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martedì 27 maggio 2008

Scontri alla Sapienza. Il clima è sempre mite


Oggi ci sono state tensioni in via Cesare De Lollis davanti all’università tra studenti dei collettivi studenteschi e alcuni esponenti di destra. A terra quattro militanti: due di estrema sinistra e due di Forza Nuova. Sei persone "al vaglio" della Digos.
Trent’anni son passati da quell’anno di fuoco che fù il ‘77 italiano: trent’anni dalla cacciata di Lama da La Sapienza, trent’anni dagli scontri con i fascisti all’università, trent’anni dalla burocrazia piccista, trent’anni dalla dicotonomia di “sacrificio!” La notizie è sconcertante perchè mette alla luce, oltre a della violenza, una situazione insostenibile del clima che vige nel più grande polo universitario italiano. Proprio al fulcro della formazione, dove si dovrebbe tutelare ogni specie di informazione e di ricerca, vigono fenomeni di intolleranza religiosa, sociale e politica.

La rissa tra i ragazzi di estrema destra e sinistra non è un caso isolato ma un allarme. Ve lo dico perchè studio alla Sapienza e conosco realmente ciò che succede nel mio ateneo e soprattutto nella mia facoltà.

Nella nostra università vengono violati principi fondamentali della nostra costituzione:
- art.1 "L'Italia è una Repubblica democratica";
-art.2 " La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo... doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale" ;
- art.3 " E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini....all'organizzazione politica" ;
- art. 17 " I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente"
...

Non ci deve importare chi ha iniziato a picchiare, chi aveva i bastoni e chi le catene. Ci deve importare le radici del problema. Che sono queste:
- studenti di estrema destra hanno organizzato un convegno sulle Foibe ;
- studenti di sinistra non volevano che la destra organizzasse questo convegno perchè le Foibe non si devono toccare e perchè siamo antifascisti;
- occupazione e revoca della concessione dell'autorizzazione al convegno;
- scontri.

L'università è o no il centro della cultura,della formazione e della ricerca?
NO! A La Sapienza no! C'è un'imposizione del silenzio da parte di studenti di sinistra.Sono un Liberale che ama la propria Patria, l’Italia. Per garantire che la nostra Repubblica sia democratica occore garantire la manifestazione di ogni individuo. Secondo me, bisogna garantire la libertà di parola a destra, sinistra, cattolici, comunisti, fascisti, ebrei e al Papa. Occorre che si parli di foibe, Libia, Risorgimento, brigantaggio, fascismo, resistenza, mafia, relativismo, laicità
, lobby...

Con l'applicazione della libertà di espressione possiamo contribuire a migliorare il nostro paese, la sua storia, a placare gli odi e le violenze. Il Rettore, i presidi e professori non contribuiscono a marginare questo blocco culturale. Gli studenti sono oppressi e ammutoliti da una cerchia di estremisti. E' inamissibile che il silenzio e il mancato garantismo continua a manifestarsi. Dagli "anni di piombo" non è cambiato nulla alla Sapienza, a parte la riduzione dei morti. Tanto, tra un pò di giorni i giornali non ne parlano più!

mercoledì 14 maggio 2008

Inchiesta sullo sperpero di denaro pubblico, il 'modello Molise' in onda su La7


L'emergenza infinita del terremoto del Molise, l'impiego dei fondi dell'art. 15, il "modello Molise" sono stati al centro della puntata di ieri sera di Exit, la trasmissione di La7 condotta da Ilaria D'Amico.
Se vuoi vedere il video andato in onda clicca qui
Questo signore e signori è il Molise. Terra bellissima, dimenticata per anni e balzata alle cronache mondiali per il terremoto o per meglio dire per la morte di quei bambini non causata solo dal sisma ma dall’incompetenza e dalla spregiudicatezza di costruttori e progettisti senza scrupoli. L’inchiesta di Exit mette in luce chiaramente come i soldi destinati alla ricostruzione siano stati spesi in modo scellerato, finanziando attività paradossali (con l’art. 15 è stata costruita anche una megapiscina in un noto locale di Campobasso) ignorando la reale necessità della popolazione colpita dal sisma che è ancora strategicamente rinchiusa nelle casette prefabbricate. L’interesse a ricostruire il più tardi possibile le case dei residenti del cratere è palese. Più tardi escono da quelle case di legno e più soldi arriveranno alla nostra regione o per meglio dire più soldi andranno a finanziare il sistema di imprese che tuttora beneficia dei fondi della ricostruzione.
L’economia della mia regione è da tempo in ginocchio, le storiche medio grandi aziende che fungevano da perno per lo sviluppo della regione sono tutte fallite o stanno per fallire. L’unico datore di lavoro è la regione, le altre istituzioni e le imprese che hanno potuto lucrare sul business della ricostruzione. Una popolazione di 300.000 persone che tira a campare grazie a questo sistema messo in piedi da una classe politica incapace di proporre un reale cambiamento di mentalità.
Manca qualsiasi prospettiva di sviluppo e i giovani sono costretti a scappare convinti che in regione non ci torneranno se non quando raggiungeranno l’età pensionabile.
Si, perché il nostro è UN PAESE PER VECCHI, vecchi stanchi, servili al potere dei pochi fedautari, pronti ad insegnare anche ai pochi giovani rimasti la cultura del clientelismo e del leccaculismo. Una terra dove nessuno ha più voglia di cambiare lo stato delle cose. Dai...continuiamo a tirare a campà!!

lunedì 12 maggio 2008

mercoledì 7 maggio 2008

Inchiesta sui prezzi della benzina...sarà vero?

Il prezzo della benzina aumenta di giorno in giorno inesorabilmente ma è diventato un bene primario, più del pane. Cinquant’anni fa possedere un auto in famiglia era un lusso, dieci anni fa averne due in famiglia era normalità, oggi l’auto è un effetto personale.
Siamo a quota 1,4 euro a litro e tra un anno toccheremo quota 1,5. Abbiamo davvero idea di quanto influiscano questi piccoli aumenti sulla spesa annua totale di carburante? Abbiamo davvero una percezione di quello che finanziamo quando mettiamo 20 euro di benzina?
Cerchiamo di ripercorrere sinteticamente il percorso del greggio, dal produttore al consumatore.
Oggi un Barile di greggio costa c.ca 95 dollari e al cambio di giorno 5 dicembre 2007 un dollaro vale 0,6845; quindi un barile, in euro, costa 65 euro. Un barile corrisponde a 159 litri di petrolio. Dividendo i 65 euro di un barile per i 159 litri del barile stesso otteniamo il costo di un litro di petrolio appena estratto: 65/159 = 0.41 euro al litro.
Dove va a finire l’euro in più che paghiamo al litro? Serve forse per la lavorazione dl greggio? Non esattamente. Il litro di petrolio estratto viene trasportato in oleodotto o su nave alla raffineria; prezzo orientativo del trasporto per ogni litro: 4 cent. Inizia il trattamento, ed il nostro litro di greggio viene raffinato ed esce dallo stabilimento costando c.ca 3 cent. in più.
Il litro di benzina adesso di trova su una autocisterna (o su una nave), direzione rifornimento. I costi di trasporto, quelli per il nolo delle navi e quelli di tenuta (quest’ultimi riguardano il costo che viene sostenuto per depositare il carburante in deposito dato che esistono degli obblighi di "scorta" per costituire le riserve del Paese, pari a 90 giorni di consumi) aggiungono un costo di c.ca 9 cent. al nostro litro.
Una volta arrivato nel pozzo del distributore di benzina, la sorpresa deve ancora arrivare, se no pagheremmo 57 centesimi un litro di benzina; il gestore, in realtà, aggiunge 4 cent. al costo del litro protagonista del racconto. Siamo a quota 61 centesimi…e gli altri 80 rimanenti per arrivare a 1.41 euro al litro e far quadrare i conti? Li intasca lo Stato, sottoforma di tasse e accise. Ancora oggi noi cittadini pagando un litro di benzina continuiamo a sostenere vecchissime spese decise decine e decine di anni fa; su un litro di benzina verde paghiamo:
1,9 lire per la guerra di Abissinia del 1935 (per volere di Mussolini)
14 lire per la crisi di Suez del 1956
10 lire per il disastro del Vajont del 1963
10 lire per l’alluvione di Firenze del 1966
10 lire per il terremoto del Belice del 1968
99 lire per il terremoto del Friuli del 1976
75 lire per il terremoto dell'Irpinia del 1980
205 lire per la missione in Libano del 1983
22 lire per la missione in Bosnia del 1996
0,020 euro per rinnovo contratto autoferrotranviari 2004
Totale 486 lire pari a 0.25 euro. Tenetevi forte, su questa tassa viene applicata anche l’Iva, quindi una tassa su una tassa. Non c’è limite al peggio. Quindi, conteggiando gli 80 cent circa che lo Stato tassa su un litro di benzina i conti tornano:
0.41 il costo di un litro appena estratto
0.09 il trasporto dal giacimento alla raffineria
0.03 il prezzo per la raffinazione
0.04 il trasporto dalla raffineria al distributore
0.04 la trattenuta dei gestori
0.80 tasse
Totale 1.41 euro al litro

giovedì 1 maggio 2008

UN SILVIO ITALIANO MA NON MOLISANO


Berlusconi, eletto in tutte le regioni, ha sciolto la riserva e ha optato per il collegio del Molise alla Camera. Estromette così Quintino Pallante. Non appena si è sparsa la notizia di questa eventualità gli esponenti molisani di Forza Italia hanno cercato di far desistere Berlusconi da tale decisione e di fargli cambiare idea, senza però riuscirci...

Silvio Berlusconi, eletto in tutte le regioni, ha sciolto la riserva e ha optato per il collegio del Molise alla Camera. Estromette così Quintino Pallante. L’ex assessore regionale di An era 3/o nella lista molisana del PdL alle spalle di Berlusconi e del consigliere regionale Sabrina De Camillis. Non appena si è sparsa la notizia di questa eventualità gli esponenti molisani di Forza Italia hanno cercato di far desistere Berlusconi da tale decisione e di fargli cambiare idea, senza però riuscirci. “La scelta del Molise, da parte del presidente Berlusconi, come circoscrizione per la propria elezione a deputato, determinerebbe un indubbio impoverimento di rappresentanza da parte della nostra piccola regione”. E’ l’amaro commento espresso dall’associazione “Forche Caudine” di Roma, lo storico club di rappresentanza dell’emigrazione molisana sparsa per il mondo, alla possibile scelta del leader del Popolo della Libertà del seggio molisano.
“Il Molise, pur governato da anni dal centrodestra, rischia di avere nella maggioranza che governerà il Paese un solo deputato molisano eletto nel proprio territorio, cioè Sabrina De Camillis, cui si aggiunge il molisano Amato Berardi, eletto in America - continua la nota di “Forche Caudine”. Tutto ciò a fronte di ben cinque molisani (Astore, Carlino, Di Giuseppe, Di Pietro e Narducci), i più eletti fuori dai confini regionali, che siederanno sugli scranni dell’opposizione tra Camera e Senato. Ciò dimostra che mentre, da una parte, l’emigrazione (con 72mila iscritti all’Aire rispetto ai 320mila residenti) continua a rappresentare una riserva d’ossigeno per una regione che rischia seriamente la sopravvivenza istituzionale, dall’altra i cittadini molisani assistono impotenti al reiterato uso strumentale del Molise come circoscrizione-cuscinetto per investiture parlamentari di politici esterni al contesto regionale, come già capitato con i senatori siciliani Cinzia Dato ed Enrico La Loggia.
E’ un problema di non poco conto in quanto le riforme strutturali ventilate per la prossima legislatura, dal federalismo fiscale all’abolizione di alcuni enti locali, potrebbero penalizzare proprio le realtà territoriali più piccole e deboli come quella molisana”.
Come molisano mi sento davvero offeso, vittima di un sistema elettorale senza preferenza del candidato. Se noi molisani avremo potuto scegliere i nostri parlamentari, di certo non sarebbe uscito Berlusconi (forse come presidente del consiglio ma non come nostro rappresentante in parlamento).Siamo vittime di questa "porcata" del sistema elettorale e di giochi di partito (e di potere) complessi.

Nella nostra storia regionale abbiamo conosciuto pochi bravi parlamentari (come Di Pietro) ma almeno tutti avevano un requisito fondamentale: - essere molisani .

Sivio Berlusconi è una persona stimabile da molti punti di vista ma questa scelta non si può digerire e vorrei che ci dia una risposta. Non credo che Berlusconi conosca la realtà complessa molisana e dubito che conosca pure un solo paese della provincia. Dubito che abbia il tempo perfino di venirci a trovare.

Caro Silvio, se ce l'hai con Di Pietro, non puoi vendicarti con noi molisani, ti abbiamo dato perfino il nostro appoggio come presidente del consiglio e tu ci ringrazi calpestando la nostra identità. Se è stata una vendetta contro Di Pietro sappi che per noi è lui il vincitore:
- è molisano di nascita e di cultura, pure se parla con errori, fa gli stessi nostri errori grammaticali, propri del nostro dialetto;
- ha lavorato molto bene per il Molise proprio perchè ci conosce e ha il coraggio di farlo;
- inoltre ha scelto il Molise per chiudere la sua campagna elettorale;

Come membro del centro-destra sono amareggiato e chiedo scuasa ai molisani che hanno dato il proprio consenso in buona fede ad un sistema complesso e che probabilmente mai capiranno

venerdì 18 aprile 2008

Il "Portale delle libertà" finisce in copertina



Come sapete qualche mese fa siamo apparsi su molti giornali per la questione del Papa a "La Sapienza" ma, non sapevamo di essere finiti sulla copertina di un libro.Non so se vale la pena di comprarlo ma...è fico essere sulla copertina di un libro!
Se volete comprarlo cliccate qui
Se volete ascoltare la presentazione qui

mercoledì 16 aprile 2008

Totò e la malafemmina italiana


Negli ultimi giorni il popolo italiano ha vissuto ore di ansia, di paura e di speranza a causa delle politiche. Finalmente abbiamo un nuovo governo con un'ampia maggioranza in grado di governare. La cosa che mi ha fatto esaltare più di tutte è l'esclusione di partiti fanta-ideologici, ricattatori, laicisti (no laici!) e anti-sviluppo.

Ad un certo punto scopro una cosa molto triste, non volevo crederci ma, è la realtà:
In Sicilia hanno eletto Totò Cuffaro senatore!!!!!!!
Salvatore Cuffaro è uscito dalla porta ed è rientrato dalla finestra... O meglio: per Salvatore Cuffaro, costretto a dimettersi da presidente della Regione per essere stato condannato in primo grado a 5 anni di reclusione, si è chiusa una porta e si è aperto un portone. E che portone!
L'ex governatore siciliano, infatti, da Palermo si trasferisce a Roma dove occuperà una poltrona del Senato, che si è ''guadagnato'' grazie al 10% dei consensi ottenuto in Sicilia al Senato.

Ma siamo pazzi!? Ma i siciliani sono ingenui o sono davvero mafiosi (o almeno lo è il 10%)?

L'ex governatore siciliano ha già depositato formalmente al Tar del Lazio il ricorso amministrativo per contestare la legittimità del decreto con il quale il presidente del Consiglio Romano Prodi lo ha sospeso dalla carica dopo la sua condanna a cinque anni di reclusione per favoreggiamento.

L'entusiasmo per i risultati elettorali è calato man mano che venivo a conoscenza dell'accaduto siciliano. Su questo blog c'era un sondaggio che chiedeva quanti condannati sarebbero entrati a far parte del parlamento e il 51% ha risposto più di 10. Tra questi sicuramente c'è un pezzo grosso.

Per chi non conoscesse i precedenti giudiziali di Cuffaro vi invito a leggere cosa c'è scritto su internet, su Youtube o qui sotto (preso da Wikipedia):

Cuffaro ha ricevuto il suo primo avviso di Garanzia per una presunta tangente intascata dall'eurodeputato Salvo Lima nel 1993. L'indagine era partita dalle dichiarazioni di un pentito, che però si rivelarono subito false, in quanto Lima nel 1993 era già morto.

