizione di alcuni enti locali, potrebbero penalizzare proprio le realtà territoriali più piccole e deboli come quella molisana”.
Come molisano mi sento davvero offeso, vittima di un sistema elettorale senza preferenza del candidato. Se noi molisani avremo potuto scegliere i nostri parlamentari, di certo non sarebbe uscito Berlusconi (forse come presidente del consiglio ma non come nostro rappresentante in parlamento).Siamo vittime di questa "porcata" del sistema elettorale e di giochi di partito (e di potere) complessi.

Nella nostra storia regionale abbiamo conosciuto pochi bravi parlamentari (come Di Pietro) ma almeno tutti avevano un requisito fondamentale: - essere molisani .

Sivio Berlusconi è una persona stimabile da molti punti di vista ma questa scelta non si può digerire e vorrei che ci dia una risposta. Non credo che Berlusconi conosca la realtà complessa molisana e dubito che conosca pure un solo paese della provincia. Dubito che abbia il tempo perfino di venirci a trovare.

Caro Silvio, se ce l'hai con Di Pietro, non puoi vendicarti con noi molisani, ti abbiamo dato perfino il nostro appoggio come presidente del consiglio e tu ci ringrazi calpestando la nostra identità. Se è stata una vendetta contro Di Pietro sappi che per noi è lui il vincitore:
- è molisano di nascita e di cultura, pure se parla con errori, fa gli stessi nostri errori grammaticali, propri del nostro dialetto;
- ha lavorato molto bene per il Molise proprio perchè ci conosce e ha il coraggio di farlo;
- inoltre ha scelto il Molise per chiudere la sua campagna elettorale;

Come membro del centro-destra sono amareggiato e chiedo scuasa ai molisani che hanno dato il proprio consenso in buona fede ad un sistema complesso e che probabilmente mai capiranno

mercoledì 16 aprile 2008

Totò e la malafemmina italiana


Negli ultimi giorni il popolo italiano ha vissuto ore di ansia, di paura e di speranza a causa delle politiche. Finalmente abbiamo un nuovo governo con un'ampia maggioranza in grado di governare. La cosa che mi ha fatto esaltare più di tutte è l'esclusione di partiti fanta-ideologici, ricattatori, laicisti (no laici!) e anti-sviluppo.

Ad un certo punto scopro una cosa molto triste, non volevo crederci ma, è la realtà:
In Sicilia hanno eletto Totò Cuffaro senatore!!!!!!!
Salvatore Cuffaro è uscito dalla porta ed è rientrato dalla finestra... O meglio: per Salvatore Cuffaro, costretto a dimettersi da presidente della Regione per essere stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione, si è chiusa una porta e si è aperto un portone. E che portone!
L'ex governatore siciliano, infatti, da Palermo si trasferisce a Roma dove occuperà una poltrona del Senato, che si è ''guadagnato'' grazie al 10% dei consensi ottenuto in Sicilia al Senato.

Ma siamo pazzi!? Ma i siciliani sono ingenui o sono davvero mafiosi (o almeno lo è il 10%)?

L'ex governatore siciliano ha già depositato formalmente al Tar del Lazio il ricorso amministrativo per contestare la legittimità del decreto con il quale il presidente del Consiglio Romano Prodi lo ha sospeso dalla carica dopo la sua condanna a cinque anni di reclusione per favoreggiamento.

L'entusiasmo per i risultati elettorali è calato man mano che venivo a conoscenza dell'accaduto siciliano. Su questo blog c'era un sondaggio che chiedeva quanti condannati sarebbero entrati a far parte del parlamento e il 51% ha risposto più di 10. Tra questi sicuramente c'è un pezzo grosso.

Per chi non conoscesse i precedenti giudiziali di Cuffaro vi invito a leggere cosa c'è scritto su internet, su Youtube o qui sotto (preso da Wikipedia):

Cuffaro ha ricevuto il suo primo avviso di Garanzia per una presunta tangente intascata dall'eurodeputato Salvo Lima nel 1993. L'indagine era partita dalle dichiarazioni di un pentito, che però si rivelarono subito false, in quanto Lima nel 1993 era già morto.

Durante la sua prima presidenza alla Regione Siciliana Cuffaro è entrato, insieme ad altri, nel registro degli indagati per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa nell'ambito dell'inchiesta sui rapporti tra il clan di Brancaccio e ambienti della politica locale.[4] Con gli elementi raccolti, gli inquirenti ritengono che, attraverso l' intermediario Miceli (precedentemente assessore UDC al Comune di Palermo, legato a Cuffaro) e grazie alle talpe presenti nella Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Cuffaro abbia informato Giuseppe Guttadauro, boss mafioso ma anche collega medico di Miceli all'Ospedale Civico di Palermo, e Michele Aiello, il più importante imprenditore siciliano, indagato per associazione mafiosa, di notizie riservate legate alle indagini in corso che li vede coinvolti. Nel settembre del 2005, Cuffaro per questi fatti, negati dall'interessato, è stato rinviato a giudizio per favoreggiamento aggravato alla Mafia e rivelazione di notizie coperte da segreto istruttorio, mentre non è stata accolta l'accusa di concorso esterno. Secondo il GUP è accertato che abbia fornito all'imprenditore Aiello informazioni fondamentali per sviare le indagini, grazie a una fonte non ancora nota, incontrandolo da solo in circostanze sospette, riferendo che le due talpe che gli fornivano informazioni sulle indagini che lo riguardavano erano state scoperte. Nell'incontro, anche una discussione riguardante l'approvazione del tariffario regionale da applicarsi alle società di diagnosi medica posseduta dall'imprenditore. Aiello ha ammesso entrambi i fatti, Cuffaro afferma soltanto che si sia discusso delle tariffe. Il GUP ipotizza inoltre che il mafioso Guttadauro sia venuto a conoscenza da Cuffaro delle microspie, in funzione del suo rapporto con Aiello, sempre per via del contatto con i due marescialli corrotti, in servizio ai nuclei di polizia giudiziaria della Procura di Palermo, uno dei quali è stato l'autore del piazzamento delle microspie. Secondo una perizia ordinata dal tribunale nel corso del processo a Miceli, nei momenti in cui si è scoperta a casa di Guttadauro la microspia, sarebbero state confermate le testimonianze secondo le quali la moglie del boss mafioso ha dato merito a Totò Cuffaro del ritrovamento.[5]

Nel dicembre 2006, Miceli è stato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.[6]

Il 15 ottobre 2007 il procuratore aggiunto del processo a Cuffaro Giuseppe Pignatone ha chiesto 8 anni di reclusione per l'attuale Presidente della Regione Sicilia, per quanto riguarda i seguenti capi d'imputazione:

1. favoreggiamento a Cosa Nostra
2. rivelazione di segreto d'ufficio


Il 18 gennaio 2008 Cuffaro viene dichiarato colpevole di favoreggiamento semplice nel processo di primo grado per le 'talpe' alla Dda di Palermo e condannato a 5 anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici. La Corte non lo ha ritenuto responsabile di aver favorito l'organizzazione mafiosa. Cuffaro assiste alla lettura della sentenza nell'aula bunker di Pagliarelli, e dichiara immediatamente di non essere intenzionato ad abbandonare il suo ruolo di presidente della regione Sicilia. Nel frattempo, la pubblicazione di una serie di foto che lo ritraggono con un vassoio di cannoli, mentre apparentemente festeggia per non essere stato condannato per favoreggiamento della mafia,[9] provoca un grande imbarazzo. [10] Il 24 gennaio 2008 l'Assemblea regionale siciliana respinge la mozione di sfiducia (53 voti a 32) presentata dal centro sinistra. [11] Nonostante il voto di fiducia del Parlamento siciliano, Cuffaro si dimette due giorni dopo, nel corso di una seduta straordinaria dell'Assemblea.


In bocca al lupo Italia!!!!!

mercoledì 9 aprile 2008

La Bindi ha lavorato molto...

A noi Rosy Bindi sta così simpatica che non possiamo non parlare sempre di lei. L’ultima che ha combinato, dopo due anni da ministro della Famiglia in cui non si è segnalata pressoché per nulla, se non una furibonda battaglia sul nulla dei Dico, ha nominato tutti suoi amici nell’Osservatorio nazionale sulla famiglia. L’organismo, voluto nel 2004 dall’ex ministro Roberto Maroni, era nato con lo scopo di fornire studi di settore sulle problematiche inerenti il tema. Sede a Bologna, pochi membri, scelte bipartisan. Bindi ha atteso due anni, e due settimane dalle elezioni, per rendere noti i nomi dei nuovi dirigenti dell’Osservatorio. Intanto ha triplicato le sedi (Bologna, Bari, Roma), nominato 46 membri, di cui “di diritto” i sindaci Nichi Vendola e Sergio Cofferati (noti per le loro lotte a favore di mamme e papà), fatto fuori l’ex direttore Pierpaolo Donati (unanimemente riconosciuto come uno dei migliori studiosi in materie di politiche familiari) e gli esperti dell’università Cattolica di Milano, messo sulla sedia della vicepresidenza Renato Balduzzi, suo consigliere ed estensore della bozza Dico. Non lontane dalla realtà, dunque, le critiche di chi vi vede un «Osservatorio formato Dico» o un «Bindiosservatorio». I nominati, infatti, rimarranno in carica tre anni, e ci pare proprio difficile che con il prossimo governo possano andare d’amore e d’accordo. A guadagnarci solo le famiglie della Bindi. A sudare le famiglie italiane che non possono permettersi nemmeno il lusso di un doppio figlio

In Italia se mantieni due figli ti scalano mille euro dalle tasse. Se finanzi un partito, tremila.

In Italia oggi sposarsi non conviene. Dal punto di vista economico lo Stato (purtroppo) discrimina il matrimonio rispetto ad altre scelte di vita, anche se la Costituzione è molto chiara a tal proposito, dedicando ben tre commi alla sua difesa e sostegno. Il nostro sistema fiscale è un tipico esempio dell’indifferenza dello Stato nei confronti del contributo fornito dalla famiglia al bene comune. La penalizzazione fiscale che essa subisce rispetto ai grandi paesi come la Germania e la Francia è una grave anomalia. In Italia una famiglia composta da 4 persone con coniuge e due figli a carico e il cui reddito è di 25 mila euro paga 1.750 euro di tasse, in Germania 628 e in Francia solo 52. Le differenze sono abissali e accentuate dal confronto con la tassazione di cui è oggetto il single perché, a parità di reddito, chi non ha famiglia paga poco più di chi ha un carico familiare.
Non è certamente equo considerare che la famiglia possa vivere “come se” avesse un reddito disponibile uguale a quello della persona che vive da sola. Senza contare che le spese sostenute per il mantenimento dei figli sono spese che vanno a beneficio della società, perché il primo e principale contributo al bene comune risiede nella procreazione, nel mantenimento e nell’educazione delle nuove generazioni, senza le quali la società si estinguerebbe. Come si sa, l’Italia è afflitta dal deficit demografico molto più che dal deficit dei conti pubblici. Siamo il paese con il tasso di fertilità più basso d’Europa con 1,3 figli per donna, ma anche il tasso di occupazione femminile più basso (il 45,7 per cento). Il fatto che le donne che stanno a casa facciano più figli è sfatato dalla realtà; ad esempio, nei paesi nordici come la Svezia, la partecipazione al lavoro femminile è del 70, 80 per cento e il tasso di fertilità del 2,3 per cento. Da noi una coppia su 5 non ha figli e il 53 per cento delle famiglie ne ha uno solo, anche se molti desidererebbero il secondo. La Francia – regina d’Europa con le sue 800 mila nascite e i 2 figli in media per donna – è considerata la nazione che eroga più risorse per la famiglia e per i figli dedicando il 12 per cento della spesa locale contro meno del 4 per cento dell’Italia. Massima attenzione è data per sostenere il lavoro femminile, come pure per politiche in cui è tenuta in particolare considerazione il ciclo di vita delle persone: la crescita dei figli, specie nei primi anni di vita, la cura degli anziani e dei membri deboli della famiglia. È necessario perciò anche nel nostro paese un notevole investimento in servizi alla prima infanzia e il potenziamento e il sostegno di strumenti che rendano più agevoli e non penalizzanti uscite e rientri nel mondo del lavoro, la modulazione degli orari, l’accompagnamento di carriere, la formazione. Si potrebbe così invertire la tendenza che porta la donna a procrastinare l’età della maternità vedendosi spesso costretta, perché troppo tardi, a dover rinunciare a esaudire questo suo sacrosanto desiderio. Occorre agire su più fronti: dai servizi all’infanzia alle politiche di conciliazione. L’obiettivo alla fine è garantire alle donne una vera libertà cioè di non dover scegliere tra figli e lavoro, ma di poter realizzare entrambi i desideri o, a pari dignità, l’esclusiva cura della famiglia.
L’altra leva fondamentale per sbloccare l’economia e questa “anoressia riproduttiva” di cui l’Italia è malata è senz’altro quella fiscale. Fin dall’inizio della sua attività, il Sidef (Sindacato delle famiglie) ha ritenuto che il problema fiscale fosse di primaria importanza nella formazione e nel mantenimento della famiglia. Sin dall’inizio abbiamo insistito sul fatto che fosse quanto mai necessaria una riforma che commisurasse i redditi e le conseguenti tassazioni ai diversi carichi familiari, il cui peso è determinante per valutare la reale capacità contributiva residua di una famiglia. Per questo abbiamo aderito con entusiasmo nel sostenere la petizione promossa dal Forum delle famiglie che chiede di poter dedurre dal reddito imponibile il minimo vitale annuo necessario per il mantenimento di ogni figlio e familiare a carico, calcolato intorno ai 7.500 euro all’anno.