Durante la sua prima presidenza alla Regione Siciliana Cuffaro è entrato, insieme ad altri, nel registro degli indagati per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa nell'ambito dell'inchiesta sui rapporti tra il clan di Brancaccio e ambienti della politica locale.[4] Con gli elementi raccolti, gli inquirenti ritengono che, attraverso l' intermediario Miceli (precedentemente assessore UDC al Comune di Palermo, legato a Cuffaro) e grazie alle talpe presenti nella Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Cuffaro abbia informato Giuseppe Guttadauro, boss mafioso ma anche collega medico di Miceli all'Ospedale Civico di Palermo, e Michele Aiello, il più importante imprenditore siciliano, indagato per associazione mafiosa, di notizie riservate legate alle indagini in corso che li vede coinvolti. Nel settembre del 2005, Cuffaro per questi fatti, negati dall'interessato, è stato rinviato a giudizio per favoreggiamento aggravato alla Mafia e rivelazione di notizie coperte da segreto istruttorio, mentre non è stata accolta l'accusa di concorso esterno. Secondo il GUP è accertato che abbia fornito all'imprenditore Aiello informazioni fondamentali per sviare le indagini, grazie a una fonte non ancora nota, incontrandolo da solo in circostanze sospette, riferendo che le due talpe che gli fornivano informazioni sulle indagini che lo riguardavano erano state scoperte. Nell'incontro, anche una discussione riguardante l'approvazione del tariffario regionale da applicarsi alle società di diagnosi medica posseduta dall'imprenditore. Aiello ha ammesso entrambi i fatti, Cuffaro afferma soltanto che si sia discusso delle tariffe. Il GUP ipotizza inoltre che il mafioso Guttadauro sia venuto a conoscenza da Cuffaro delle microspie, in funzione del suo rapporto con Aiello, sempre per via del contatto con i due marescialli corrotti, in servizio ai nuclei di polizia giudiziaria della Procura di Palermo, uno dei quali è stato l'autore del piazzamento delle microspie. Secondo una perizia ordinata dal tribunale nel corso del processo a Miceli, nei momenti in cui si è scoperta a casa di Guttadauro la microspia, sarebbero state confermate le testimonianze secondo le quali la moglie del boss mafioso ha dato merito a Totò Cuffaro del ritrovamento.[5]

Nel dicembre 2006, Miceli è stato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.[6]

Il 15 ottobre 2007 il procuratore aggiunto del processo a Cuffaro Giuseppe Pignatone ha chiesto 8 anni di reclusione per l'attuale Presidente della Regione Sicilia, per quanto riguarda i seguenti capi d'imputazione:

1. favoreggiamento a Cosa Nostra
2. rivelazione di segreto d'ufficio


Il 18 gennaio 2008 Cuffaro viene dichiarato colpevole di favoreggiamento semplice nel processo di primo grado per le 'talpe' alla Dda di Palermo e condannato a 5 anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici. La Corte non lo ha ritenuto responsabile di aver favorito l'organizzazione mafiosa. Cuffaro assiste alla lettura della sentenza nell'aula bunker di Pagliarelli, e dichiara immediatamente di non essere intenzionato ad abbandonare il suo ruolo di presidente della regione Sicilia. Nel frattempo, la pubblicazione di una serie di foto che lo ritraggono con un vassoio di cannoli, mentre apparentemente festeggia per non essere stato condannato per favoreggiamento della mafia,[9] provoca un grande imbarazzo. [10] Il 24 gennaio 2008 l'Assemblea regionale siciliana respinge la mozione di sfiducia (53 voti a 32) presentata dal centro sinistra. [11] Nonostante il voto di fiducia del Parlamento siciliano, Cuffaro si dimette due giorni dopo, nel corso di una seduta straordinaria dell'Assemblea.


In bocca al lupo Italia!!!!!

mercoledì 9 aprile 2008

La Bindi ha lavorato molto...

A noi Rosy Bindi sta così simpatica che non possiamo non parlare sempre di lei. L’ultima che ha combinato, dopo due anni da ministro della Famiglia in cui non si è segnalata pressoché per nulla, se non una furibonda battaglia sul nulla dei Dico, ha nominato tutti suoi amici nell’Osservatorio nazionale sulla famiglia. L’organismo, voluto nel 2004 dall’ex ministro Roberto Maroni, era nato con lo scopo di fornire studi di settore sulle problematiche inerenti il tema. Sede a Bologna, pochi membri, scelte bipartisan. Bindi ha atteso due anni, e due settimane dalle elezioni, per rendere noti i nomi dei nuovi dirigenti dell’Osservatorio. Intanto ha triplicato le sedi (Bologna, Bari, Roma), nominato 46 membri, di cui “di diritto” i sindaci Nichi Vendola e Sergio Cofferati (noti per le loro lotte a favore di mamme e papà), fatto fuori l’ex direttore Pierpaolo Donati (unanimemente riconosciuto come uno dei migliori studiosi in materie di politiche familiari) e gli esperti dell’università Cattolica di Milano, messo sulla sedia della vicepresidenza Renato Balduzzi, suo consigliere ed estensore della bozza Dico. Non lontane dalla realtà, dunque, le critiche di chi vi vede un «Osservatorio formato Dico» o un «Bindiosservatorio». I nominati, infatti, rimarranno in carica tre anni, e ci pare proprio difficile che con il prossimo governo possano andare d’amore e d’accordo. A guadagnarci solo le famiglie della Bindi. A sudare le famiglie italiane che non possono permettersi nemmeno il lusso di un doppio figlio

In Italia se mantieni due figli ti scalano mille euro dalle tasse. Se finanzi un partito, tremila.

In Italia oggi sposarsi non conviene. Dal punto di vista economico lo Stato (purtroppo) discrimina il matrimonio rispetto ad altre scelte di vita, anche se la Costituzione è molto chiara a tal proposito, dedicando ben tre commi alla sua difesa e sostegno. Il nostro sistema fiscale è un tipico esempio dell’indifferenza dello Stato nei confronti del contributo fornito dalla famiglia al bene comune. La penalizzazione fiscale che essa subisce rispetto ai grandi paesi come la Germania e la Francia è una grave anomalia. In Italia una famiglia composta da 4 persone con coniuge e due figli a carico e il cui reddito è di 25 mila euro paga 1.750 euro di tasse, in Germania 628 e in Francia solo 52. Le differenze sono abissali e accentuate dal confronto con la tassazione di cui è oggetto il single perché, a parità di reddito, chi non ha famiglia paga poco più di chi ha un carico familiare.
Non è certamente equo considerare che la famiglia possa vivere “come se” avesse un reddito disponibile uguale a quello della persona che vive da sola. Senza contare che le spese sostenute per il mantenimento dei figli sono spese che vanno a beneficio della società, perché il primo e principale contributo al bene comune risiede nella procreazione, nel mantenimento e nell’educazione delle nuove generazioni, senza le quali la società si estinguerebbe. Come si sa, l’Italia è afflitta dal deficit demografico molto più che dal deficit dei conti pubblici. Siamo il paese con il tasso di fertilità più basso d’Europa con 1,3 figli per donna, ma anche il tasso di occupazione femminile più basso (il 45,7 per cento). Il fatto che le donne che stanno a casa facciano più figli è sfatato dalla realtà; ad esempio, nei paesi nordici come la Svezia, la partecipazione al lavoro femminile è del 70, 80 per cento e il tasso di fertilità del 2,3 per cento. Da noi una coppia su 5 non ha figli e il 53 per cento delle famiglie ne ha uno solo, anche se molti desidererebbero il secondo. La Francia – regina d’Europa con le sue 800 mila nascite e i 2 figli in media per donna – è considerata la nazione che eroga più risorse per la famiglia e per i figli dedicando il 12 per cento della spesa locale contro meno del 4 per cento dell’Italia. Massima attenzione è data per sostenere il lavoro femminile, come pure per politiche in cui è tenuta in particolare considerazione il ciclo di vita delle persone: la crescita dei figli, specie nei primi anni di vita, la cura degli anziani e dei membri deboli della famiglia. È necessario perciò anche nel nostro paese un notevole investimento in servizi alla prima infanzia e il potenziamento e il sostegno di strumenti che rendano più agevoli e non penalizzanti uscite e rientri nel mondo del lavoro, la modulazione degli orari, l’accompagnamento di carriere, la formazione. Si potrebbe così invertire la tendenza che porta la donna a procrastinare l’età della maternità vedendosi spesso costretta, perché troppo tardi, a dover rinunciare a esaudire questo suo sacrosanto desiderio. Occorre agire su più fronti: dai servizi all’infanzia alle politiche di conciliazione. L’obiettivo alla fine è garantire alle donne una vera libertà cioè di non dover scegliere tra figli e lavoro, ma di poter realizzare entrambi i desideri o, a pari dignità, l’esclusiva cura della famiglia.
L’altra leva fondamentale per sbloccare l’economia e questa “anoressia riproduttiva” di cui l’Italia è malata è senz’altro quella fiscale. Fin dall’inizio della sua attività, il Sidef (Sindacato delle famiglie) ha ritenuto che il problema fiscale fosse di primaria importanza nella formazione e nel mantenimento della famiglia. Sin dall’inizio abbiamo insistito sul fatto che fosse quanto mai necessaria una riforma che commisurasse i redditi e le conseguenti tassazioni ai diversi carichi familiari, il cui peso è determinante per valutare la reale capacità contributiva residua di una famiglia. Per questo abbiamo aderito con entusiasmo nel sostenere la petizione promossa dal Forum delle famiglie che chiede di poter dedurre dal reddito imponibile il minimo vitale annuo necessario per il mantenimento di ogni figlio e familiare a carico, calcolato intorno ai 7.500 euro all’anno.



Il pupo di lusso
Attualmente, invece, riferendosi ad un lavoratore con un reddito di 25 mila euro, se ne spende 15 mila per mantenere due figli, beneficia di un risparmio di imposta di appena 1.000 euro. Se la stessa cifra viene però versata per sostenere un partito il risparmio sale a 3 mila euro. Questo perché i partiti sono considerati un bene sociale importante per un paese, mentre i figli sono considerati un fatto privato: li metti al mondo solo se te li puoi permettere, alla stregua di un bene voluttuario di lusso. Nella petizione si chiede che la deduzione sia possibile a tutte le famiglie e senza tetto di reddito, perché sia riconosciuto un valore e un bene per tutti la procreazione e l’educazione delle nuove generazioni del nostro paese il cui lavoro servirà, tra l’altro, a mantenere la pensione dei single di oggi. In Italia si può detrarre di tutto senza tetto di reddito: la rottamazione delle auto, dei motorini, la ristrutturazione delle case, la palestra e addirittura le mance date ai croupier dei casinò; non così per i familiari o per i figli, non riconosciuti come un bene per la nazione e un patrimonio comune.
In questa battaglia le famiglie sono chiamate ad essere protagoniste. Non ci si può solo lamentare, ma occorre attivarsi, insieme, richiamandosi a questa responsabilità. La petizione è un modo per riportare l’attenzione su un problema che non ha avuto la minima considerazione da parte dell’ultimo governo, nonostante tutte le richieste e le promesse fatte. La nostra proposta non ha solo l’immediato significato di modulare la politica fiscale sulla misura della famiglia anziché su quella dell’individuo singolo, né si presenta solo come un espediente tecnico per sollevare i nuclei familiari dal peso fiscale diventato insopportabile: contiene invece, concettualmente ed operativamente, una rivoluzione culturale che investe la concezione del rapporto tra cittadino e Stato, soprattutto in ordine ad una ridefinizione dei tre capisaldi del sistema e dell’apparato fiscale: la nozione di contribuente, di capacità contributiva, di reddito imponibile.
Anzitutto se contribuente indica chi offre il suo tributo monetario alla comunità in un’ottica di redistribuzione delle risorse a tutti sotto forma di servizi, il porre una quota di deduzione aiuta a mostrare che non esistono nella società solo degli individui singoli, ma che esistono dei soggetti sociali (come la comunità familiare che è il più originario corpo intermedio tra individuo e società) da tutelare allo stesso modo dell’individuo. Perciò la capacità contributiva non può essere determinata come somma dei redditi dei vari membri della famiglia, ma deve essere computata tenendo conto del contributo che la famiglia già offre alla società occupandosi dei soggetti che la compongono, sgravando riguardo a essi lo Stato da oneri assistenziali ed educativi (pensiamo al contributo offerto dall’impegno educativo dei genitori o agli oneri che la famiglia assume in proprio per il mantenimento e la cura dei figli).

Contribuire al bene della società
Da qui la nuova definizione di reddito imponibile, identificato con la deduzione all’origine dal reddito effettivo della quota di mantenimento dei soggetti non economicamente produttivi, dal momento che la contribuzione non coincide con l’applicazione meccanica di un’aliquota progressiva sul reddito tout court, ma deve considerare qual è il reddito veramente tassabile per contribuire alla società. In questo modo, nell’ambito di una futura complessiva riforma del sistema fiscale sarà possibile introdurre strumenti quali il “quoziente familiare” che abbiano alla base, come soggetto imponibile, non più l’individuo, ma il nucleo familiare.
Il valore pedagogico delle leggi è enorme, gli effetti di audaci politiche familiari, come una vera riforma fiscale per la famiglia che tutti attendono, saranno apprezzati nel lungo termine, ma non si può sperare che l’Italia cresca senza ridare centralità alla famiglia come soggetto sociale.

*presidente del Sindacato delle famiglie

lunedì 7 aprile 2008

Attenzione allo stress da blog, può uccidere!

Ansia, insonnia e obesità, combinati ad assenza di esercizio fisico, sonno e dieta irregolare e malsana

(da abc.net.au)
NEW YORK - La morte arriva col blog: lo stress di tenere aggiornato 24 ore su 24 un diario online combinato con l'assenza di esercizio fisico e di sonno e con una dieta irregolare e malsana, sono un cocktail potenzialmente letale che ha cominciato a mietere vittime nel mondo del web. Due settimane fa a Fort Lauderdale (Florida) è stato celebrato il funerale di Russell Shaw, un prolifico blogger di temi tecnologici morto improvvisamente di infarto a 60 anni. In dicembre un altro blogger suo amico, Marc Orhant, era finito sottoterra per un esteso blocco alle coronarie. Un terzo, Om Malik, ha avuto un infarto negli stessi giorni ma ce l'ha fatta: ha appena 41 anni.

Sono casi isolati o la punta di un iceberg? Se lo è chiesto domenica il New York Times raccogliendo le lamentele di altri «diaristi» della rete che hanno perso peso o sono diventati obesi, che non riescono più a dormire regolarmente o crollano esausti sulla tastiera: tutti disturbi, se non proprio malattie, attribuite allo stress di dover produrre notizie in un ciclo di informazione non stop in cui la concorrenza è spesso feroce. Alcuni di quelli che erano nati come diari online sono in effetti diventati negli ultimi anni veri e propri produttori di informazione che fanno concorrenza ai media tradizionali sul fronte della pubblicità. La pressione è enorme soprattutto per i free lance, navigatori della rete pagati spesso neanche dieci dollari a pezzo, ma anche chi sui blog ha costruito una fortuna ha motivo di preoccuparsi.

«Non sono ancora morto, ma presto finirò in ospedale con l'esaurimento nervoso», ha detto Michael Arrington, fondatore e direttore di TechCrunch, un popolare blog sulle nuove tecnologie che rastrella milioni di dollari in pubblicità. Arrington, che è ingrassato di 15 chili in tre anni, ha attribuito allo stress da blog il fatto che ora soffre gravemente di insonnia: «Sono arrivato a un punto di rottura». Non è da oggi che i blogger denunciano pubblicamente contraccolpi fisici del loro mestiere: è un leit motiv dei diaristi online lamentarsi della fatica perennemente in agguato per chi passa buona parte della giornata e spesso della notte a smanettare sul computer a caccia di informazione.

Molti blogger sono pagati a pezzo, altri a numero di lettori, in una gerarchia retributiva che ripaga lo scoop anche se appena di pochi minuti. La velocità in questi casi è tutto: «Non c'è una volta, neanche quando dormi, che non ti viene l'ansia di avere preso un buco», ha detto Addington al New York Times. Tanto i blogger sono consapevoli dei rischi del mestiere che alcuni di loro hanno preso a scambiarsi consigli su come farvi fronte. Un mese fa su Problogger.com l'australiano Darren Rowse, che contribuisce a una ventina di blog oltre ai due da lui curati, ha offerto ai suoi lettori un piccolo manuale di sopravvivenza: tra i consigli, quello di «tagliare le catene della scrivania» e «tornare a buttar giù idee su taccuini di carta».

sabato 5 aprile 2008

Ratzinger: aborto e divorzio sono colpe gravi, ma le persone vanno aiutate a riprendersi

Il Papa invita la Chiesa ad «accostarsi con attenzione materna e delicatezza a chi ne porta le ferite interiori»

Benedetto XVI
CITTÀ DEL VATICANO - Il divorzio e l'aborto restano «colpe gravi», ma la Chiesa deve «accostarsi con amore e delicatezza, con premura e attenzione materna alle persone che ne portano le ferite interiori e cercano la possibilità di una ripresa». Lo ha spiegato il Papa in Vaticano ai partecipanti al congresso L’olio sulle ferite. Una risposta alle piaghe dell’aborto e del divorzio. Secondo Benedetto XVIaborto e divorzio «ledono la dignità della persona umana, implicano una profonda ingiustizia nei rapporti umani e sociali e offendono Dio stesso, garante del patto coniugale e autore della vita».

CONGIURA DEL SILENZIO - Divorzio e aborto, che per il pontefice comportano «tanta sofferenza nella vita delle persone, delle famiglie e della società», oggi nel mondo sono circondati da «una congiura del silenzio ideologica. In un contesto culturale segnato da un crescente individualismo, dall’edonismo e da mancanza di solidarietà e di adeguato sostegno sociale, la libertà umana, di fronte alle difficoltà della vita, è portata nella sua fragilità a decisioni in contrasto con l’indissolubilità del patto coniugale o con il rispetto dovuto alla vita umana appena concepita e ancora custodita nel seno materno», ha affermato Joseph Ratzinger. «Divorzio e aborto sono scelte di natura certo differente, talvolta maturate in circostanze difficili e drammatiche, che comportano spesso traumi e sono fonte di profonde sofferenze in chi le compie», ma, nei confronti di chi se ne macchia, dice il Papa, la Chiesa deve «accostarsi con amore e delicatezza, con premura e attenzione materna. Gli uomini e le donne dei nostri giorni si trovano talvolta spogliati e feriti, ai margini delle strade che percorriamo, spesso senza che nessuno ascolti il loro grido di aiuto e si accosti alla loro pena, per alleviarla e curarla. Nel dibattito, spesso puramente ideologico, si crea nei loro confronti una specie di congiura del silenzio».

mercoledì 2 aprile 2008

"El islam legitima el terror" afirma Magdi Allam


autore: Elisabetta Piqué (La Naciòn, 31 marzo 2008)
Magdi Cristiano Allam, el periodista musulmán que saltó a la fama mundial después de haber sido bautizado por el Papa durante la última vigilia pascual, llega con tres autos negros blindados y con los vidrios polarizados.
La cita para la entrevista con La Nacion es en la Sede de la Prensa Extranjera, en el corazón de Roma. Tres guardaespaldas lo acompañan hasta una habitación del primer piso mirando hacia todos lados, atentos a cada movimiento. No lo dejan solo ni un minuto, incluso durante la entrevista.
No es extraño. Magdi Allam, nacido en Egipto hace 55 años, escritor, columnista y subdirector del diario Corriere della Sera, vive custodiado desde hace cinco años, tras haber recibido varias amenazas de muerte por sus críticas al extremismo islámico y por su acérrima defensa de Israel.
Tras haber sido bautizado por el mismo Papa en una ceremonia solemne en la basílica de San Pedro televisada a todo el mundo, hace una semana, su vida corre aún más peligro.

Fue definido "un apóstata que debe irse al infierno", un "enemigo del islam".

Allam, un hombre menudo, de anteojos, mirada dulce, piel color aceituna, en la entrevista explicó que decidió convertirse porque llegó a la conclusión de que "el islam es una religión negativa que legitimiza la violencia y el terrorismo".

"Considero que lo que hice, y no hubo ninguna planificación, fue justo, fue un bien, y creo que el Papa fue extremadamente sabio en haber hecho prevalecer las razones de la fe sobre las consideraciones diplomáticas y políticas, porque éste es su deber, y que también fue valiente", sostuvo.

-¿Por qué se convirtió al catolicismo?

-Fue un camino gradual y lento. Desde niño conocí el mundo católico porque fui a escuelas italianas católicas en El Cairo -primero en un jardín de monjas, después en un colegio de sacerdotes salesianos, donde era pupilo-, y esto me permitió conocer desde el interior y en modo correcto la realidad de la religión católica. Pero hubo otros dos factores que incidieron en mi conversión: el primero fue el hecho de haber sido amenazado a partir de 2003. Esto me obligó a reflexionar no sólo sobre la realidad del extremismo y del terrorismo islámico, sino también sobre el islam como religión, a partir del momento en que estos extremistas y terroristas islámicos hacen lo que hacen en nombre del islam. Me vi obligado a analizar el Corán y la obra y el pensamiento de Mahoma y descubrí que hay profundas ambigüedades que permiten legitimizar la violencia y el terrorismo.

-¿El segundo factor?

-El segundo factor fue haber conocido a varios católicos con los que me encontré en perfecta sintonía, ya que compartíamos los valores. Por supuesto la persona que más influyó en la conversión fue este papa, Benedicto XVI, a quien nunca había visto personalmente antes del bautismo, en la vigilia de Pascua.

-¿Esa fue la primera vez que estuvo con él?

-Sí, la primera y única vez.

-Según lo que escribió en el Corriere della Sera, para usted fue determinante el famoso discurso del Papa en la Universidad de Ratisbona, Alemania...

-Como periodista, yo seguí toda la actividad de Benedicto XVI y quedé totalmente fascinado por su pensamiento. Compartí plenamente su concepción de indisolubilidad entre fe y razón. Siempre me fascinó este papa porque no sólo es un gran hombre de fe, sino también un gran hombre de razón. Creo que muchos temen al Papa no por su fe, sino por su razón, por su capacidad de desafiarlos en el terreno de la razón.

-Ya viviendo amenazado de muerte y con escolta policial desde 2003 y sabiendo que iba a crear gran impacto mediático, ¿por qué pidió ser bautizado por el Papa?

-Yo no pedí ser bautizado por el Papa. Yo hace un año hablé confidencialmente con monseñor Rino Fisichella, rector de la Universidad Lateranense, y con él comencé un camino espiritual de iniciación a los sacramentos del cristianismo. En el curso de este camino surgió la posibilidad de que el bautismo fuera realizado por el Papa. Dicho esto, estoy realmente azorado y dolido, porque hay católicos que reaccionaron diciendo "¿por qué no se hizo bautizar en una pequeña parroquia por un sacerdote cualquiera?". Lo que leo entre líneas es una crítica al bautismo de Magdi Allam por cómo fue hecho, como si fuera una vergüenza, porque habría podido hacerse de modo discreto y reservado. Y la actitud del Papa es considerada una provocación. Lo que yo digo es que estoy muy orgulloso de haberme convertido, de que esto se haya hecho público y de que yo pueda afirmarlo de viva voz. Y considero que haber recibido el bautismo del Papa es el don más grande que la vida pudo darme y que fue un testimonio muy útil para muchos musulmanes que conozco que se convirtieron aquí en Italia, pero que viven su nueva fe en el secreto porque tienen miedo. Considero que lo que hice, y no hubo ninguna planificación, fue justo, fue un bien, y creo que el Papa fue extremadamente sabio en haber hecho prevalecer las razones de la fe sobre las consideraciones diplomáticas y políticas, porque éste es su deber, y que también fue valiente.

-En una declaración, sin embargo, el Vaticano pareció distanciarse...

-En esa declaración no hay ninguna toma de distancia, sino que dice que Magdi Allam es libre de expresar sus propias valoraciones, pero sus opiniones no representan las opiniones del Papa, y esto es totalmente cierto, faltaría más. Pero nunca dijo que "nosotros condenamos lo que Magdi Allam dice". La verdad es que lo que hay ahora es una operación para desacreditarme a mí y para atacar al Papa.

-¿Por qué usted cree que no existe un islam moderado?

-Hay que distinguir al islam como religión y a los musulmanes como personas. Si yo decidí convertirme, es totalmente obvio que lo hice porque maduré una valoración negativa del islam. Si yo pensara que el islam es una religión verdadera y buena, no me habría convertido, habría seguido siendo un musulmán. Pero nosotros vivimos en una Europa que está enferma de relativismo y que está sometida a lo políticamente correcto. Entonces hay que decir que todas las religiones son iguales, prescindiendo de sus contenidos, y no hay que decir nada que pueda hurtar la susceptibilidad de los demás. Pero yo rechazo esto porque creo que el ejercicio de la libertad de expresión no puede ser limitado. Y digo lo que pienso.

martedì 1 aprile 2008

"Con i Castro Cuba non sarà mai libera"

Intervista ad Armando Valladares di Stefano Magni Pubblicata sul quotidiano l'Occidentale

C’è uno strano ottimismo sul futuro di Cuba. Sembra che con l’arrivo al potere di Raul Castro si aprano possibilità di riforme e di apertura nella più longeva dittatura comunista dell’emisfero occidentale. Il dissidente Armando Valladares non la pensa così. “Raul Castro vuole mantenere lo status quo. E non gode di molte simpatie presso cupola che detiene il potere a L’Avana. La sua esperienza durerà finché vive Fidel Castro, ma, morto il lìder maximo, la prima vittima sarà proprio suo fratello”.

Valladares conosce molto bene le dinamiche totalitarie del regime di Cuba, perché le ha vissute sulla sua pelle. Nel 1959, mentre il mondo intero considerava Fidel Castro un sincero rivoluzionario democratico, l’impiegato delle poste Valladares veniva accusato per la sua fede cattolica e per il suo rifiuto tassativo di aderire alla dottrina marxista del nuovo potere. Fu segnalato alla polizia politica per un semplice gesto di dissenso: l’essersi rifiutato di applicare alla sua scrivania una targhetta con lo slogan propagandistico “Se Fidel Castro è comunista, inseritemi nella lista perché la penso come lui”. Considerato elemento recalcitrante, iniziò il suo inferno: ventidue anni nelle carceri cubane dopo un processo sommario. Mentre il mondo inneggiava alla figura rivoluzionaria di Che Guevara, eletto a nuovo idolo dalle masse progressiste, Valladares assisteva alle continue persecuzioni ed esecuzioni capitali nella prigione diretta dal “Che”, l’antico carcere di La Cabana, trasformato in un centro di detenzione e smistamento dei prigionieri politici. Mentre il mondo progressista salutava con gioia la vittoria militare dei castristi contro “i Cubani di Miami” nella Baia dei Porci, Valladares si trovava nel carcere “modello” di Isla de Pinos, seduto su tonnellate di esplosivo: in caso di vittoria degli esuli anti-castristi, gli aguzzini del regime avevano l’ordine di far saltare in aria il carcere per ammazzare tutti i prigionieri.

Mentre i progressisti, in Europa come a Hollywood, sognavano il paradiso cubano, Valladares viveva un inferno in terra, fatto di lunghi periodi in cella di rigore e isolamento, percosse, torture, lavori forzati. La sua pena divenne sempre più dura man mano che rifiutava il programma di rieducazione “offerto” dal regime. La sua fede e la convinzione di essere dalla parte del giusto, gli permisero di vincere la sua battaglia di resistenza individuale. Il suo libro di memorie dal “fondo delle carceri cubane”, intitolato Contro ogni speranza (ora edito per la seconda volta in Italia dalla casa editrice Spirali, dopo una prima edizione di SugarCo del 1987), aprì gli occhi dell’opinione pubblica mondiale sui crimini del castrismo. Ronald Reagan fu tra i suoi lettori e lo nominò ambasciatore per gli Stati Uniti presso la Commissione per i Diritti Umani dell’Onu, un ruolo che gli permise di combattere la sua lotta in difesa dei perseguitati politici cubani.

La prima cosa che Valladares ci mostra, in occasione della presentazione di Contro ogni speranza, è una vecchia foto. Si riconosce distintamente Raul Castro nell’atto di uccidere un prigioniero politico con un colpo di pistola alla nuca.

Raul Castro, appena arrivato al potere promette riforme e concede ai cubani di tenere anche un computer e una televisione. Ci dobbiamo attendere cambiamenti o è solo propaganda?
Non è cambiato nulla. Ogni giorno che passa, a Cuba vanno sempre meno turisti. Soprattutto a causa delle nuove leggi statunitensi che restringono ulteriormente la possibilità di recarsi sull’isola, complicando la procedura per ottenere un visto. Ora un cittadino americano può visitare Cuba solo una volta ogni tre anni e il denaro che si può portare dietro è limitato. Ma il regime ha bisogno di valuta straniera, di dollari. Questi elettrodomestici che si vendono adesso si vendono solo in dollari. E’ incredibile come il mondo intero dia così tanta importanza a un fatto così banale. Sembra quasi che il regime cubano abbia conquistato la Luna, ma la realtà è che dopo quasi cinquant’anni di dittatura i cubani potranno comprare una televisione in bianco e nero. Un operaio deve lavorare almeno quattro anni prima di potersi permettere un televisore. Oppure possono comprarsi un computer, ma senza Internet, perché per un allacciamento occorre un permesso speciale. E poi, siamo seri: che gran bella conquista poter comprare un forno a microonde all’alba del 2008! Quanto alla libertà politica, non c’è alcun cambiamento. Quando tutti pensavano che Carlos Lahe, uno aperto alle riforme, potesse diventare la figura più importante, l’hanno messo da parte. Raul, invece, ha scelto come suo vice uno dei pochi stalinisti puri rimasti nel mondo: Machado Ventura. E questo è già un messaggio più che esplicito. Due settimane fa, il ministro degli Esteri Felipe Perez Roque ha firmato due trattati internazionali per la tutela dei diritti umani (che includono anche il diritto di voto, di emigrazione e di assemblea, ndr), ma una settimana dopo la firma di questi accordi un gruppo di cittadini cubani è stato malmenato solo perché sventolava copie della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. C’è più repressione adesso che tre mesi fa.

Quando Lei fu arrestato, Castro non si definiva neppure marxista, ma stava portando a termine la sovietizzazione dell’isola. Crede che vi sia un’operazione simile di dissimulazione anche in questi mesi?
No, non credo che vi sia disinformazione in questi giorni. Perché il messaggio di Raul Castro e di Machado Ventura è chiarissimo ed esplicito: se non accettate il regime, noi vi schiacciamo. Due ragazzi che stavano solo chiedendo perché non poter uscire da Cuba, sono stati arrestati. Solo perché avevano fatto una domanda. Non erano dissidenti, non volevano compiere atti ‘sovversivi’, si sono dichiarati dei socialisti convinti quando sono stati fatti comparire in televisione.

Perché la stampa occidentale è così ottimista per Cuba?
E’ un atteggiamento interessato. Milioni di persone vogliono mantenere intatto questo ultimo baluardo del comunismo nel mondo, a costo di giustificare o nascondere quasi cinquant’anni di crimini. In realtà non esiste alcuna prova che dimostri che sia in corso un’opera di riforma. L’appoggio al castrismo, per buona parte dell’opinione pubblica, è un modo per veicolare l’odio nei confronti degli Stati Uniti. Castro è stato un nemico giurato degli Usa, vicino alle loro coste. Ha combattuto contro Washington, sia realmente che facendo molto teatro. Si diceva che vi sarebbe stato un cambiamento anche dieci anni fa, quando il Papa Giovanni Paolo II aveva dichiarato che ‘Cuba si aprirà al mondo e il mondo si aprirà a Cuba’. La gente se lo aspettava veramente, ma sono passati dieci anni: il mondo si è aperto a Cuba, ma Cuba è ancora chiusa.

Proprio a proposito della visita del Papa, Lei ha contestato, le dichiarazioni del cardinal Bertone sul regime. Perché i cattolici hanno questo atteggiamento, secondo Lei?
La Chiesa che ignora e nasconde i suoi martiri non è una vera Chiesa. E la Chiesa di Cuba è quella del silenzio e della complicità. Io ricordo quando Monsignor Zacchi visitò Cuba e dichiarò che Castro era un uomo “profondamente cristiano”. Proprio in quel momento, i cristiani venivano fucilati nel carcere di La Cabana e gridavano ‘Viva Cristo Re, abbasso il comunismo!’ prima di essere uccisi. Se Castro era un uomo dai valori profondamente cristiani, allora che cosa erano quei martiri che si facevano uccidere pur di non rinunciare alla loro fede? Castro ha detto più volte che si può essere cattolici e militanti comunisti, ma sarebbe come voler avere una donna che è vergine e prostituta allo stesso tempo. Un cattolico non può essere comunista.