Il pupo di lusso
Attualmente, invece, riferendosi ad un lavoratore con un reddito di 25 mila euro, se ne spende 15 mila per mantenere due figli, beneficia di un risparmio di imposta di appena 1.000 euro. Se la stessa cifra viene però versata per sostenere un partito il risparmio sale a 3 mila euro. Questo perché i partiti sono considerati un bene sociale importante per un paese, mentre i figli sono considerati un fatto privato: li metti al mondo solo se te li puoi permettere, alla stregua di un bene voluttuario di lusso. Nella petizione si chiede che la deduzione sia possibile a tutte le famiglie e senza tetto di reddito, perché sia riconosciuto un valore e un bene per tutti la procreazione e l’educazione delle nuove generazioni del nostro paese il cui lavoro servirà, tra l’altro, a mantenere la pensione dei single di oggi. In Italia si può detrarre di tutto senza tetto di reddito: la rottamazione delle auto, dei motorini, la ristrutturazione delle case, la palestra e addirittura le mance date ai croupier dei casinò; non così per i familiari o per i figli, non riconosciuti come un bene per la nazione e un patrimonio comune.
In questa battaglia le famiglie sono chiamate ad essere protagoniste. Non ci si può solo lamentare, ma occorre attivarsi, insieme, richiamandosi a questa responsabilità. La petizione è un modo per riportare l’attenzione su un problema che non ha avuto la minima considerazione da parte dell’ultimo governo, nonostante tutte le richieste e le promesse fatte. La nostra proposta non ha solo l’immediato significato di modulare la politica fiscale sulla misura della famiglia anziché su quella dell’individuo singolo, né si presenta solo come un espediente tecnico per sollevare i nuclei familiari dal peso fiscale diventato insopportabile: contiene invece, concettualmente ed operativamente, una rivoluzione culturale che investe la concezione del rapporto tra cittadino e Stato, soprattutto in ordine ad una ridefinizione dei tre capisaldi del sistema e dell’apparato fiscale: la nozione di contribuente, di capacità contributiva, di reddito imponibile.
Anzitutto se contribuente indica chi offre il suo tributo monetario alla comunità in un’ottica di redistribuzione delle risorse a tutti sotto forma di servizi, il porre una quota di deduzione aiuta a mostrare che non esistono nella società solo degli individui singoli, ma che esistono dei soggetti sociali (come la comunità familiare che è il più originario corpo intermedio tra individuo e società) da tutelare allo stesso modo dell’individuo. Perciò la capacità contributiva non può essere determinata come somma dei redditi dei vari membri della famiglia, ma deve essere computata tenendo conto del contributo che la famiglia già offre alla società occupandosi dei soggetti che la compongono, sgravando riguardo a essi lo Stato da oneri assistenziali ed educativi (pensiamo al contributo offerto dall’impegno educativo dei genitori o agli oneri che la famiglia assume in proprio per il mantenimento e la cura dei figli).

Contribuire al bene della società
Da qui la nuova definizione di reddito imponibile, identificato con la deduzione all’origine dal reddito effettivo della quota di mantenimento dei soggetti non economicamente produttivi, dal momento che la contribuzione non coincide con l’applicazione meccanica di un’aliquota progressiva sul reddito tout court, ma deve considerare qual è il reddito veramente tassabile per contribuire alla società. In questo modo, nell’ambito di una futura complessiva riforma del sistema fiscale sarà possibile introdurre strumenti quali il “quoziente familiare” che abbiano alla base, come soggetto imponibile, non più l’individuo, ma il nucleo familiare.
Il valore pedagogico delle leggi è enorme, gli effetti di audaci politiche familiari, come una vera riforma fiscale per la famiglia che tutti attendono, saranno apprezzati nel lungo termine, ma non si può sperare che l’Italia cresca senza ridare centralità alla famiglia come soggetto sociale.

*presidente del Sindacato delle famiglie

lunedì 25 febbraio 2008

Veltroni : predica Berlusconi...razzola Prodi



Chiunque legga i 12 punti del programma presentato da Veltroni si trova nella irritante condizione di pensare: ma Walter ci è o ci fa? Dice tutto il contrario di quanto ha fatto il governo Prodi, ma chi ha governato con lui? La fata Turchina? Di che partito sono i ministri che ci hanno (s)governato se non del PD? Mi sbaglio o nel PD di innovativo c'è solo il nome del partito?

Veltroni pretende di convincerci che (al contrario di quanto ha fatto il governo Prodi) ridurrà le tasse, che (al contrario di quanto ha fatto il governo Prodi) aumenterà la sicurezza nelle città, che (al contrario di quanto ha fatto il governo Prodi) non farà altri indulti e affermerà la certezza della pena, che (al contrario di quanto ha fatto il governo Prodi) risolverà il problema dei rifiuti di Napoli, farà la TAV, renderà gli italiani felici eccetera eccetera eccetera?

Berlusconi dice: Veltroni copia il nostro programma. Apparentemente è così, tutte le idee più forti sono prese dal programma della CdL del 2006. Ma la differenza profonda e incolmabile tra la proposta politica di Veltroni e quella di Berlusconi sta nella coerenza delle cose che si dicono e nella credibilità di chi le dice: Berlusconi (non per difenderlo) quelle politiche liberiste le ha realizzate quando è stato al governo, Veltroni le ha sempre contrastate con forza, in Parlamento e nelle piazze.

Berlusconi lo si può criticare per tante cose ma il programma con gli italiani lo ha rispettato in larga parte. Le 180 pagine del programma di Prodi e compagnia dove è finito? Nella raccolta carta? O si sono sbagliati anche bidone e il programma è finito nella raccolta indifferenziata?

Elettori non scordatevi una cosa: Si scrive Veltroni ma si legge Prodi: questa è la morale.


Questo modo di fare politica è tutto tranne che nuovo, anzi, sa di vecchio, di ammuffito, di prima repubblica. Non convince e non può convincere. O almeno non dovrebbe: il dubbio è che molti cittadini elettori abbiano ormai perso il gusto e l’olfatto, che basti un po’di televisione e il gioco è fatto, il senso di vecchio è coperto e l’elettore è fregato.

Confidiamo nel fatto che gli italiani non si faranno fregare. Confidiamo negli strumenti di informazione che hanno ancora la dignità di non piegarsi al conformismo culturale di una sinistra intollerante e truffaldina.

mercoledì 2 gennaio 2008

Libera informazione ? Fotografia dell'Italia

Esistono cittadini di classe A, sono capitani coraggiosi, capitalisti senza capitale che, insieme alla "casta" politica, occupano l'intera fotografia.
A seguire quelli di classe B, sono quelli che trovano certi vantaggi e spazi di movimento, occupando quadri della fotografia con il partito politico, generando utili ad entrambi, e solo a loro.
In basso, i cittadini di classe C, quasi tutti, lavorano, producono reddito e ricchezza, pagano esose tasse, ma servono a mantenere lo sterile gioco della democrazia, invisibili e non-esistenti.
Beppe Grillo, ha dato voce agli invisibili, sostituendosi alla dialettica politica che non c'e'.
Al contrario, tutto intorno c'e' un silenzio assordante, imbarazzante per coloro i quali osservano il nostro Bel Paese dall'estero.
Pochi esperti lo avevano annunciato anni prima: il declino e la fine della "carta stampata". In Italia, tale viene mantenuta con la bombola di ossigeno accanto (finanziamento pubblico all'editoria). Senza questi finanziamenti, i giornali e giornalisti, ne avrebbero di "testate" da tirare.
Il fenomeno "Rete", "villaggio globale", inizia a far preoccupare i Signori come Luca di Montezemolo, quando esortava la stampa cartacea, dando del parassita a quella in Rete.
A differenza dei rossi e risoluti colleghi politici cinesi, gli italiani risultano troppo impegnati a modificare colori, nomi, dando nuovi look a partiti politici fiammanti, posizionarsi sulla scacchiera, trovare accordi e via dicendo. Pertanto sono sudaticci e distratti, non tengono dietro ai tempi moderni.
Ecco che il "potere" si esercita sugli "oggetti dei desideri "di un tempo, la carta stampata e la tele-radiofonia.
La Rete ancora non la conoscono, per fortuna. Sono rimasti ai tempi di Benito Mussolini. Ad esempio, "l'ordine dei giornalisti" una buona cosa voluta dal Duce, roba cosi' buona che ho tentato invano di spiegarmi le ragioni della sua esistenza.
Una volta erano felici (i cittadini) -almeno cosi' sembravano i nostri padri- anche se erano un numero, quello del conto corrente bancario, adesso invisibile.
Bertinotti si agita tutto. Inizia in una dissertazione delle sue, in un elegante frac. Il tema da lui favorito, il "garantismo". Un tema la privacy e la libera informazione, che –guarda caso- ancora oggi, non trova in Italia una conformita' giuridico-legislativa. Per il Presidente Bertinotti, quello che "non e' scritto " non si puo' fare. Tante cose non si possono fare, compresa la libera informazione, senza veline, censure reali.

Bertinotti, non sara' strano che sui giornali finiscono solo intercettazioni di Berlusconi? Cosa vorra' dire? Che solo Berlusconi e' l'uomo delle compravendite di tutto, anche di senatori? Clemente Mastella sarà San Francesco d'Assisi? La moglie di Dini è una persona d'onore? D'Alema cosa avrà sotto i baffi? Fassino come fa a rimanere in piedi? Aldo Patriciello costruisce palazzi perchè è un bravo imprenditore? La mafia è un gene del nostro sangue che non riusciamo ad individuare l'antidoto? Bertinotti, per favore, salvi il popolo italiano da ogni censura che quotidianamente soffoca il diritto, la legalita', la conoscenza di questo Paese. Presidente Bertinotti,da buon compagno, grazie in nome del popolo italiano. A tutto il parlamento: baciamoci le mani....

giovedì 8 novembre 2007

Sicurezza, le bugie della sinistra sulla Bossi-Fini

di Alfredo Mantovano

Di fronte al tragico fallimento della politica per la sicurezza del Governo Prodi da Sinistra c’è perfino chi ha la sfrontatezza di dire che è “colpa” della legge Fini-Bossi e che è “colpa” del Governo Berlusconi, che non ha provveduto alla moratoria sulla libera circolazione delle persone provenienti dalla Romania.

Inferior stabat agnus… verrebbe da dire. Forse è il caso di ricordare che la legge migliore dà i risultati peggiori se la sua applicazione viene sabotata da chi ha il dovere di rispettarla e se l’azione di Governo si muove nella direzione opposta a quanto è previsto dalla legge.

Da quando Prodi governa e Amato è ministro dell’Interno, costoro:

1. Hanno chiuso tre Cpt per l’identificazione dei clandestini (a Ragusa, a Brindisi e a Crotone). Questo vuol dire che sono state ristrette drasticamente le espulsioni effettive: se si riducono i luoghi nei quali è possibile l’individuazione al fine della restituzione nel paese di origine, i clandestini restano in Italia e si consolida la convinzione che non è possibile procedere alle espulsioni (quindi, ne arrivano altri);

2. Hanno ampliato i ricongiungimenti, andando molto oltre il nucleo familiare e precludendosi la certezza dell’identità; a parte coniuge e figli, come si fa a stabilire che vi è un rapporto di parentela quando si ha a che fare con Stati nei quali non esiste neanche l’anagrafe?

3. Hanno eliminato il visto d’ingresso per i soggiorni brevi, sostituendolo con una semplice autocertificazione. Dunque, non si sa con sicurezza chi è colui che viene per il periodo di tre mesi, ma si sa con certezza che resterà in Italia dopo i 90 giorni senza alcuna conseguenza;

4. Hanno usato il decreto flussi 2006 come sanatoria fittizia per i clandestini che già c’erano, piuttosto che come strumento per far arrivare i regolari dai Paesi di origine;

5. Hanno adottato norme per l’asilo che sono lo strumento per far entrare chiunque;

6. Non hanno varato la moratoria sulla libera circolazione di persone dalla Romania;

7. Non applicano la direttiva UE n. 38/2004 sulla espulsione dei comunitari che non hanno un reddito lecito.

E’ disonesto dire che tutto questo deriva dalla Fini-Bossi. E’ altrettanto disonesto dire che molto sarà risolto dal decreto legge varato dal Consiglio dei ministri due giorni fa. In realtà, quel decreto è poco più che nulla: si limita a spostare i fascicoli delle espulsioni dal tavolo del ministro dell’Interno al tavolo dei prefetti.