Sono già passati cinquanta anni di comunismo e di scristianizzazione. Il marxismo è la filosofia di vita ufficiale per ogni cittadino. Ma i cubani sono dei marxisti convinti, o hanno conservato principi cristiani?
Per Dio nulla è impossibile. In questi anni le chiese protestanti sono state molto attive e hanno conquistato molti nuovi fedeli. E moltissimi sono tornati a praticare la religione cattolica. Non si è persa la spiritualità cristiana. Quanto al marxismo, non direi proprio che è diventata una filosofia popolare a Cuba. Basti vedere che quando hanno permesso ai cittadini di uscire dal paese tramite l’ambasciata del Perù nel 1980, sono uscite 125.000 persone, la metà delle quali era nata a Cuba dopo la rivoluzione nel 1959. Mezzo milione di persone ha fatto richiesta all’Ufficio degli Interessi Americani per lasciare l’isola. Siccome l’accordo è per 20.000 persone all’anno, ci vorranno più di vent’anni per accontentare tutti. Cuba è un paese di 11 milioni di abitanti e più di 2 milioni vivono all’estero. Sette giocatori della squadra di calcio cubana hanno abbandonato il paese. Queste sono solo alcune delle prove che dimostrano come il popolo non accetti il marxismo.

Nel suo libro cita esempi di cittadini fuggiti in Messico e rimandati a Cuba. Come vengono accolti i profughi cubani negli altri paesi? Quanto è difficile ottenere lo status di rifugiato politico?
In genere c’è un rifiuto generale dei profughi cubani, non solo in Messico, ma anche nelle Bahamas (con cui pure c’è qualche accordo). La maggioranza dei paesi vicini rifiuta l’emigrazione, con l’unica eccezione degli Stati Uniti. Ma, anche in questo caso, con regole molto severe: sei salvo e ottieni l’asilo politico, solo quando sei ‘all’asciutto’, quando sei riuscito a sbarcare sul suolo americano. Pochi metri di nuoto o di navigazione possono fare la differenza. Sembra un gioco sadico.

In Contro ogni speranza Lei descrive condizioni delle carceri cubane simili a un inferno dantesco. Oggi, a venticinque anni dalla sua uscita dall’isola, sono ancora così le carceri di Cuba?
La cosa più terribile è che la gente continua ad andare in prigione solo per aver espresso la propria opinione. L’ultima famosa ‘ola represiva’ del 2003, ha portato in carcere giornalisti che non facevano altro che descrivere la realtà di Cuba. Amnesty International denuncia che a Cuba non ci sono processi equi e maltrattamenti di certi prigionieri politici nelle carceri, come il medico Oscar Elia Biscet, in cella di rigore e nel più completo isolamento da quando è stato arrestato. Certo, ci si può credere o si può anche non voler credere. Ai tempi di Stalin, il ministro francese André Malraux e il vicepresidente americano Henry Wallace, si sono recati in visita in Unione Sovietica e, tornando a casa, entrambi hanno dichiarato che tutto quel che si diceva sui crimini di Stalin era solo frutto di illazioni, che Stalin era solo un vecchietto bonario che stava cercando di modernizzare il suo paese. In quegli anni, quel “vecchietto” aveva già sterminato più di 20 milioni di cittadini sovietici. Però faceva vedere agli ospiti solo quello che voleva lui, ricostruendo e riverniciando le facciate delle case nei villaggi dove passavano, creando paesaggi idilliaci ad uso e consumo degli stranieri. Oggi nessuno mette in dubbio i crimini di Stalin, ma si è dovuto attendere che fosse un altro comunista, Nikita Chrushev, a denunciarli pubblicamente. Per Cuba, io sono convinto che il mondo potrà conoscere i crimini del castrismo e indignarsi solo quando la dittatura cadrà. E in quel momento molta gente si vergognerà.

Quando pubblicò il suo libro per la prima volta, la gente le credette?
Nessuno credette a quel che avevo scritto. Mi dicevano che era solo propaganda, che era stato scritto dalla Cia per screditare Castro. Quando sono stato nominato ambasciatore per Diritti Umani all’Onu, per volontà del presidente Ronald Reagan, ho mandato sei ispettori a Cuba a investigare sulla realtà che avevo descritto. Tutto venne documentato e provato. Chiunque voglia andare a verificare se quello che dico è vero, può andare alla sede della Commissione dei Diritti Umani a Ginevra. E’ stato solo con la pubblicazione delle mie memorie che la gente ha iniziato a realizzare che a Cuba c’era repressione, che c’erano desaparecidos e torture nelle carceri, che i prigionieri politici venivano condannati senza processo.

Cosa pensa del fatto che Cuba è un membro del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu?
E’ uno scherzo. Sarebbe come affidare a Hitler la sicurezza della comunità ebraica. O affidare un asilo infantile a Erode.

lunedì 24 marzo 2008

Che frustrazione essere la moglie di un poligamo "premiato" dallo Stato italiano con la cittadinanza


autore:
Luisa Battisti (Infermiera professionale)

Che frustrazione essere la moglie di un poligamo !
Vorrei cercare di far capire come si sente una donna, suo malgrado moglie di un poligamo.
Come ho raccontato altre volte, mi sposai, per amore, con un egiziano musulmano che successivamente, a mia insaputa, si è risposato con una sua connazionale dalla quale ha avuto una figlia.
Apprendere questa notizia mentre siamo ancora sposati mi ha spezzato il cuore e mi ha creato una profonda ferita nell'anima, perchè non mi sono sentita rispettata nemmeno come essere umano. Solo ora capisco completamente che per lui che è musulmano la donna conta meno di un uomo. Inoltre il non essermi convertita all'Islam è stato un motivo aggravante nel deterioramento del nostro rapporto.
La donna in quanto tale è un essere debole che non ragiona obiettivamente quindi non può esprimere le proprie idee e pensieri. Io mi sono opposta e ribellata a tutto questo per non tradire i miei valori cristiani che si basano sull'amore vero tra un uomo e una donna, sul reciproco rispetto, sul perseguire un progetto di vita comune e alla pari. Il matrimonio monogamico comporta tutto questo ed è la base su cui si fonda la famiglia e la società cristiana occidentale. Essere la moglie di un poligamo mi fa sentire confusa, abbandonata, senza identità, come se fossi in un branco di animali dove c'è il maschio dominante e le "femmine" che servono solo alla riproduzione. Sei un'anonima senza un volto. L'uomo egoista, prepotente e fondamentalmente insicuro si nasconde dietro i precetti del Corano interpretandoli come conviene, commettendo così queste infamità, incurante di ciò che una moglie possa provare dentro se stessa.
Oltretutto, sono costretta a subire i suoi sberleffi obbligata a condurre da sola le procedure di separazione.
Ancora più grave è che il Governo Italiano non pone attenzione a questo fenomeno ormai diffuso non tutelando i suoi cittadini. Ho denunciato alle autorità competenti la bigamia di mio marito cercando di ostacolare i diritti che lui ha acquisito per mezzo del matrimonio con me, ma ciò nonostante continua a vivere felicemente in Italia con l'"altra" moglie sposata con rito islamico e con la figlia. Inoltre ha ottenuto il permesso di soggiorno a tempo indeterminato e, addirittura, la cittadinanza solo perchè è sposato con un'italiana.
A questo punto mi domando: su che basi ha avuto questo riconoscimento dallo Stato Italiano, visto che vive secondo canoni difformi dalla nostra tradizione ? E' possibile che uno straniero ottenga la cittadinanza italiana solo con un iter burocratico senza tener conto del suo comportamento e del suo operato ? Tutto questo è gravissimo perchè dietro questa inerzia e superficialità si sta attentando alla nostra libertà e la sharia sta fagocitando la nostra identità. Questa mancanza di difesa dello Stato mi fa sentire abbandonata , mi fa capire che nonostante ci siano persone di buona volontà che evidenziano e denunciano questi fatti, le istituzioni sono totalmente incapaci di agire attivamente per il bene comune del popolo italiano.

venerdì 21 marzo 2008

औगुरी दी बोना पस्कुआ



Condividendo appieno lo spirito di questa nostra tradizione, rivolgo il mio
augurio di felicità a tutti Voi, che quotidianamente verificate quanta cura e
quanta comprensione richiedano oggi la formazione culturale e quella alla
socializzazione delle nuove generazioni, in contesti sociali nei quali sembrano
spesso trasparire idealità e valori esistenziali diversi.

La Santa Pasqua, festa di Risurrezione e conciliazione possa portare a voi tutti tanta pace e serenità.. Auguri!!

giovedì 6 marzo 2008

No al terrorismo islamico , si alla nostra dignità



Siamo propri certi che sarà il film contro Maometto di Geert Wilders la causa scatenante di dure proteste, richiamo di ambasciatori, rotture diplomatiche, sanzioni economiche, aggressioni a persone ed edifici che simboleggiano la cristianità e la civiltà occidentale? Non è forse già accaduto qualcosa di simile dopo la lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona il 12 settembre 2006? E la decisione delle Fiere del Libro di Parigi e di Torino di attribuire ad Israele lo status di ospite d’onore nella ricorrenza del 60° della sua fondazione?
Se dunque la reazione al film di Wilders, al discorso del Papa e alla scelta di Israele potrebbero risultare simili, pur trattandosi di eventi sostanzialmente diversi, significa che essi non sono la causa bensì soltanto il pretesto invocato per giustificare e legittimare un’ideologia di odio, intolleranza, violenza e morte. E' un dato fisiologico e storico di un islam che non ha mai conosciuto la libertà e la democrazia.
Ecco perché sbaglia il premier olandese Jan Peter Balkenende quando incolpa Wilders per una guerra del terrorismo preannunciata: “Sanzioni economiche, attacchi, minacce. Chi porterà la responsabilità di tutto questo è lo stesso che ora sta creando le ragioni per tutto questo”. Così come sbaglia il segretario generale della Nato, l’olandese quando dice: “Mi preoccupa il fatto che le truppe possano trovarsi sotto attacco a causa di un film”.

Ciò di cui dobbiamo preoccuparci tutti è esattamente l’opposto: la salvaguardia della nostra libertà d’espressione in un mondo globalizzato e la libertà di essere pienamente noi stessi a casa nostra, qui in Europa e in Occidente. Ebbene dobbiamo purtroppo prendere atto che questa nostra libertà è già compromessa, perché non siamo riusciti a sconfiggere il terrorismo dei taglia-gola e stiamo subendo il ricatto del terrorismo dei taglia-lingua. Noi abbiamo il diritto e il dovere di affermare e di difendere una civiltà dove a un film si replica con un film, a un discorso si risponde con un discorso, a un evento culturale si reagisce con un evento culturale. Noi abbiamo il diritto e il dovere di tutelare uno stato di diritto dove il limite può rappresentare la propria contestazione sporgendo denuncia in tribunale, ma mai e poi mai dichiarando una guerra diplomatica e terroristica.

Perché in tutto il mondo sono solo i musulmani che puntualmente reagiscono in modo brutale e violento, per una ragione o per un’altra, quando si sentono offesi?
Forse che i musulmani si considerano superiori al resto dell’umanità e ritengono di potersi permettere un comportamento differente ?
Beh, se così fosse, tutti noi dobbiamo opporci con tutti i mezzi. Non possiamo in alcun modo sottometterci all’arbitrio e alle barbarie perché si tradurrebbe nel nostro suicidio come persone fiere e libere della nostra nazione e della nostra civiltà. Non lo dobbiamo fare neanche sotto la minaccia pesantissima di un embargo petrolifero o della chiusura di mercati sempre più attraenti.
I veri profanatori dell’islam non sono Wilders, Benedetto XVI, i Danesi, l'Occidente o Israele. Lo sono invece gli stessi musulmani che disconoscono a tal punto la sacralità della vita da non esitare a massacrare altri musulmani facendosi esplodere anche nelle moschee, a costringere i cristiani a convertirsi con la violenza, a uccidere tutti gli ebrei e gli israeliani perché non avrebbero diritto ad esistere. Eppure l’Occidente continua a dialogare e legittimare i terroristi e i regimi nazi-islamici che li sostengono.

Sputare fango su Cristo, Buddha, Mosè è permesso, mentre una sola minuscola critica all'operato del Profeta Maometto è considerato un delitto inaccettabile. Molti illuministi laici, vale a dire molti fra coloro che si fanno belli del motto di Voltaire ''detesto ciò che dici, ma mi batterò fino alla morte affinchè tu possa essere libero di dirlo'' dimenticano in fretta questa massima del grande illuminista quando si tratta di parlare del Profeta.

Di questo passo finiremo per censurare Dante, che ha messo il Profeta all'inferno. Ci arriveremo, tranquilli, taglieremo le nostre radici culturali per ''non offendere''.

Ora, secondo il mio punto di vista, o tutti o nessuno. O si da licenza di poter criticare (sempre nei limiti della decenza e senza scadere nell'insulto) tutte le fedi religiose, o non si da questo permesso per nessuna.

Ma dato che viviamo in una società in cui ciò può avvenire liberamente, secondo me questa critica può essere estesa anche a Maometto. Io sono cattolico praticante, e accetto le critiche alla mia fede, perchè ci ho ragionato sopra.
Chi reagisce in maniera sconsiderata e fanatica, a parer mio, non è nemmeno troppo sicuro della sua Fede. Quando il principale argomento è la minaccia qualcosa non va.

Ma in Occidente ormai va di moda una simpatica abitudine laicista. L'intellettuale anti-Papa e anti- Chiesa, pensando così di essere ''coraggioso'', un ''anticonformista'', un “vero intellettuale”: si vuole mostrar coraggio denunciando un'inquisizione che non c'è più, o crociate avvenute mille anni fa e per le quali la Chiesa ha chiesto perdono. Ci si spaccia per ''liberi pensatori''. Ma quando si tocca l'argomento Islam tutti diventano improvvisamente seri rispettosi. Perchè si temono le ripercussioni, mica per rispetto autentico verso l'Islam (spesso conosciuto poco e male da questi ''liberi pensatori'' e solo secondo qualche luogo comune politicamente corretto), ma per paura.

Questa ipocrisia secondo me è insopportabile, e non mi stancherò mai di denunciarla. E quanto trovo detestabili i vari giullari come Vauro, Fo o Luttazzi che si atteggiano coraggiosi solo nell'attaccare chi non può fare del male e guardandosi bene dal denunciare chi predica odio e morte. Anzi spesso prendendo in giro chi combatte i predicatori di odio.Ipocriti.


Se l’Occidente ha una colpa, ebbene è che è stato finora fin troppo permissimo con gli estremisti e i terroristi islamici. Ecco perché dico “sì” al film di Wilders. Diffondiamolo in Internet in tutte le lingue in modo che possa essere visto e compreso da tutti ovunque nel mondo. Ma non auto-censuriamoci addirittura prima ancora che ci minaccino. Non arrendiamoci al diktat dei taglia-lingua prima ancora che facciano la loro comparsa i taglia-gola. Solo se sapremo difendere la nostra dignità come persone, potremo aver salva la nostra libertà come nazione e civiltà.


Amici di Magdi Allam

lunedì 25 febbraio 2008

Veltroni : predica Berlusconi...razzola Prodi



Chiunque legga i 12 punti del programma presentato da Veltroni si trova nella irritante condizione di pensare: ma Walter ci è o ci fa? Dice tutto il contrario di quanto ha fatto il governo Prodi, ma chi ha governato con lui? La fata Turchina? Di che partito sono i ministri che ci hanno (s)governato se non del PD? Mi sbaglio o nel PD di innovativo c'è solo il nome del partito?

Veltroni pretende di convincerci che (al contrario di quanto ha fatto il governo Prodi) ridurrà le tasse, che (al contrario di quanto ha fatto il governo Prodi) aumenterà la sicurezza nelle città, che (al contrario di quanto ha fatto il governo Prodi) non farà altri indulti e affermerà la certezza della pena, che (al contrario di quanto ha fatto il governo Prodi) risolverà il problema dei rifiuti di Napoli, farà la TAV, renderà gli italiani felici eccetera eccetera eccetera?

Berlusconi dice: Veltroni copia il nostro programma. Apparentemente è così, tutte le idee più forti sono prese dal programma della CdL del 2006. Ma la differenza profonda e incolmabile tra la proposta politica di Veltroni e quella di Berlusconi sta nella coerenza delle cose che si dicono e nella credibilità di chi le dice: Berlusconi (non per difenderlo) quelle politiche liberiste le ha realizzate quando è stato al governo, Veltroni le ha sempre contrastate con forza, in Parlamento e nelle piazze.