In Parlamento sarà necessario presentare emendamenti al decreto medesimo, tesi a eliminare le disposizioni lassiste appena elencate, introdotte arbitrariamente in contrasto con le direttive UE (pur col pretesto di darne attuazione). In quel momento si vedrà chi fa lo sciacallo!

giovedì 1 novembre 2007

Il triste spettacolo di un governo in fuga da se stesso

Quando Prodi e il suo governo hanno preso il timone del paese sapevamo che non ci sarebbero piaciuti. Conoscevamo in anticipo il sapore della zuppa che ci avrebbero somministrato: tasse, prediche anti-evasione, una politica estera irenista e codina, un po’ di zapaterismo de’ noantri, sindacalismo a iosa e una buona dose di revanchismo anti-berlusconiano come condimento.

Quello che non potevamo aspettarci a un anno e mezzo dalle elezioni è invece il completo stato confusionale del governo e delle forze che lo sostengono, la sensazione di una compagine allo sbando, arresa al peggio e senza alcuna capacità di recupero.

Non c’è traccia, a solo un anno e mezzo da quella mezza vittoria, di quel minimio di affidabilità, di “saper fare”, di senso delle istituzioni, di cui i vincitori si vantavano ampiamente e che in genere si era disposti a concedergli.

A guardare il campo di battaglia parlamentare di questi giorni, dalla batosta in Commissione di Vigilanza, alle sconfitte a ripetizione nei voti al Senato sulla finanziaria, viene davvero da chiedersi chi ci sia alla guida. Che fine hanno fatto le intelligenze sopraffine di cui il centro-sinistra si considera esclusivista? Dov’è Massimo D’Alema; a che pensa Piero Fassino; cosa medita Giuliano Amato; come si sente Tommaso Padoa Schioppa; che cosa ha in testa Romano Prodi; a che gioco gioca Veltroni? E tutti gli altri cavalli di razza: Bersani, Letta, Rutelli, Parisi, Marini, che dicono, che fanno?

Non ce n’è uno che sembri avere un’idea, che azzardi un colpo di timone, una manovra per salvare il bastimento. Sono tutti già in lotta per accaparrarsi le scialuppe e trovarsi con le mani libere da colpe e responsabilità quando tutto andrà a fondo.


Gli italiani che hanno votato per l’Unione, magari in fuga dall’improvvisazione e dalla poca dimestichezza del centro-destra, oggi non credono ai loro occhi e i 5 anni di Berlusconi trasfigurano nella memoria come un culmine di buon governo. Ho amici di sinistra che sarebbero pronti a rivalutare anche la legge Gasparri, per non parlare di quelle Castelli, Moratti o Maroni.

Quello che più colpisce in questo disastro quasi più umano che politico è l’uomo nuovo, Walter Veltroni. Colui che doveva planare come un’ala salvatrice sulla tempesta e rischiarare la rotta. Invece è lì che cincischia, che non sceglie, sempre incerto tra la via più facile e quella più conveniente. Vuole e disvuole, dissimula: dice di non voler votare con questa legge elettorale ma intanto fa i conti per capire quanti uomini suoi può piazzare con le liste bloccate e quante regioni può recuperare con il premio regionale del Senato. Preferisce perdere senza colpe che tentare una vittoria mettendosi in gioco. La sua totale indecisione fa sì che oggi un autorevole quotidiano gli attribuisca un asse con Bertinotti per il governo istituzionale e un altro – altrettanto autorevole – lo descrive alleato di Prodi per il voto subito.

Intanto la maggioranza perde pezzi, va sotto un voto sì e uno no, sempre in attesa dello scivolone decisivo che travolga tutto. Il dopo-Prodi è già cominciato, e si galleggia in un limbo comatoso e malinconico. Tanto che la spallata dell’opposizione oggi è sembra attesa come il pietoso intervento di chi pone fine all’accanimento terapeutico.

Dicono che Berlusconi aspetti solo il momento giusto per calare il suo poker d’assi e assestare il colpo di grazia al governo. Quel momento sembra arrivato e gli stessi che ieri lo accusavano di bluffare oggi sperano che sia tutto vero.

di Giancarlo Loquenzi

sabato 20 ottobre 2007

Islamizzazione silente

Due settimane fa Abdelmajid Zergout, è tornato a guidare le preghiere della comunità mussulmana di Varese. A maggio, dopo esser stato riconosciuto appartenere al gruppo radicale islamico combattente marocchino, Zergout era stato prosciolto dalla Prima Corte d'Assise di Milano per una serie di vizi formali. Sottoposto a provvedimento urgente d'espulsione, sulla base del decreto Pisanu, era rimasto in libertà grazie al ricorso presentato dal suo legale rappresentante avanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo. L'imam, accusato di associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale (come peraltro sottolineato dalla stessa sentenza delle Corte «mostra una chiara adesione alla ideologia islamica fondamentalista, raccoglie denaro per la causa comune, ed esalta la lotta all'infedele attraverso il jihad ») è, dunque, nuovamente libero di predicare odio e intolleranza sul suolo italiano, sfruttando la democrazia occidentale per far apologia di terrorismo.

Il ministro degli Interni, che pure avrebbe avuto la facoltà di espellere il terrorista (coinvolto a vario titolo nella strage di Madrid) ha mostrato, allora, un chiaro atteggiamento di negligenza e d'indifferenza, tendente quasi a sottrarre gravità alla questione fondamentalista-islamica. Insomma, il governo ha disatteso alla principale responsabilità che imporrebbe «di predisporre un piano capace di contrastare razionalmente la strisciante avanzata integralista sui diversi fronti di battaglia», condannando i cittadini alla paura.

Il forte relativismo culturale delle sinistre ha, ormai, prodotto l'abbattimento dei limes fisico-culturali contribuendo ad agevolare un graduale ed inesorabile sgombero di ideali, innestato in virtù di un progetto disomogeneo di pluralismo ed integrazione, privando radicalmente gli stessi cittadini della capacità di far valere il più basilare diritto alla sicurezza, condannandoli, insomma, a subire il disegno integralista dell'Ummah globale. Dunque, l'inerzia della politica italiana sta favorendo, nei fatti, la dilagante offensiva islamista: l'esecutivo tende ancora a sottovalutare la forte componete anticristiana ed antioccidentale di cui si compone la propaganda fondamentalista, auspicando, all'inverso, un ingenuo tentativo di dialogo fra popoli e culture, impossibile sintesi tra valori europei ed il mondo arabo.