Berlusconi lo si può criticare per tante cose ma il programma con gli italiani lo ha rispettato in larga parte. Le 180 pagine del programma di Prodi e compagnia dove è finito? Nella raccolta carta? O si sono sbagliati anche bidone e il programma è finito nella raccolta indifferenziata?

Elettori non scordatevi una cosa: Si scrive Veltroni ma si legge Prodi: questa è la morale.


Questo modo di fare politica è tutto tranne che nuovo, anzi, sa di vecchio, di ammuffito, di prima repubblica. Non convince e non può convincere. O almeno non dovrebbe: il dubbio è che molti cittadini elettori abbiano ormai perso il gusto e l’olfatto, che basti un po’di televisione e il gioco è fatto, il senso di vecchio è coperto e l’elettore è fregato.

Confidiamo nel fatto che gli italiani non si faranno fregare. Confidiamo negli strumenti di informazione che hanno ancora la dignità di non piegarsi al conformismo culturale di una sinistra intollerante e truffaldina.

sabato 16 febbraio 2008

Emergenza sicurezza : Uno stato che non vuole guardare ( i rom)


Cari lettori, mi dispiace ammetterlo, ma per una volta sto scrivendo un articolo pieno di odio. Non avrei mai voluto scrivere cose così estremiste, ma le domande cercano risposte, i bisogni cercano risoluzioni. Se il garante non fa il suo mestiere (giustizia e sicurezza), vitale per una normale sopravvivenza e alle basi dello stato civile, ogni forma di ribellione è legittima.
Nei mesi scorsi abbiamo assistito a donne stuprate, furti di ogni genere, ragazzi investiti... tutto opera di rumeni (se preferite zingari li chiameremo così). Dette così sembra un classico elenco, normale, di criminalità quotidiana. Invece no! Una violenza sessuale segna il resto della vita di una donna, un furto in casa crea una sorta di ripudio per il luogo che è base della famiglia. A volte negli oggetti di valore attribuiamo un forte ricordo o sentimento. Quindi parlare di criminalità comune è un'ammissione di fallimento. Garantire la sicurezza è compito fondamentale dello stato, è alla base dello stato. L'ultimo decreto sicurezza del governo, non è servito a nulla. Anche se i giornali non ne parlano più, la situazione non è affatto mutata.

Poi, non ci si può lamentare, se gli italiani, a questo punto diventano razzisti, cattivi e feroci – come i rumeni o i gli zingari che delinquono – e invocano leggi più restrittive, anche se c’è un dato oggettivo, che non va dimenticato, e cioè, che paradossalmente è colpa di un Italia buonista e spregiudicata, al tempo stesso, che permette tutto questo. L’Italia dei giudici che cercano tra i cavilli delle leggi, le motivazioni legali – immorali e indegne per un Paese che vorrebbe dirsi civile – per dare il minimo della pena, ed il massimo dei benefici. Ma i giudici si difendono, affermando che applicano la Legge. Possibile che tra le migliaia di leggi, si usino proprio quelle? Non c’è ne sono altre con minore impatto emotivo e sociale? Oppure il garantismo assoluto vale per i carnefici, ma non per le vittime?

Poi, peggio ancora, sono quei sciacalli di imprenditori senza scrupoli, indegni d’essere annoverati nel consesso civile, che a differenza di altri delinquenti stranieri, la delinquenza morale italica, non può essere espulsa, ne dalle menti, né tanto meno dal Paese.

Altre due cose, tra le tante, lasciano annichiliti. La prima il silenzio della politica, e dei grandi media, che a parte qualche tenue presa di distanza, continuano a tacere. Nessuno si è azzardato a condannare pubblicamente i crimini commessi dai rumeni, come ci fosse una sorta di connivenza morale, che non permette una pubblica presa di distanze.

I servizi giornalistici di qualche mese fa, hanno fatto di tutto per farci apparire il rumeno buono, il rumeno che fa attraversare i bambini la strada, la badante – in nero – sempre col sorriso sulla bocca e via discorrendo, e va bene. Fermo restando che questa realtà esiste, e non si può condannare un popolo intero, per colpa di pochi figli di cento padri, o di madri ignote, resta il fatto, che basta guardare le baraccopoli degli zingari sulle periferie delle grandi città, per rendersi conto del degrado, da Paese del Terzo Mondo, che l’Italia sta subendo Roma si sta trasformando – in periferia – in una favelas. Un enorme contenitore di etnie, usi, costumi, lingue e dialetti diversi, di diseredati.

C’è da guardare in faccia alla realtà. Questi zingari, appena arrivano in Italia, passano da nomadi – se lo sono mai stati – a stanziali, iniziando a vivere, non come persone civili, ma come bestie gettando rifiuti dappertutto, copulando come ossessi, per poi mandare i figli a fare gli accattoni sulle strade, rubando, scippando, pestando a sangue, violentando, e ammazzando senza pietà.

Sono anni che la situazione, come un cancro in fase terminale, si degrada sempre di più. Sono anni che i cittadini, denunciano una situazione insostenibile, intollerabile, ma sempre qualche cuore buono apprensivo, che non vive a stretto contatto con le bidonville, gli accampamenti abusivi, che non vive vicino alle discariche a cielo aperto, ed il fetore emanato da questi luoghi barbarici, ma facendo l’intellettuale saputello, denuncia che attaccare gli zingari, significa essere razzisti, grida al fascismo strisciante, appena l’esasperazione esce dal silenzio, e diventa un grido disperato ai microfoni di qualche tv, mentre avere le città piene di briganti, banditi, puttane, borseggiatori – come se non bastassero quelli italiani – è sinonimo di accoglienza, tolleranza, rispetto del diverso, multiculturalità, spirito d’accoglienza, carità comunista italiana, geneticamente diversa dalla vera carità comunista sovietica, che sapeva comportarsi in modo severamente giusto, con questi fulgidi figuri, profumati all’Acqua di Rose.

L’italiano sta diventando razzista?

No semplicemente ha le scatole piene di subire, ha le scatole piene di vedere zingari al Grand Hotel, condannati per omicidio colposo, per aver tirato sotto, ubriachi come somari, quattro ragazzi, e che qualche agente spregiudicato, offre al povero assassino, la possibilità di raggranellare quattro soldi, sulle spalle dei morti.

L’Italiano, non sta diventando razzista, sta solo cercando quella giustizia, che uno Stato assente , non vuole fornire ai cittadini.

Ora ci si indigna per qualche sprangata distribuita a destra e a manca? Ci si indigna perché qualche italiano si sta comportando come uno zingaro, ripagando – alla cieca – con la medesima moneta questi signori, difesi da organizzazioni non governative, che li coccolano come fossero dei discoli disobbedienti, tanto che lo stesso governo Rumeno, da una parte è preoccupato per l’eventuale espulsione degli zingari dall’Italia, e il rimpatrio in Romania, e dall’altra, chiede sicurezza per suoi cari concittadini malfattori e non, vuole, che come un pacco di uova marce scadute, vengano rispediti – a delinquere – nel loro Paese d’origine. Insomma,
la Romania, non li rivuole a casa propria, ma nemmeno è disposta ad accettare, qualche forma di giustizia sommaria italiana.
La Romania, vuole che l’Italia, diventi un immenso campo Rom, una discarica abusiva a cielo aperto, tanto nel bel Paese esiste la libertà di delinquere, e cambiare questo stato di cose, significa attentare alle libertà fondamentali dei criminali, e questo non è accettabile. Prima di tutto i diritti di zingari, taccheggiatori, assassini, stupratori, spacciatori e quanta altra feccia. I diritti dei cittadini, quelli che pagano le tasse, e tacciono, non contano, e non devono contare, ci sono dei diritti superiori da salvaguardare, e bisogna continuare su questa strada, fino all’abisso. Tanto l’Italiano, cornuto e mazzato, dal proprio governo, subisce e tace, e guai ad alzare la testa!

Quello che fa arrabbiare, è il rimpallo di responsabilità, di una classe politica codarda, interessata solo a non farsi disturbare, che gioca senza pietà sulla pelle dei polli – gli italiani – costretti ad avere un governo ed un’opposizione, che invece di fornire soluzioni, preferiscono mandare letteralmente il Paese a puttane.

Gli italiani ne hanno le tasche piene, di rischiare la pelle, dentro e fuori casa, non si sentono tutelati in alcun modo, visto che, di cittadini ammazzati, peggio dei delfini in Giappone, ne sono piene le cronache.

giovedì 14 febbraio 2008

Crisi del sistema democratico italiano

Dopo aver rischiato di cadere in uno stato depressivo dovuto alla sostanziale incapacità dell’italico sistema politico di rinnovarsi adeguandosi alle domande provenienti dagli elettori, assistiamo oggi ad un profondo sommovimento che potrebbe modificare parzialmente il panorama politico italiano. Nel giro di qualche mese potremmo addirittura trovarci di fronte ad un Parlamento nel quale siano assenti, o comunque ridotti in condizioni di non nuocere due grandi famiglie politiche che, in misura, modi e con responsabilità assai diverse, negli ultimi trent’anni hanno paralizzato l’Italia: comunisti e democristiani. Troppa grazia, troppo bello per essere vero.
Ai 15 gruppi (o sottogruppi) parlamentari della camera ed ai 17 del Senato non corrispondono affatto altrettante identità politiche forti irriducibili sotto un’unica bandiera. Sono piuttosto il frutto di meccanismi elettorali e regolamentari che hanno reso conveniente la moltiplicazione delle sigle. E sono il frutto di strategie politiche miopi. Si aggiunga che l’odio per l’avversario e la sua completa delegittimazione hanno reso impraticabile in questi anni ogni tentativo di conferire maggiore autorevolezza e maggiore serenità al confronto politico. In questo periodo i partiti stanno pensando solo alle alleanze, fare i conti, spartire cattedre senza fare alcun riferimento al programma. Mi sbaglio o sarebbe meglio sedersi su un tavolo e decidere il programma da presentare agli elettori. Purtroppo si ragiona così:
-prima le alleanze
- lotte interne nei partiti per giocarsi fino all’ultimo posto da onorevole o interessi da raggiungere;
- infine si elabora un programma basato su slogan che colpiscano gli elettori.

Infondo chi è che legge i programmi? chi è che ha fiducia nei programmi? Gli slogan demagogici, campagne pubblicitarie, marketing politico, sono i metodi migliori allo scopo. Le ideologie non esistono più, persone con valori da quando sono nato non li ho mai conosciute (in politica). La classe politica si giustifica o tenta di giustificarsi come classe di potere facendo ricorso a principi astratti, a dottrine, a credenze generalmente riconosciute e accettate nella società. Siamo liberali, certo, ma nel liberalismo l’individuo deve essere riconosciuto come valore assolutamente preminente. e pertanto un organismo politico è tanto migliore quanto maggiore è il grado di protezione che assicura all’individuo impedendo che possa essere oggetto di sopraffazione da parte di chicchessia. A parlare siamo tutti bravi. Anche i difensori della cristianità, nel privato, scopri essere un’enorme delusione. Comunque vadano le elezioni, qualunque alleanza si venga a formare, una cosa è certa : cambiamenti radicali non ci saranno. Un governo vero e proprio di maggioranza, come affermò Gaetano Mosca, è impossibile, esisteranno sempre delle minoranze politiche di fronte a maggioranze apolitiche. Per questo continueranno a stare mafiosi in politica, leggi fatte su misura, votazioni senza preferenza... meno capiamo, meno partecipiamo, meglio lavorano i gruppi di interesse. Coloro che detengono il potere politico tendono a perpetuarlo nei loro discendenti, instaurando una chiusura dell’accesso al potere. Siamo all’interno di un sistema di sogni e di menzogne che oggi si appella democrazia. La disperazione ci sta portando ad inginocchiarci ad un comico carismatico come Grillo.La mia non è una sfiducia nel sistema irreversibile, non smetterò mai di credere che un ricambio generazionale possa fare qualcosa, anche se, non insegnando ai giovani veri valori, la situazione è dura.

Nicola Santoro (portale delle libertà)

STORIA DEI TRATTATI E POLITICA INTERNAZIONALE DAL 1919 AL 1939

Gli appunti seguono come presentazione quella del testo di Duroselle, e costituiscono solo un mezzo per facilitare il ripasso o una conoscenza riassuntiva; si sconsiglia di preparare l'esame solo su questo materiale.Il libro di testo di storia dei trattati di Duroselle è complicato ma molto valido, per questo, ho pubblicato il riassunto per agevolare il lavoro di studenti o curiosi di passaggio. Nicola Santoro (Portale delle libertà)

SMEMBRAMENTO DELL’AUSTRIA- UNGHERIA
• Frontiera austro-italiana
Lo smembramento dell’Austria-Ungheria si produsse a partire nei mesi di ott/nov 1918. Due fatti essenziali dominano qst evoluzione: gli Alleati cercarono di applicare il principio di nazionalità, ma lo fecero in maniera imperfetta, avvantaggiando nei casi incerti i Paesi che avevano combattuto al loro fianco (Serbia,Romania,Grecia) ed anche i cechi. Ne risultò la formazione di due gruppi di stati: gli stati scontenti delle pace, revisionisti: Austria, Ungheria, Bulgaria; gli stati pressappoco soddisfatti: Cecoslovacchia, Romania, Jugoslavia. Il trattato di Saint-Germain-en-Laye del 10/9/19 regolava le sorti dell’Austria.La frontiera con la svizzera e con la Germania non fù modificata. L’austria cede all’Italia il Trentino e il sud Tirolo (poi Alto adige) e ciò rappresenta un’eccezione al principio di nazionalità dato che è abitata da tedeschi. La scelta fu dettata da esigenze strategiche e militari. L’italia aveva bisogno di possedere territorialmente fino al passo del Brennero per garantire la sicurezza del confine. Sulla base del trattato segreto di Londra 26-4-15, Sonnino, assillato dalla preoccupazione strategica di dominare l’Adriatico, promette all’Italia tutta la Venezia Giulia (regione che comprendeva Istria, Gorizia, parte della carinzia ma senza Fiume, gran parte della provincia della Dalmazia e alcune isole). Il trattato è in contraddizione con il punto 9 di Wilson e l’Italia nel nov del 18 avanza alcune riserve. Inoltre con il pretesto che il trattato era stato firmato in un epoca in cui Montenegro e Croazia sarebbero rimasti indipendenti dalla serbia, quando nel 18 si forma il Regno di serbi-croati-sloveni, l’Italia rivendica pure Fiume. Wilson dichiara che l’Italia non ha alcun diritto su Fiume e propone di lasciare il sud est dell’Istria alla Jugoslavia. Il 12-9-19 D’Annunzio occupa Fiume, prende il potere e fa della città uno stato indipendente, allo scopo di provare il carattere italiano e proporre l’annessione all’Italia. Il 6-3-20 viene deciso di lasciare a Italia e Jugoslavia il compito di regolare da soli il problema. La situazione era favorevole all’Italia grazie alle buone relazioni che il conte Sforza (nuovo ministro degli esteri) intratteneva con Millerand e Lloyd George. Il 12 novembre del 20 il trattato di Rapallo tra L’Italia e jugoslavia fissa la frontiera relativamente a est della linea Wilson. La Dalmazia va a vantaggio della jugoslavia e in minima parte all’Italia( che rinuncia solo alla Dalmazia, eccetto Zara e 4 isole che erano importanti strategicamente per controllare la costa dalmata. L’indipendenza della città di Fiume era riconosciuta dalle due parti. Gli jugoslavi erano ostili al tratto diktat di rapallo, che smembrava la Slovenia. Una grande potenza aveva imposto la sua volontà a una piccola.
• SMEMBRAMENTO DELL’AUSTRIA A NORD
Boemia, Moravia e la slesia austriaca confluiscono nella nuova repubblica Cecoslovacca, proclamata a Praga nell’ottobre del 18.
• SMEMBRAMENTO A EST E SUD-EST
L’Austria cede la Bucovina alla Romania. La Galizia viene affidata alle potenze alleate e associate, A sud-est cede alla Jugoslavia le popolazioni abitate da sloveni, Dalmazia, Bosnia e Erzegovina.