Il paradosso è più che evidente: ad agosto il Cesis aveva rilevato la formazione di una cintura ultrafondamentalista in tutto il Nord Italia «con la tendenza a realizzare un coordinamento nazionale e transnazionale». Un dato preoccupante che s'aggrava ancor più se messo in relazione alla straordinaria crescita del numero dei luoghi di culto islamici in Italia: dai 696 del dicembre 2006 ai 735 censiti lo scorso maggio 2007. Eppure, la reticenza delle istituzioni potrebbe, un giorno, mettere in pericolo le nostre stesse libertà fondamentali, condannandoci a divenire dissidenti o clandestini nel nostro stesso Paese.

articolo di Alexandra Javarone - 20 ottobre 2007. Ragionpolitica.it

lunedì 8 ottobre 2007

Immigrazione : PROBLEMA e RISOLUZIONE


Difficile parlare di extracomunitari senza essere attaccato dalle solite critiche giustificazioniste. Nessuno può negare che non se ne può più! Ci stanno invadendo e, parafrasando un vecchio slogan leghista sono diventati "padroni a casa nostra" grazie anche ai nostri governanti che se li coccolano e gli fanno pure le leggi a favore. Si parla in questi giorni di prostituzione minorile e non, maschile e femminile, clonazione di carte di credito, furti in appartamenti, di auto e motorini, violenze sessuali e tutti i crimini comuni. Nella capitale il 75,5 % dei crimini sono commessi da rumeni. Dichiara Adriana Spera, capogruppo al Comune di Roma del Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea: "Una 'integrazione ragionevole', che persegua sostanzialmente alcuni importanti obiettivi: l'integrita' ed i diritti della persona, l'integrazione, la pacifica convivenza, che portino ad una convivenza sociale nella quale nessun gruppo percepisca l'altro come una minaccia" . Basta con questi discorsi scontati e che non danno risposte concrete ad un paese che, ora come mai, il tema della sicurezza è diventato all’ordine del giorno. La gente non si fa più scrupoli ad ammettere che ha paura. La paura quando diventa insostenibile genera in ribellione, se non trova risoluzioni in violenza, in questo caso anche in razzismo. La storia ne fa carta. In Slovenia dilaga la rivolta razzista anti-rom. Scenari inquietanti per un Paese che nella prima metà del 2008 presiderà l'UE. Per sensibilizzare l'opinione pubblica su questo problema, in novembre scorso ha avuto luogo una marcia, che partendo da Lubiana, ha toccato anche Trieste e Monfalcone. Ad Ambrus c'è stato sabato scorso il primo caso di violenza, con in prima fila la testa insanguinata di un contestatario locale che assieme ad altre centinaia di compaesani bloccava le strade impedendo alla polizia l'accesso all'insediamento rom. Ogni ipotesi di insediamento dei rom, in qualsiasi parte del paese, persino a Lubiana, porta in strada le cosiddette "vaške straže" la cui simbologia politica rievoca direttamente il collaborazionismo filonazista nella seconda guerra mondiale.

Quando si sono aperte le frontiere dell’UE a Bulgaria e Romania nel 2007, gli stati già membri come Austria, Inghilterra e Germania, diligentemente hanno provveduto subito a respingere l’attacco, limitandone gli ingressi in base al fabbisogno del mercato.
Il nostro governo come al solito, dalla mafia agli extracomunitari, sembra in letargo ogni volta che si presenta un’emergenza.
Ora è tardi per affrontare il problema ma, in un modo o nell’altro, va attenuato. Fa strano sentirlo ma siamo in una vera è propria emergenza sicurezza. Delle soluzioni concrete e drastiche possono essere oggetto di vittorie elettorali. Per non essere retorico come le persone che fino ad ora ho criticato vorrei proporre delle soluzioni, sicuramente discutibili:

- Anche se membri dell’UE, ogni cittadino straniero che ha commesso almeno due crimini comuni o un crimine grave, all’interno del territorio italiano verrà espulso;
- Con appositi accordi, gli stati stranieri devono assicurare il controllo delle frontiere e se corrotti , una clausola permetterà il controllo delle frontiere da personale militare italiano ;
- I centri di accoglienza devono essere sorvegliati da personale militare per evitare fughe ;
- Lo stato italiano deve fare campagne pubblicitarie, o meglio, campagne preventive negli stati con maggior affluenza immigrati, mostrando che l’arrivo al nostro paese costa la vita, che le donne le fanno prostituire e non lavorare…


Queste proposte sono buttate così sul tavolino, senza vedere i limiti legali e senza essere stati discussi. Occorrerebbe organizzare un tavolo sulla sicurezza x confrontarci almeno noi Cdl e cercare di trovare una soluzione o almeno un paliativo al problema. Una volta trovate le soluzioni bisogna ottenere il consenso di qualche partito della maggioranza per approvarlo, dato che, se si lascia far a loro, tra comunisti e radicali… si dovrà fare una nuova legge sull’indulto perché oramai i carceri saranno pieni.

Nicola Santoro
( Sanmolis )

giovedì 27 settembre 2007

Intercettazioni, la Giunta salva D'Alema e molla Fassino


Massimo D'Alema si salva. Gli atti su Unipol che lo riguardano, cioè le telefonate in cui diceva a Consorte "facci sognare", dovranno andare all'europarlamento perché le intercettazioni possano essere utilizzate.

Piero Fassino e l'azzurro Salvatore Cicu invece dovranno farsene una ragione: i loro colloqui con Consorte e gli altri indagati della scalata alla Bnl potranno essere utilizzati anche come prova per successive incriminazioni per concorso in aggiotaggio e insieder trading. Oggi pomeriggio alle 17, dopo mesi di interminabili discussioni, la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati è finalmente arrivata a una prima decisione: per il ministro degli Esteri si sono dichiarati incompetenti, per Fassino e Cicu, no. Alla fine il giochetto di rimandare tutto l'incartamento alla Forleo, che sembrava la logica conclusione del tutto solo la settimana scorsa, non è passato perché in giunta si è messo di traverso il commissario Federico Palomba dell'Italia dei valori, minacciando sfracelli per conto di Di Pietro. Così alla fine il coniglio dal cilindro tirato fuori da qualche anonimo e solerte funzionario della giunta lo scorso mercoledì non ha avuto l'effetto di trascinamento previsto. E se D'Alema può tirare un ampio respiro di sollievo, Fassino e Cicu già dai prossimi giorni potrebbero dovere avere a che fare con carta bollata, avvocati e avvisi di garanzia.

L'organismo di Montecitorio si era già riunito alle 9 di mattina per un'ora, poi, dopo una sosta è tornato in conclave alle 14,15. Nella seduta di questa mattina era intervenuto Elias Vacca, relatore per la posizione del ministro degli Esteri. Praticamente alle 14 però era già tutto deciso, ma in giunta sono saltati fuori i garantisti di entrambi gli schieramenti e c'è stato un braccio di ferro tra chi voleva ridare alla Forleo tutto o solo il fascicolo di D'Alema. Alla fine per ragioni di immagine, o di casta, ha prevalso questa seconda linea e adesso già oggi la Camera potrebbe decidere se avallare o meno questa scelta.

Un particolare curioso che però rivela come ormai il mondo dell' "informazione fai da te" superi in tempismo quello del giornalismo: due giorni fa su un blog della piattaforma "fainotizia" di radioradicale.it era apparso il post di uno che si fa chiamare "lineagotica" che anticipava il cambio di strategia della giunta e che diceva di averlo saputo a un festival dell' Unità a San Piero in Bagno.

Più precisamente dall'onorevole dell'Ulivo Sandro Brandolini che avrebbe anticipato al blogger le intenzioni della giunta di concedere le autorizzazioni per le telefonate in cui è coinvolto Fassino ma di avere dovuto lottare non poco per vincere le sue ovvie resistenze. Secondo l'estensore del post intitolato "Forse autorizzano l'intercettazione relativa a D'Alema! indiscrezione ricevuta da un Deputato dell'Ulivo" (in realtà hanno autorizzato quella per Fassino, ndr), il deputato in questione gli avrebbe parlato di guerre intestine al partito nel caso Unipol e di strenua resistenza del segretario dei Ds alla tendenza oramai attuata di sacrificare lui per salvare Fassino si è dovuto rassegnare. E domani sarà l'aula a decidere della sua futura carriera politica. Come se non bastasse l'incognita del Pd.

Ora i politici strepitano: che vergogna la pubblicazione delle telefonate! Il problema sono le intercettazioni, non quello che i politici nelle intercettazioni dicono. Ora proveranno a fare una legge per blindarsi dentro il Residence della Politica

martedì 25 settembre 2007

"L’Europa fermi il sistema coop"


Intervista esclusiva a Bernardo Caprotti che presenta il suo dossier-denuncia sull'intreccio di potere fra Legacoop e politica.

Milano, 22 settembre 2007 - La concorrenza, per Bernardo Caprotti è un valore irrinunciabile. In particolare nella grande distribuzione, anello di congiunzione fra i consumatori e il mondo della produzione. E’ proprio sul concetto di concorrenza che il patron di Esselunga ha introdotto cinquant’anni fa, insieme a Nelson Rockefeller, i supermercati in Italia, abbattendo i prezzi degli alimentari anche del 20 o del 30% ovunque comparisse la sua grande esse. «Ma ci sono alcune zone d'Italia — accusa Caprotti in questa intervista esclusiva, la prima concessa a un quotidiano, la terza in tutta la sua vita — dov’è difficilissimo esercitare la concorrenza, semplicemente perché non ti permettono di entrare. In questi territori i prezzi sono molto più elevati che altrove, grazie a un monopolio esclusivo e inespugnabile».

Sono le zone a dominanza Coop. Nel suo libro «Falce e carrello», l’imprenditore brianzolo, 82 anni, denuncia le gravi distorsioni esistenti in Italia a favore delle cooperative, di cui è stato vittima e testimone nei passati decenni. Distorsioni talmente vistose da portare la Commissione Europea a promuovere accertamenti ufficiali e a chiedrgli una sua testimonianza.

Che cosa le ha detto Neelie Kroes, la commissaria europea alla Concorrenza?

«Era molto interessata. Con oltre 50 miliardi di euro di fatturato, il 3% del Pil, il gruppo Legacoop è la terza impresa italiana, dopo Eni e Fiat. Domina un quarte del mercato della grande distribuzione. Dà lavoro a oltre 400mila persone. E’ presente in Borsa con alcune società, fra cui Unipol. Insomma, non sono certo dei poveracci. Eppure godono di vantaggi fiscali inauditi: basti pensare che l’imposta sugli utili societari (Ires), incide sull’utile lordo delle Coop solo per il 17%, contro un’incidenza del 43% sull'utile lordo di una società non cooperativa come l’Esselunga. Una differenza di 26 punti percentuali. E’ proprio questo divario ingiustificato che ha fatto rizzare le orecchie alla Commissione Europea».

Lei crede che ci sarà una procedura d'infrazione?
«Mi sembra plausibile. La Commissione ha già inviato a Palazzo Chigi una lettera dove si chiede conto del regime agevolato di cui godono le nove maggiori cooperative. La contestazione principale riguarda proprio il fatto che, a differenza di altre imprese, le Coop non pagano le tasse su buona parte degli utili. A Bruxelles sospettano che anche la nuova normativa configuri un aiuto di Stato, vietato dai trattati europei. La richiesta non rappresenta ancora l’apertura di un’inchiesta formale, ma è il passo preliminare per permettere alla signora Kroes di decidere se farla partire».

Da dove deriva questo trattamento di favore per le Coop?

«Gli intrecci fra gli affari e la politica cui ho assistito in tutti questi anni sono talmente estesi, che non potrebbe essere altrimenti. Giuliano Poletti, presidente di Legacoop, è stato segretario del Pci a Imola. Turiddo Campaini, presidente di Unicoop Firenze, era consigliere comunale dei Ds a Empoli. Pierluigi Stefanini, oggi presidente di Unipol, è stato segretario del Pci bolognese, presidente di Legacoop a Bologna, oltre che membro del comitato scientifico di Nomisma, il centro di studi economici fondato a Bologna nell’81 da Romano Prodi. Ma questi sono solo pochi esempi. Se ne potrebbero fare a decine. Decine di personaggi che si sono messi regolarmente di traverso, sostenuti dagli enti locali, tutte le volte che ho cercato di aprire dei supermercati nelle ‘loro’ zone. Con grande efficacia».

In pratica, un sistema impenetrabile. Ma allora, perché non ha mollato?

«Sono molto testardo. Hanno tentato in tutti i modi di farmi vendere, ma non ci sono riusciti. Aldo Soldi, presidente dell’Associazione nazionale cooperative consumatori (Ancc-Coop), si è fatto interprete più volte di questa aspirazione. Non per profitto, per carità! Solo per difendere il sistema produttivo italiano, specie quello agroalimentare, dal pericolo di una vendita di Esselunga a un acquirente straniero: un supermercato straniero, sosteneva Soldi, tenderà a vendere prodotti stranieri. Assunto completamente smentito dai fatti. Basta fare un sondaggio, per scoprire che i prodotti alimentari stranieri hanno la stessa incidenza sugli scaffali di tutta la grande distribuzione italiana, da Carrefour a GS, da Auchan a Esselunga. Stranieri o italiani non fa differenza. Soldi è arrivato a dire che le Coop si sentivano in ‘diritto-dovere’ di comprare Esselunga, per difendere le piccole imprese alimentari italiane! Ma questa campagna in piena regola è stata talmente insistente che alla fine hanno ottenuto l’effetto contrario».