ANSCHLUSS
L’Austria, così come era stata disegnata dalla fine della prima guerra mondiale, nn poteva sopravvivere dal punto di vista economico e sociale. L’Austria era un “corpo di cui era rimasto in piedi solo la testa”, Vienna era una città sproporzionata dove vivevano ¼ di austriaci. Il parlamento austriaco dice: abbiamo perso la guerra, abbiamo perso molti territori e così come ci hanno disegnato non è possibile vivere e in nome del principio di nazionalità vogliamo diventare una provincia delle Germania. Si apre il problema dell’Anschluss, della volontà di unirsi, dell’unione austro-tedesca. Tra il 18 e il 19 si votano degli ordini del giorno e ci sono dei plebisciti. Ma gli alleati si oppongono a questa soluzione: la Francia avrebbe visto ingrandirsi la Germania e qst era impensabile. L’Italia si sarebbe trovata al confine un grande paese tedesco di 60/70 milioni di abitanti, voleva l’Austria come paese cuscinetto. L’art. 80 del trattato di Versailles e l’art. 88 del trattato di Saint-Germain-en-Laye del 10/9/19 prevedono il divieto di Anschluss (anche se non esplicitamente: prevedono il divieto di alienare la propria sovranità senza il consenso del consiglio della società delle nazioni). Il Protocollo di Ginevra del 22 stabilisce l’impegno per l’Austria di non tentare l’Anschluss in cambio di aiuti finanziari di Francia, Italia, GB e USA. Così non viene visto più come un diktat ma un principio politico accettato anche da Vienna. L’Austria si rimette in movimento ma negli anni 30 arriva la crisi economica. Conseguenza della crisi è il tentativo di unione doganale di Austria e Germania. Il 3 marzo del 31 si fa un progetto, una bozza di accordo, ma ce la reazione di Francia e Italia, le quali temevano che fosse solo un primo passo verso l’unificazione politica ( come accadde nel 800 tra gli stati della germania). L’Italia fa ricorso alla Corte permanente dell’Aja nell’estate del 31 ma intanto il progetto viene ritirato a causa di difficoltà finanziarie austriache e tedesche. Mussolini era preoccupato del fatto che la Germania potesse espandersi a sud e già 25 si pensa ad una alleanza italo-francese, purchè la Francia riconosca i diritti italiani in campo coloniale ma quest’ultima oltre a dei contentini non fa abbastanza per permettere che l’alleanza avvenga. La questione si riaprì con l’avvento al potere di Hitler che considerava l’Austria come parte della comunità tedesca, sosteneva il partito nazista austriaco, e l’ Anschluss era uno degli scopo della sua politica. Il cancelliere austriaco Dollfuss fu assassinato il 25 luglio 1934 dai nazisti austriaci ma il colpo di stato fallì per molte ragioni, tra le quali le pesanti reazioni delle potenze occidentali e soprattutto dell’Italia che inviò due divisioni di alpini alla frontiera del Brennero e fu l’unica ad aver preso misure militari per evitare l’ Anschluss. Il prolungamento della guerra civile spagnola servì come pretesto per Hitler a tener occupata l’Italia in modo da non poter intervenire contro l’ Anschluss
L’11 luglio del 36 fu firmato un accordo austro-tedesco in base al quale:
1) La Germania riconosceva la piena sovranità dell’Austria;
2) la Germania e l’Austria si impegnavano a non intervenire nei rispettivi affari interni;
3) la politica austriaca nei confronti del Reich avrebbe tenuto conto del fatto che l’Austria era uno Stato tedesco.
Questo accordo rappresentava per la Germania una importante vittoria diplomatica. Il 6 novembre del 37 Ribbentrop si intrattenne con Mussolini sul problema austriaco, e quest’incontro segnò una profonda evoluzione nell’atteggiamento italiano. Il Duce afferma che l’Austria è un paese tedesco di razza, di lingua, e di cultura. La questione austriaca non deve venire considerata come un problema tra l’Italia e la Germania, ma invece come un problema di ordine internazionale. Non vuole far più la sentinella dell’indipendenza austriaca, specialmente se gli austriaci non la vogliono. Inoltre l’interesse italiano non è più così vivo come lo era alcuni anni fa e ciò anche per lo sviluppo imperiale dell’Italia, che ha fatto convergere i propri interessi nel mediterraneo. Per evitare crisi internazionali, il Duce si contenta di consigliare di lasciare agli eventi il loro naturale sviluppo. In caso di crisi in Austria, l’Italia non agirà. Così, l’Italia ammetteva praticamente l’Anschluss.
Nel gennaio del 38, dopo la scoperta di un complotto tedesco, detto <>, il governo austriaco si preoccupò. Il Fuhrer convocò il cancelliere austriaco Schuschnigg dove fu violentemente attaccato e minacciato e indotto a nominare come ministro degli interni il nazista Seyss-Inquart. Per scongiurare il pericolo, Schuschnigg decise di indire un plebiscito sull’annessione; Hitler temeva il risultato e fu indotto a passare alle minacce esplicite: il plebiscito fu annullato; Schuschnigg si dimise e al suo posto andò Seyss-Inquart il quale , il 12 marzo 38 fece appello alle truppe tedesche che varcarono la frontiera. Il 13 marzo una legge austriaca e una tedesca consacrarono l’unione tra i due paesi. Le reazioni delle potenze furono pressoché nulle: l’Inghilterra consigliò all’Austria di non reagire e la Francia si limitò ad una protesta del suo ambasciatore. Mussolini non rispose alle richieste d’aiuto austriache.

NUOVE FRONTIRE DELLA GERMANIA


La sorte della Germania fu regolata dal Trattato di Versailles del giugno del 1919, un minuzioso e complesso documento che regolava unilateralmente il problema delle frontiere e delle garanzie di ogni tipo che furono prese contro la germania da parte delle potenze vincitrici. Per stabilire i nuovi confini fu adottato il “PRINCIPIO DI NAZIONALITA’ ” , secondo cui ogni popolo aveva diritto di disporre di se stesso. Ad Ovest la Germania perse l’Alsazia e la Lorena, restituite alla Francia nel novembre del 18, addirittura prima dell’entrata in vigore del trattato (gennaio 1920), senza che gli abitanti potessero approvare o rifiutare l’annessione allo stato francese. La Francia avanzò pretese sulle miniere del SAAR nel marzo 19: un mese dopo fu deciso che le miniere sarebbero passate sotto la proprietà francese per 15 anni, durante i quali la zona sarebbe stata amministrata da una commissione della Società delle Nazioni, composta da 5 membri; dopo 15 anni gli abitanti avrebbero deciso con un plebiscito se unire la Saar alla Francia, alla Germania o restare sotto il protettorato internazionale. Molti furono gli scontri tra i lavoratori tedeschi e l’esercito francese. la Germania perse 2 cantoni di tedeschi al confine con il Belgio, il quale avanzò anche altre pretese territoriali che furono respinte dagli alleati. i tedeschi persero anche il nord dello Schleswig, che passo alla Danimarca con un referendum popolare che mantenne il sud alla Germania. Più importanti furono le modifiche che subì ad est (dove non fu rispettato il principi di nazionalità), con la perdida della Posnania e di una parte della Prussia occidentale. Gli alleati decisero di far rinascere la Polonia, concedendo al nuovo stato uno sbocco al mare con un porto. La SDN spartisce l’Alta Slesia concedendo 2/3 alla germania (Nord e ovest), e il resto alla Polonia (il sud).
In conclusione la Germania perde 1/7 del suo territorio e 1/10 della sua popolazione. Le perdite ad est, in particolare, erano mal giustificate dal principio di nazionalità e rispondevano soprattutto a considerazioni economiche.

PLEBISCITO DELLA SAAR
Il problema principale da risolvere tra la Francia e Ger era quello della SAAR. Hitler aveva perfino dichiarato che questa era l’unica questione in sospeso tra i 2 paesi. Verso il 1930 si credeva che quasi tutta la totalità dei Sarresi avrebbe votato in favore del ricongiungimento con la Germania. Ma l’avvento del nazionalsocialismo in Germania turbò molti spiriti. Il 72% della popolazione sarrese era cattolica e molto colpita dalle notizie di persecuzioni che avvenivano in Ger. Il partito nazista si sviluppava nella Saar con tutte le organizzazioni paramilitari e una polizia segreta. Alle elezioni i nazisti ottennero solo 2 seggi su 30. Sotto l’influenza del partito nazista du crato un Deutsche Front che assorbì molti partiti e tanti cattolici. Per il plebiscito restavano 2 soluzioni: - il ricongiungimento alla Germania o il mantenimento dello Status quo, cioè l’amministrazione del governo nominata dalla SDN. Hitler con i soldi del governo tedesco finanziò una formidabile propaganda. Nel 34 la SDN costituì un comitato per controllare il plebiscito. Venne firmato un accordo franco-tedesco che garantiva che nessuno dei 2 paesi avrebbe esercitato una pressione diretta o indiretta sui votanti. Salito al governo Laval, egli non sapeva nulla della Saar ed era sicuro di un risultato favorevole alla Germania e quindi assumò un atteggiamento di rinuncia. Fu firmato un accordo franco-tedesco di carattere finanziario, che prevedeva il pagamento da parte della Germania di 900 milioni di franchi per tutti i crediti e le proprietà francesi sulle miniere. Il plebiscito ebbe luogo il 13 gennaio e il 90% dei sarresi aveva optato per la Germania nazista. La SDN decise che la 1 marzo la SAAR sarebbe ritornata alla Germania.
• GARANZIE CONTRO LA GERMANIA (DISARMO)
Per prevenire una ripresa della potenza tedesca , gli alleati stabilirono una serie di garanzie militari e politiche.
Francia e Belgio ritenevano essenziale garantire la sicurezza dal punto di vista militare e politico contro un eventuale ripresa della germania. La GB puntava all’eliminazione della flotta tedesca e il trattato limita la marina a un certo numero di guardacoste e proibisce i sottomarini. Lloyd George riesce a far adottare la sua soluzione: esercito limitato a 96.000 uomini e 4.000 ufficiali, Scuole militari e Stato Maggiore vengono soppressi. Vengono proibiti artiglieria pesante, i carri armati, aviazione.La flotta avrebbe dovuto consegnarsi agli alleati(ma le navi da guerra si autoaffondarono nel 1919, prima dell’entrata in vigore del trattato). Viene proibita la fabbricazione di materiale da guerra. Per garantire l’esecuzione delle clausole militari del trattato viene creata una “commissione di controllo interalleata”. Il disarmo tedesco era considerato come il preludio di un disarmo generale.
• SMILITARIZZAZIONE DELLA RENANIA
Su proposta di Wilson viene smilitarizzata la riva sinistra del Reno e una zona di 50 km sulla riva destra. Nella zona smilitarizzata non possono esserci fortificazioni, forze armate e manovre militari.Viene divisa in tre parti,nord con la città di Colonia, centro con Coblenza, sud con Magonza, occupate da Francia, GB, USA. Wilson e Lloyd George accettarono un’occupazione temporanea di 15 anni della riva sinistra del Reno. L’evacuazione sarebbe avvenuta di 5 anni in 5 anni.L’occupazione sarebbe stata sospesa se non si fosse avuto con certezza il rischio di aggressione. Se la Germania fosse venuta in seguito meno ai suoi obblighi si sarebbe potuto rioccupare (art 429). Le spese erano a carico della Germania.
• GARANZIE POLITICHE
Lloyd George e Wilson propongono a Clemenceau, in cambio delle rivendicazioni sulla riva destra del Reno, dei trattati di garanzia Franco-Inglese e Franco-americano, che furono annessi al Trattato di Versaiilles e firmati il 28 giugno. Prevedevano un aiuto immediato di Inghilterra e Usa in caso di aggressione non provocata della Germania contro le frontiere francesi e belghe. La clausola più grave era la solidarietà esistente tra i 2 trattati: se uno di essi non fosse stato ratificato, l’altro non avrebbe mai avuto effetto. Il Senato americano rifiutò di approvare l’insieme del trattato di Versailles ed il trattato di garanzia decade. Dal 1920 si assiste ai primi scontri tra la politica inglese e quella francese. La sola alleanza che la Francia ottenne contro la Germania fu con il Belgio: ACCORDO MILITARE SEGRETO TRA I 2 PAESI completato da uno scambio di lettere. L’accordo militare era difensivo e doveva funzionare in caso di aggressione militare non provocata.