Quando?
«Credo che il colpo definitivo l’abbia dato proprio Romano Prodi, nel febbraio 2006. Di fronte all’incalzare delle Coop e all’età che avanza qualche interrogativo me l’ero posto, nell’estate del 2005. Ma Prodi, durante una puntata di Porta a porta è andato oltre i limiti, enunciando in campagna elettorale l’obbligo per il governo di ‘mettere insieme’ Coop ed Esselunga. In qualche modo: quale, non si sa. Ha detto proprio così. ‘Abbiamo le Coop, c’è ancora l'Esselunga’. E ha continuato: il governo ‘le può mettere assieme, può aiutarle a fare una politica perché stiano assieme’. Non credevo alle mie orecchie. Grazie a Prodi, sono ancora qui. E ho tutta l’intenzione di restarci».

Allora non è vero che vuole vendere a Tesco?

«Non ci penso nemmeno. Potrei vendere soltanto a un acquirente coerente con la filosofia dell’Esselunga. E Tesco non sarebbe coerente, ha un approccio completamente diverso, quasi da discount».

C’è qualcuno a cui venderebbe volentieri?

«I supermercati americani Wegmans mi piacciono molto e anche gli inglesi di Waitrose, ma non ho mai avuto contatti con loro. Vendere non è obbligatorio».

Ma se ne parla. Lei ha una certa età e suo figlio Giuseppe è uscito dall’azienda nel 2004, dopo un tentativo fallito. Le figlie Violetta e Marina, a loro volta, non sembrano interessate. E quindi?
«C’è l’ipotesi della quotazione, seriamente considerata ma mai studiata a fondo. Potrebbe essere un’opzione, per avere la liquidità necessaria ad espanderci e una platea di soci. Forse saremmo più forti, anche politicamente. Sarebbe ora...»

Afghanistan: gli italiani fanno la guerra e il Prc minaccia il governo

di Carlo Panella
Gennaro Migliore ha chiarito in Parlamento –sia pure con tatto- il senso di quanto è accaduto realmente in Afghanistan, là dove i nostri due militari erano stati palesemente impegnati in azione di vera e propria guerra –probabilmente per impedire rifornimenti di armi iraniane ai Talebani- e non in azione “di copertura” e tantomeno umanitaria.Lo strano, stranissimo rifiuto di Arturo Parisi di comunicarne i nomi al Parlamento conferma questo quadro. Non si tratta di agenti del Sismi, ma di membri dell’esercito ormai fuori dal teatro operativo. Non dichiararne le generalità ha un significato solo: la loro azione non era verbalizzata nei ruolini. Il segreto di Stato copre l’azione, dunque ed è invocato –questo è gravissimo- solo e unicamente perché l’attuale maggioranza di governo non può tollerare di sapere quel che autorevoli testimoni sanno e dicono riservatamente: in Afghanistan nostri uomini compiono azioni di commando, combattono in pieno la guerra, e questa è la ragione per cui gli alleati sopportano le bizze verbali del nostro governo “pacifista”. Migliore è stato dunque inequivocabile: “"Non condivido l'idea che vi possano essere dei “caveat” diversi per il nostro esercito. Perché se si modificasse la regola d'ingaggio per i nostri militari e si associassero alle operazioni belliche, i rischi a cui andrebbero incontro gli italiani sarebbero ancora maggiori”. Con ottime doti da equilibrista, dunque, il capogruppo di Prc ha avvisato il governo che sa tutto e che oggi tace, ma solo perché l’azione è tutto sommato finita bene, ma che non tollererà altri episodi simili.

Ma il punto politico della giornata è ancora più grave. Mentre infatti il comando Isaf preparava l’azione di liberazione armata degli ostaggi –preparazione ovviamente iniziata almeno domenica mattina- il nostro ministro degli Esteri annunciava domenica sera, urbi et orbi, di avere chiesto formalmente e direttamente, la mediazione di Manoucher Mottaki, ministro degli esteri dell’Iran.

D’Alema scrive sempre lo stesso libro e impiega lo stesso schema. Per Mastrogiacomo si appoggiò –sciaguratamente- su un aperto estimatore dei Talebani rapitori e un avversario politico aperto dell’azione Isaf. Per i due soldati prigionieri, si è rivolto al padrino dichiarato dei Talebani rapitori, al rappresentante del paese che fornisce loro le armi, proprio in quella zona, come rivelò il Washington Post il 6 settembre e hanno confermato le agenzie dello stesso 22 settembre. Giorno in cui sono stati intercettate armi iraniane –la coincidenza con la azione in cui sono stati catturati gli italiani non è, ovviamente, casuale- fornite proprio ai Talebani della provincia di Farah, tra queste, mine antiuomo iraniane usate proprio oggi nell’attentato mortale contro i militari spagnoli.

Rivolgersi pubblicamente –non riservatamente, questo è il punto- a Mottaki, significa essere pronti a pagare il prezzo politico che il padrino dei Talebani avrebbe potuto esigere una volta ottenuto il risultato. Così è andata con Gino strada. Così D’Alema ha scelto che andasse anche in questo caso, pronto a pagare un prezzo politico e quindi, come ha già fatto più volte assieme a Romano Prodi, a incrinare la solidarietà europea e atlantica nell’azione contro l’Iran e i suoi programmi nucleari.

Ma mentre D’Alema tesseva la sua tela –al solito- è stato spiazzato da un comando Isaf che ormai ben conosce il trasformismo cinico del governo Prodi (pubblicamente criticato per la gestione del caso Mastrogiacomo) e che ha subito dato un taglio netto a tutte le disponibilità italiane, chiaramente espresse, di pagare riscatti di ogni tipo. Il tutto, mentre cresceva l’irritazione di Arturo Parisi nei confronti di D’Alema –il nostro ministro della Difesa è nettamente schierato, solidarmente con l’Isaf- che ha voluto farla trapelare –al solito- attraverso il Corriere della Sera (come già fece criticando apertamente la gestione del caso Mastrogiacomo).

Paradossalmente, per la prima volta, è stato applicato l’articolo 11 della Costituzione che, al ripudio la guerra –ma non in generale, come si dice, ma solo limitatamente a quella d’aggressione- subito dopo affianca una frase decisiva, che ne ribalta il senso, in situazioni quali l’Afghanistan e l’Iraq, aggiungendo che la Repubblica italiana “consente alle limitazioni di sovranità (..) necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.”

Dunque, il governo italiano ha compiuto una scelta limpida e coraggiosa, ma solo perché non ha deciso da solo, solo perché ha ceduto sovranità all’Isaf. Solo perché ha dato il suo assenso –dovuto- ad una decisione del comando militare americano.

Calendario Economico fornito da ForexPros - Il Portale di Trading sul Forex e sui titoli di borsa