• RIPARAZIONI
L’art 231 del trattato di Versailles afferma: “La Germania riconosce che essa è responsabile, per averli causati, di tutti i danni subiti dai governi alleati e associati e dai loro abitanti, in seguito alla guerra, che è stata loro imposta dalla sua aggressione”. L’art stabilisce le responsabilità della Germania, che doveva pagare i danni causati nella 1GM. Non c’è un negoziato ma si fa la sommatoria dei danni causati a Francia, GB... E’ una cifra enorme, stabilita sommando le massime cifre richieste dai vincitoriSecondo alcuni questo articolo stabiliva una responsabilità finanziaria di diritto civile, dando una base di diritto alla riparazione dei danni subiti.
CLAUSOLE DEL TRATTATO DI VERSAILLES
Posto il principio, gli Alleati non fissarono immediatamente l’ammontare delle riparazioni e optarono per una soluzione di attesa, cosa che avrebbe reso difficile la ripresa economica della Germania.
1) La Germania avrebbe pagato 20 miliardi di marchi-oro prima del 1 maggio 21, di cui 2/5 al belgio.
2) Si sarebbe creata una <> incaricata di sorvegliare la riscossione dei 20 miliardi e definire entro il 1-5-21 l’ammontare reale dei danni di guerra, nei quali erano state incluse, su richiesta della GB, le pensioni militari. La commissione doveva comporsi di 5 membri: GB, Francia, USA,Italia e, secondo i casi, Belgio, Giappone, Jugoslavia, Gli USA non ratificarono e si limitarono a mandare delegati ufficiosi. Lloyd George accettò allora che, in caso di parità di voti, quello del presidente francese fosse prevalente. La Commissione non aveva potere coercitivo sulla Germania.
La Commissione delle riparazioni valutò in 150 miliardi di marchi-oro i danni subiti, poi abbassati a 132 miliardi sotto la pressione del delegato inglese. Alla Germania fu indirizzato un vero e proprio ultimatum per obbligarla ad accettare il piano. Gli Alleati puntavano ad occupare la Ruhr. Il governo tedesco diede le dimissioni e il nuovo ministero si rassegnò ad accettare lo stato dei pagamenti. Durante l’estate del 21 la Germania pagò regolarmente i suoi debiti ma approfittando delle divisioni degli Alleati resisteva alle loro pretese chiedendo una moratoria. L’Inghilterra era preoccupata per l’equilibrio europeo, sapeva che l’economia tedesca serviva per l’interesse economico dell’Europa e quindi era disposta ad andare incontro alle esigenze tedesche. La Francia, come al solito, continuava a preoccuparsi per la sua sicurezza e preferiva un’applicazione rigorosa di tutte le garanzie militari previste dal trattato e il pagamento integrale delle riparazioni. Lloyd George propone un piano per risolvere la questione:
1) Garantire alla Francia la sicurezza e l’integrità del suo territorio;
2) Accantonare la cifra di riparazione tedesca e inserire una più agevole;
3) organizzare una conferenza con la quale porre delle basi comuni per rilanciare l’economia europea, facendo partecipare anche i paesi sconfitti ed amarginati.
La Francia vuole sapere dalla GB nello specifico in cosa consistevano le garanzie militari. Gli inglesi considerano eccessive le richieste francesi e c’è una rottura. La Conferenza di Genova che si convocò dal 16 aprile al 19 maggio del 22 non ebbe effetti positivi a causa di mancanza di idee unitarie. Rimane aperto il problema francese. L’unico successo fu il ravvicinamento della Germania alla Russia.La conferenza ebbe tuttavia un risultato imprevisto. Il 16 aprile del 22 Cicerin e Rathenau si incontrarono vicino Genova, a Rapallo, e firmarono un accordo. I due paesi rinunciavano simultaneamente ai debiti di guerra ed alle riparazioni per danni militari. La Germania rinunciava a rivendicare le ex imprese tedesche in Russia nazionalizzate dai Soviet. Furono ristabilite le relazioni diplomatiche e consolari e i due governi decisero di applicare nei loro rapporti commerciali ed economici il principio della nazione più favorita. La Germania era il primo paese occidentale a ristabilire relazioni diplomatiche con l’Urss. Il trattato rappresentò la fine dell’isolamento sovietico sul piano economico e politico. I russi cercarono di beneficiare dell’appoggio tecnico degli ingegneri tedeschi per la fabbricazione di armi; i tedeschi raggirarono il trattato di Versailles sperimentando in Russia armi proibite e addestrando del personale ad utilizzarle. Vennero sperimentate gas da combattimento e fu organizzata una collaborazione tra gli stati Maggiori. Questi accordi ebbero fine con l’avvento di Hitler al potere. Il trattato di Rapallo sbalordì gli Alleati e, il 18 aprile, essi indirizzarono alla Germania una nota accusandola di aver così rotto le intese di Cannes e si riservarono il diritto di considerare come non avvenute le clausole di Rapallo. La conferenza di Cannes e di Genova aveva lasciato aperto il problema delle riparazioni.
• STRESEMANN E LA QUESTIONE DELLA RUHR
Nel luglio del 22 il cancelliere Wirth chiese una moratoria dei pagamenti, a causa dell’inflazione galoppante del marco. All’assenso di lloyd George seguì quello di Poincarè, a condizione che le miniere della ruhr fossero date in pegno agli alleati. Inizia così la politica del pegno produttivo. L’Inghilterra si oppose a questo sistema, esigendo dalla Francia il pagamento dei debiti diguerra, cosa che i francesi erano disposti a fare solo dopo aver ricevuto le indennità tedesche. La mortoria fu dunque negata. Altro motivo di attrito franco-inglese fu la ritirata francese dalla zona di Costantinopoli, che lasciava gli inglesi soli contro le truppe di Kemal. Nel novembre 1921 lloyd george fu sostituito da Law ma la politica non mutò. Poincarè era deciso ad occupare la ruhr alla prima inadempienza tedesca nei pagamenti, appoggiato nella Commissione per le riparazioni dai belgi e dagli italiani. Grazie a questi appoggi, alla conferenza di parigi nel gennaio del 23 fu decisa l’occupazione militare della ruhr. Il governo tedesco protestò immediatamente e ordinò ai lavoratori dalla ruhr di praticare una resistenza passiva, continuando ad essere stipendiati dal governo. I francesi oltre ad occupare, sono costretti a mandare operai dal Belgio e dalla Francia ma ciò comportò che i costi erano superiori ai ricavi e i rapporti fra gli stati peggioravano. La germania non poteva mantenere gli operai in sciopero per molto e inoltre molti di loro tornarono a lavorare per paura di essere rimpiazzati dai francesi. Cambiò governo e Strasemann dovette affrontare 2 tentativi rivoluzionari tra cui si aggiunge le pressione dei separatisti renani. Strasemann riaprì il diaologo con la Francia sulla qst delle riparazioni. Poincarè accettò la proposta americana di istituire una commissione di esperti per valutare il problema delle riparazioni. La commissione fu presieduta dal banchiere Dawes il quale presentò il suo piano nell’aprile del 24 che consisteva in un accordo valevole per 5 anni, durante i quali la Germania avrebbe dovuto pagare rate annuali crescenti da 1 miliardo a 2,5 miliardi di marchi oro( cifra notevolmente inferiore rispetto ai 132 miliardi). Nella conferenza di Londra del luglio 1924, si discusse sull’adozione del piano e sull’evacuazione della Ruhr; grazie anche alla mediazione di MacDonald si decise una evacuazione scaglionata in un anno, tranne la città di Colonia (occupata in virtù del Trattato di Versailles) che doveva essere liberata subito. Questi accordi furono rigettati dagli alleati quando l’ispezione degli armamenti tedeschi rivelò la presenza di armi proibite nel trattato di Versailles, perciò la Ruhr fu liberata nell’agosto 1925 e la zona di Colonia, in seguito ai patti di Locarno, solo nel gennaio 26.
TRATTATI DI LOCARNO
La conferenza ebbe luogo a Locarno dal 5 al 16 ottobre 1925. Vi presero parte Briand, Chamberlain, Stresemann, Vandrevelde e Mussolini. Si stipulò una serie di trattati. Il + importante fu quello che stabiliva il mutuo rispetto dell frontiere franco-tedesca e belgo-tedesca con la garanzia dell’Inghilterra e dell’Italia. L’art.2 specificava che se la germania avesse invaso la zona smilitarizzata, si sarebbe potuto ricorrere alle armi contro di essa. A qst trattato principale erano annesse delle convenzioni di arbitrato tra la Germania da una parte, la Francia, il Belgio, la Polonia e la Cecoslovacchia dall’altra. Un trattato di alleanza franco-polacco ed un trattato franco-cecoslovacco completavano l’insieme degli accordi. La Francia sperava in qst modo di aprire le porte a trattative sulle frontiere orientali della Germania. Chamberlain dichiarò che l’Inghilterra si riservava la propria libertà d’azione nel caso in cui fosse scoppiato un conflitto nell’Est dell’Europa, ma che sarebbe intervenuta sicuramente se il conflitto fosse scoppiato ad Ovest.

IL SISTEMA DEI MANDATI
Nella riunione di Londra tra esperti americani ed inglesi del novembre 1918 si definirono i modi per privare la Germania delle sue colonie e spartirle tra i paesi vincitori senza procedere ad annessioni dirette. A tal fine fu usato il sistema dei mandati in cui la SDN conferiva alcuni mandati a paesi successori della Germania per amministrare temporaneamente alcuni territori ( poiché giuridicamente non si trattava di annessioni, l’Italia non poté chiedere alcun territorio promesso) . I mandati si dividevano in tre categorie:
tipo A)paesi dell’Impero ottomano, che dovevano scegliere una potenza tutrice la quale li avrebbe condotti alla piena indipendenza;
tipo B) paesi dell’Africa, ritenuti incapaci di autoamministrarsi, sarebbero stati divisi tra le potenze mandatarie;
tipo C) paesi del Sud Ovest dell’Africa e alcune isole del Pacifico, governati direttamente dalle potenze mandatarie con le proprie leggi.
La maggior parte dei mandati B e C furono assegnati nel maggio del 19 dal Consiglio Supremo; la delegazione italiana er assente (protesta per il programma di Wilson) e non partecipò alla divisione poiché, secondo Balfour, il Patto di Londra non prevedeva il sistema dei mandati. La Francia ottenne il Togo, l’Inghilterra ebbe il Camerun e la totalità dell’Africa Orientale tedesca, l’Australia ottenne le isole tdesche del pacifico a su dell’equatore, quelle al nord andarono al Giappone. Più delicata fu la questione degli ex possedimenti tedeschi in Cina. Da principio gli USA, che appoggiavano la Cina, dovettero cedere, ma la questione fu in parte risolta solo nella conferenza di Washington del 22.


SICUREZZA COLLETTIVA ED IL PROTOCOLLO DI GINEVRA

La SdN comincio ad acquistare una effettiva rilevanza politica internazionale quando, in conseguenza dei rapporti franco-tedeschi, si poneva all’attenzione degli stati il problema della sicurezza collettiva, legata soprattutto al disarmo. Fin dalla prima assemblea del 1920 era stata costituita una “Commissione permanente per le questioni militari”, con la quale si affermava che per avviare il disarmo generale, tutti gli stati dovevano poter accedere ad un accordo difensivo di mutua assistenza tra tutti gli stati membri. Dopo vari progetti falliti, nella riunione del 24 fu discusso il progetto presentato dal ministro degli esteri cecoslovacco Banes e conosciuto come il PROTOCOLLO DI GINEVRA. Il protocollo affermava che ogni controversia intern sarebbe stata giudicata sia dalla Corte di Giustizia internazionale e sia da un arbitrato intern. Se uno stato si fosse rifiutato di accettare l’arbitrato o le sue decisioni, sarebbe incorso in sanzioni economiche e militari e, con il voto di 2/3 degli stati facenti parte del Consiglio, tutti i membri sarebbero stati costretti ad imporre le sanzioni decise dal Consiglio. Nella successiva sessione del 25, il nuovo premier inglese Chamberlain criticò fortemente il protocollo: egli non considerava efficaci le sanzioni economiche e la mutua assistenza avrebbecomportato, data l’estensione dell’impero, l’intervento inglese troppo spesso. Con l’opposizione dei Dominions ( che non volevano partecipare agli affari europei) e degli Stati Uniti ( che non volevano interferenze europee in America Latina) il progetto fallì definitivamente.

POLITICA ESTERA ITALIANA:

• FIUME
Sulla base del trattato segreto di Londra gli italiani rivendicavano l’Istria, la Carinzia ed una parte della Dalmazia, ma non Fiume, che fu rivendicata in seguito dal primo ministro Orlando. le rivendicazioni jugoslave riguardavano gli stessi territori ed erano in parte sostenute da Wilson, il quale rivolse un appello diretto al popolo italiano per l’abbandono delle rivendicazioni su Fiume senza consultare il nostro governo, provocando l’abbandono temporaneo della Conferenza di pace da parte di Orlando e Sonnino. Durante la loro assenza, nel maggio 1919, le potenze si divisero le ex colonie tedesche; al nostro paese non fu assegnata alcuna colonia poiché fu adoperato il sistema dei mandati che non era previsto nel trattato di Londra. L’Italia riuscì solo ad ottenere delle piccole rettifiche al confine libico-tunisino (2 oasi) e a quello libico-egiziano (un oasi); l’Inghilterra concesse anche il Giulia in cambio di alcuni diritti italiani sullo Zanzibar. Il malcontento per la questione coloniale continuò fino alla campagna etiopica condotta da Mussolini. Tornando alla questione fiumana, alla conferenza di pace fu in seguito deciso su proposta italiana che la questione sarebbe stata direttamente risolta tra le parti in causa, l’Italia e la Jugoslavia, cosa che avvenne con il trattato di Rapallo del novembre 1920. Per la pressione congiunta di Francia e Inghilterra e per la caduta elettorale di Wilson, la Jugoslavia dovette accettare un trattato molto svantaggioso, in cui l’Italia otteneva tutto tranne parte della Dalmazia e la città di Fiume, che fu riconosciuta “stato indipendente” (l’occupazione della città da parte di D’Annunzio durò dal settembre 1919 al dicembre 1920, dopo la firma del patto). Le elezioni del parlamento di Fiume si tennero nel 1921 ed i nazionalisti bruciarono le urne, successivamente nel marzo del 22, gruppi fascisti organizzarono con successo un colpo di stato nella città. con l’avvento al potere di Mussolini (ottobre 22) la politica italiana si fa sempre più aggressiva, finchè nel 23, rifiutato un arbitrato, egli invia a Fiume un amministratore italiano. La Jugoslavia non può far altro che accettare il fatto compiuto, in quanto una richiesta di aiuto da parte della Francia non ebbe mai esito. Nel gennaio del 24 fu firmato il patto di Roma con la quale fu riconosciuta la potestà italiana su Fiume.
• I BALCANI (ALBANIA)
L’Italia aveva delle mire sull’Albania per contrastare la neo potenza jugoslava che si andava formando di fronte alle sue coste. Si giunse ad un patto segreto con la Grecia (accordo TITTONI-VENIZELOS,luglio 19), con il quale l’Italia annetteva Valona e otteneva il mandato sull’Albania con il sostegno greco, la Grecia era sostenuta dall’Italia nelle sue rivendicazioni sulla Tracia e sull’Epiro. Ma qualche mese dopo i greci resero pubblico l’accordi, scatenando proteste in Jugoslavia ed un’insurrezione anti-italiana a Valona. L’accordo fu così denunciato dal nostro governo, che in seguito cercò di intrattenere rapporti di amicizia con l’Albania in mancanza di protettorato. Con l’avvento di Mussolini i rapporti tra Italia e Albania si rafforzaronom grazie anche al patto di amicizia e di sicurezza firmato nel 1926 con il re Zogu, il quale aveva tradito l’apoggio che gli era stato dato dagli jugoslavi per impadronirsi del potere. Con questo patto l’Italia riconosceva l’integrità territoriale dell’Albania, i 2 stati si impegnavano a sottoporsi ad arbitrato e a non pregiudicare con accordi gli interessi dell’altra parte. Questo trattato peggiorò i rapporti con la Jugoslavia (che aveva a sua volta stipulato una alleanza di amicizia con la Francia) al punto che nel 27 furono interrotte le relazioni diplomatiche e non fu rinnovato il patto di amicizia e di collaborazione firmato a Roma nel 24. Successivamente Mussolini siglò con Zogu un vero e proprio trattato di alleanza militare, facendo entrare definitivamente l’Albania nella sfera di influenza italiana. Imitando i metodi di Hitler, Mussolini intrappolato da una politica di rivendicazioni territoriali e temendo mire tedesche sulla Croazia ordinò il 7 aprile 1939 l’invasione dell’Albania. Il re Zog fuggì, lo stato finìsotto protettorato italiano e si ebbe l’unione delle 2 corone; la Germania era preventivamente avvisata e l’intesa tra i 2 dittatori aumentava.

• Il patto BRIAND-KELLOG
Briand propose al governo americano la firma di un patto che avrebbe sancito l’abbandono della guerra come risoluzione dei conflitti tra i due paesi; gli americani accettarono a condizione di allargarlo a tutti gli stati, mentre la Francia ottenne che la firma del patto non avrebbe annullato gli obblighi di Locarno (intervento armato in caso di invasione tedesca), della appartenenza alla SdN (intervento contro uno stato inadempiente), che non sarebbe entrato in vigore se non con una accettazione universale, che non sarebbe stato escluso per gli Stati il diritto di legittima difesa.
Una volta accettate queste condizioni, 15potenze lo firmarono (tra cui Germania) a Parigi il 27 agosto 1928. Il <> si componeva di un preambolo e 2 articoli principali. L’art. 1 condanna il ricorso alla guerra come risoluzione dei conflitti internazionali e l’art 2 impegna le parti contraenti alla ricerca di mezzi pacifici nelle situazioni di conflitto.
La Russia vi aderì dopo aver firmato un patto simile con i suoi vicini (Polonia, Estonia, Lituania, Lettonia, Turchia e Romania) detto accordo di mosca o protocollo Litvinov del 9 feb 1929.
• IL PIANO YOUNG (: le riparazioni e l’evacuazione della Renania)
Durante la firma del patto STRESEMAN, BRIAND E POINCARE’ discussero circa i 2 problemi ancora pendenti tra Germania e Francia: le riparazioni e l’evacuazione della Renania, occupata alla fine del conflitto. Poincarè voleva unire le 2 qst, cosicchè anche la Francia avrebbe potuto pagare i suoi debiti di guerra a USA e GB. Nell’agosto del 29 una conferenza franco-anglo-tedesca tenutasi all’Aja decise che l’evacuazione della renania sarebbe stata completata nel luglio 1930. La questione delle riparazioni era invece più complessa: il pano Dawes aveva valenza per 5 anni, fino al 1929 ( da qui la preoccupazione di Poincarè), la Germania aveva pagato regolarmente quasi 10 miliardi di marchi-oro in valuta e merci prodotte. In giugno si era riunita una commissione sotto la presidenza dell’americano Young, la quale presentò un progetto di pagamento in 36 annualità crescenti da 1,5 a 2,5 miliardi di marchi oro (la scadenza era nel 1988), pagati dalla Germania direttamente in moneta straniera per riacquistare la sua autonomia finanziaria; le consegne in natura sarebbero state eliminate nel giro di 10 anni; inoltre la commissione per le riparazioni sarebbe stata soppressa. In Francia il piano Young fu approvato il 7 giugno 1929, contemporaneamente con l’approvazione del pagamento dei debiti di guerra agli Usa.
• Conferenza di Losanna e la fine delle riparazioni
I pagamenti internazional che la Germania doveva effettuare rischiavano di compromettere la stabilità finanziaria. L’ampiezza della crisi del 29 rendeva impossibile l’applicazione del Piano Young. La GB e l’Italia volevano la soppressione delle riparazioni e quindi i francesi si trovarono isolati. Decisero di convocare una conferenza internazionale a Losanna che si svolse dal 16 giugno al 9 luglio. Herriot riteneva necessario rassegnarsi all’abbandono delle riparazioni, ma voleva che fosse proclamato il rispetto degli impegni internazionali. La conferenza decise che la Germania avrebbe pagato ancora un saldo di3 miliardi di Reichsmark e qualche prestazione in natura, ma che dopo di questo sarebbe stata liberata da altre riparazioni. La banca dei regolamenti internazionali avrebbe continuato ad esistere. La Gb, l’Italia e le altre potenze pagarono il loro debito, la Francia non lo fece per l’opposizione del parlamento e Herriot rassegnò le dimissioni. Gli USA non accettarono il pagamento simbolico della Gb e degli altri paesi e con una decisione del Congresso vi fu un rimborso totale. Tutti i paesi smisero allora di pagare i debiti.
• IL PROGETTO DI BRIAND DI UNIONE EUROPEA
Briand guardava con simpatia i movimenti assai diversi che tendevano alla creazione degli “Stati Uniti d’Europa”. Il 5 settembre 1929, in occasione della decima Assemblea della SDN, Briand pronunciò un grande discorso nel quale, in termini assai vaghi, auspicava una sorte di federazione europea. Si sarebbe dovuto cominciare con legami economici, in ragione della crisi incombente, ma che si sarebbero potuti in seguito stabilire legami politici senza intaccare la sovranità di nessuna nazione, cosa che diminuiva singolarmente la portata della sua dichiarazione. Stresemann approvò calorosamente Briand. Il 1 maggio 1930 Briand inviò un memorandum ai paesi europei. Prebedeva l’estensione a tutti gli Stati del regime di sicurezza creato dal patto di Locarno. Nel sistema europeo prevedeva organismi indipendenti ricalcati su quelli della SDN:
1) Una conferenza europea 2) Un organo esecutivo, il comitato politico permanente 3) un servizio di segretariato.
Briand restò molto vago sull’organizzazione economica, continuava a parlare del mantenimento della sovranità politica per ciascun stato. Solo la Jugoslavia e la Bulgaria aderirono senza riserve al progetto di Briand. Le altre mossero critiche nette. La Germania temeva uno stabilizzarsi delle sue frontiere. L’Italia accettava il principio della cooperazione europea, non quello dell’unità europea. Desiderava inoltre introdurre Stati nonmembri della SDN, l’Urss e la Turchia. La GB preoccupata di sviluppare la sua collaborazione con i Dominios, si opponeva alla creazione di organismi europei particolari. Nella discussione del Libro Bianco contenente il memorandum (8 sett 1930) era evidente il contrasto con la GB che parlava di collaborazione e non di federazione. Anche la costituzione di una << Commissione di studio per l’UE>> non portò a nulla e la questione restò là. Per Briand fu un insuccesso che si combinava con lo sviluppo di una campagna ostile diretta contro di lui in Francia. Nel 31 alla presidenza della Repubblica fu eletto Doumer.
• LA CONFERENZA DI WASHIGNTON
Gli Usa erano governati dal 1921 dal presidente Harding, il quale decise di convocare una conferenza per la discussione del disarmo (in particolare di quello navale) e della situazione in Estremo Oriente e nel Pacifico. Alla CONFERENZA DI WASHIGNTON del novembre del 1921 parteciparono Francia, Gb, IT, Giappone,Cina, Belgio, Olanda e Portogallo; essa si protrasse fino al febbraio del 22. Si discusse solo del disarmo navale (la Francia non accettava limitazioni sull’armamento terrestre) e da subito si creò una forte coalizione anglo-americana che riuscì ad imporre determinate quote di navi civili e militari agli altri paesi. Il trattato delle 5 potenze fu firmato il 6 febbraio 1922. Esso stabiliva la parità tra la flotta militare americana e quella inglese (che doveva abbandonare il principio del “two powers standard”), e riduceva le aspirazioni al riarmo navale francese; per le flotte civili erano stabilite le seguenti quote: 5 USA e GB, 3 Giappone, 1,75 Italia e Francia. La Francia ottenne un unico successo nel mantenere libera la costruzione di sottomarini e delle unità minori; il Giappone fu spinto ad accettare dalla clausola che stabiliva il mantenimento dello status quo nelle fortificazioni delle isole nel Pacifico e anche perchè gli USA potevano schierare nel Pacifico solo un 2,5 della flotta, mentre il Giappone aveva una quota di 3. Per quanto concerne l’Estremo Oriente fu firmato il trattato delle quattro potenze sul Pacifico il 13 dicembre 1921 in cui Francia, Inghilterra, Usa e Giappone stipulavano un trattato di garanzia sui possedimenti nel Pacifico, stabilendo regole di non aggressione e risoluzione pacifica delle controversie.



• HITLER E IL FALLIMENTO DELLE CONFERENZA SUL DISARMO

IL PATTO A QUATTRO
Con l’avvento di Hitler al potere, Mussolini auspicava un accordo tra le 4 potenze europee per assicurare la pace sul vecchio continente, in realtà egli intendeva questo patto d’intesa come mezzo per arrivare pacificamente alla revisione dei confini di Versailles, tramite accordi sanciti dalla SDN. Il Duce sottopose il suo progetto a Francia, Germania ed Inghilterra: Von Papen dichiarò l’dea “geniale”, il governo britannico assunse una posizione di attesa mentre la Francia propose delle modifiche al progetto italiano. L’accordo fu cmq siglato a Roma il 7 giugno 1933, ma in esso vi erano tutte le limitazioni imposte dai francesi: non si parlava più di uguaglianza delle Germania e di affrontare una politica europea comune, inoltre le potenze avrebbero dovuto rispettare le decisioni del Consiglio della SDN,senza fare da sole. Tuttavia, le intenzioni di Mussolini erano erano così diverse che il Patto non fu ratificato e sembrarono perdute le speranze di una revisione pacifica dei trattati.
FALLIMENTO DEI PIANI SUL DISARMO
Per quanto riguarda lo spinoso problema del disarmo, il Trattato di Versailles prevedeva un disarmo generale, che doveva essere preceduto da quello tedesco. A tal scopo si riunì a Ginevra il 9 feb 1932 la “CONFERENZA SUL DISARMO”, che riuniva 62 paesi riuniti in una Commissione generale con i delegati di tutti gli Stati. Vi furono diversi progetti presentati da varie nazioni:
A) il “PIANO TARDIEU” (delegato francese) partiva dalle neccessità francese di non disarmare e proponeva di mettere le armi più pesanti sotto l’egida dell’ONU e a favore degli stati attaccati. La Germania chiese la riduzione di tutti gli armamenti a livelli fissati dal trattato di Versailles per l’esercito tedesco. Non si giunse a nessun accordo,
B) Il “PIANO HOOVER” prevedeva riduzioni di 1/3 di esercito e marina e l’eliminazione completa dell’artiglieria pesante e dei carri armati.Sarebbero stati soprressi tutti gli aerei da bombardamento. Francia e Inghilterra rifiutarono perchè preoccupati per le clausole navali e si approvò un compromesso elaborato da Banes (inviato cecoslovacco) che invitava ad una riduzione degli armamenti mondiali senza fissare nè proporzioni nè cifre. Con il pretesto che non le era stata concessa l’uguaglianza, la Germania abbandonò la conferenza e rifitò la proposta. per sanare il contrasto si riunì a Ginevra una conferenza a 5 ( ita, GB,Usa,FR,Ger) che, garantisca la sicurezza di tutte le nazioni (settembre 32).
C) il PIANO MacDONALD (marzo 33) fissava a 200.000 uomini gli eserciti dei paesi europei, Hitler accettò il ma un discorso delgi Ebrei di Slesia alla SDN impressionò molto le democrazie occidentali; queste decisero di stabilire il controllo degli armamenti in Germania prima di iniziare il disarmo dei loro eserciti. Per questo voltafaccia Hitler decise a sorpresa di abbandonare a sorpresa la Conferenza sul disarmo il 14 ottobre 33. Pochi giorni dopo la Germania abbandonò la SDN; il popolo tedesco approvò con un plebiscito queste decisioni.
D) il PIANO TEDESCO prevedeva un esercito metropolitano di 300.000 uomini per entrambi i paesi, se la Germania tornava a Ginevra. La Germania rifiutò di tornare alla Conferenza e alla SDN, protestando anche per la disparità degli eserciti data dalle truppe coloniali francesi
Per evitare la rottura l’Inghilterra tentò una mediazione tra il piano MacDonald e quello tedesco che fu accettato da Hitler.; tuttavia la Francia pubblicò una nota in cui si rifiutava di legalizzare il riarmo tedesco e affermava che avrebbe garantito la difesa dello stato con i propri mezzi. Fu la rottura. Questa si ritorse contro la Francia che agli occhi degli anglosassoni ne aveva la responsabilità. Mussolini propose di impedire il riarmo delle Germania con una guerra preventiva ma la sua proposta non fu considerata dagli imperi occidentali. Fu la rottura definitiva e nel 34 la Germania iniziò il suo riarmo.
RIARMO TEDESCO
Il 1934 fu per la Germania l’anno del riarmo. Hitler non possedeva ancora lo strumento militare della sua politica. Ma si sforzava di smembrare il sistema delle alleanze francesi, mentre metteva alla prova le intenzioni dell’Italia e delle democrazie occidentali.
PATTO TEDESCO-POLACCO
Il 26 gennaio 1934 vi fu una dichiarazione di non aggressione tra G e P valido per 10 anni. La preparazione del trattato fu tenuta segreta. Nel 33 Beck propose segretamente alla Francia un intervento preventivo contro l’hitlerismo, dato che rifiutò, si volse verso la Germania e le propose la firma di un accordo.I 2 paesi rinunciavano all’impiego della forza nei loro reciproci rapporti.Questi sarebbero stati completamente pacifici e basati su pricipi del patto Briand-Kellog. Inoltre i 2 governi si sarebbero consultati nei loro reciproci rapporti. Il segreto era necessario perchè l’opinione pubblica polacca era molto fedele alla loro amicizia con la Francia. Infatti questo patto non era in sè diretto contro la Francia ma era un passo non amichevole nei riguardi della sua alleata.
• L’INVASIONE DELL’ETIOPIA E L’AVVICINAMENTO ITALO-TEDESCO
A proposito dell’Italia con le sue terre africane bisogna dire che Mussolini ereditò una patata bollente dai governi precedenti: a fine 800 il governo acquista delle terre sulle coste somale ed eritree dall’impero ottomano al fine di ottenere nuove terre e nuovi posti di lavoro in cui dirigere la forte emigrazione che partiva soprattutto dal mezzogiorno meno sviluppato. Le terre acquistate, però si rivelarono di scarso valore e si pensa ad una conquista ai danni del popolo abissino: gli abissini erano una civiltà più sviluppata rispetto alle altre popolazioni africane. La battaglia di Adua pone tragicamente fine alla campagna militare organizzata cn troppa sufficienza. Nei primi del 900 si decide di rinunciare all’Africa Orientale e si organizza la spedizione in Libia che è conquistata con una guerra contro l’Impero Ottomano nel 1912. Durante la guerra mondiale si comincia a parlare della conquista dell’Etiopia. Francia ed Inghilterra si opposero a queste richieste non pattuite facendo contro offerte, considerando anche le rivendicazioni su Fiume (che non avevamo chiesto prima della guerra e non figura negli Accordi di Londra). Fu allora che gli oppositori del governo iniziarono la campagna della vittoria mutilata, una grande strumentalizzazione orchestrata soprattutto da Nitti (che poi riusci a farsi eleggere presidente del consiglio nel 22) e dal senatore Titoni.
Dunque è il governo Mussolini ad ereditare queste aspirazioni di conquista in africa:
in un primo momento egli cerca di avere una penetrazione economica nella zona, stipulando nel 28 degli accordi che prevedevano la costruzione della ferrovia Giubuti-Addis Abeba e di una strada che avrebbe messo in comunicazione l’altopiano etiopico di 2000metri con le pianure a sud; questi accordi di cooperazione tecnica non furono mai resi operativi dagli etiopici. Mussolini tentò allora la carta diplomatica cercando di ottenere da Francia ed Inghilterra l’assenso alla costruzione di una ferrovia nella zona sud pianeggiante dell’Etiopia per unire Eritrea e Somalia senza ottenere grandi risultati. La situazione cambio nel 34. I 2 paesi avevano stipulato nel 28 un trattato di conciliazione e di arbitrato ma nel34 vi fu un incidente a UAL UAL in cui furono uccisi 30 indigeni dell’esercito italiano. Mussolini prima rifiutò l’arbitrato poi preoccupato del ricorso etiopico alla SDN, lo accettò; l’arbitrato fallì e iniziarono preparativi militari italiani in Eritrea, con truppe irregolari appartenenti alle camicie nere, cosicchè l’Etiopia fece un ulteriore ricorso, il giorno prima dell’annuncio di Hitler al riarmo tedesco. La Francia non aveva interessi in quella zona e con gli accordi di Roma del gennaio del 35 Laval dette a Mussolini il via libera in Etiopia, mentre l’Inghilterra, che vedeva come una minaccia alla via delle indie e ai suoi possedimenti in Africa, moltiplicò gli avvertimenti a Mussolini, Durante tutto il 35 vi furono dei negoziati e Mussolini rifiutò tutte le proposte. A questo punto gli inglesi tentarono delle minacce, concentrando gran parte della flotta britannica a Gibilterra ed Alessandria, nonostante essi non desiderassero una una guerra in cui avrebbero agito da soli; la situazione cambiò quando da un sondaggio sull’opinione pubblica inglese il governo il governo comprese la volontà di pace della nazione (peace ballot) e Laval propose agli inglesi delle conversazioni militari in cambio di un allentamento della tensione etiopica. Mussolini sfrutto qst situazione , richiamò le camicie nere e iniziò delle vere operazioni militari in Etiopia il 3 ottobre 1935, ma ancora con l’intenzione di annettere solo la zona sud. La SDN reagì subito adottando delle sanzioni finanziarie ed economiche, ma solo l’embargo sulle armi e il divieto di alcune esportazioni (tra le quali non furono inserite quelle dei prodotti utili alla guerra). Un tentativo estremo per fermare Mussolini fu tentato a dicembre, quando fu presentato un piano anglo-francese (piano Laval-Hoare) che consegnava all’Italia i 2/3 dell’Etiopia e le garantiva un controllo sul restante territorio, concedendo più terre di quante gli italiani avessero desiderato.Il piano fallì per proteste dell’opinione pubblica inglese e tedesca (Hitler fece una grossa campagna per farlo fallire). Mussolini, irritato per il fallimento, denunciò gli accordi di Roma e quelli di Stresa. L’esercito fu incrementato e nel 36 passò ad una vera e propria guerra. L’Inghilterra tentò un embargo sui prodotti petroliferi ma gli Usa potevano fornire senza problemi l’Italia, e le sanzioni furono un fallimento. La vittoria arrivò tre mesi dopo,il 7 marzo 36, mentre l’interesse internazionale era rivolto alla denuncia della Germania agli accordi di Locarno, Mussolini potè negoziare con l’Etiopia senza alcuna limitazione. Per aumentare il peso politico dell’Italia, Mussolini cercò appoggi in Germania, sperando in un addolcimento dell’Inghilterra sull’Etiopia ed in effetti il piano riuscì perfettamente; tuttavia con questa scelta l’Italia abbandonava il tavolo dei vincitori e con la denuncia degli accordi di Stresa passava direttamente nel campodei paesi revisionisti.

• RIOCCUPAZIONE DELLA RENANIA
La qst della renania si riaccese proprio nel marzo del 36, quando la camera francese ratificò il trattato franco-sovietico. Hitler non aspettava altro: IL 7 MARZO denunciò il trattato di Locarno e comunicò agli ambasciatori dei paesi interessati che i distaccamenti tedeschi (30.000 uomini) sarebbero penetrati in Renania. Il governo francese si trovava a sei settimane dalle elezioni, i militari temevano che la Wehrmacht fosse superiore all’esercito difensivo francese e auspicavano un intervento inglese fortificando ulteriormente la linea Maginot; in questa situazione l’attegiamento del governo fu quello della rinuncia come auspicato da Hitler, nonostante l’appoggio militare offerto subito da URSS e dalla Polonia (quest’ultimo subito ritirato). Si ebbe una garanzia reciproca delle frontiere tra Francia, Belgio e Inghilterra, non una vera alleanza. L’unica reazione fu quella di sottoporre la questione alla SDN e alla corte internazionale di giustizia dell’AJA, ma Hitler rifiutò le proposte e presentò un piano di Pace che sviluppava un memorandum tedesco contro il patto franco-sovietico e prevedeva dei patti di non aggressione e il ritorno della Germania nella SDN. La Francia rifiutò e fece una controproposta ugualmente rifiutata da Hitler, ponendo fine alle trattative; nei primi di maggio le elezioni francesi diedero la vittoria al Fronte Popolare della sinistra e presero il sopravvento le questioni interne. Il colpo di forza tedesco, come quello italiano, era perfettamente riuscito.
• CRISI CECOSLOVACCA
Il secondo obiettivo di Hitler era la cecoslovacchia. In questo paese, nella regione dei Sudeti, vivevano + di 3 milioni di tedeschi in buona armonia con i cechi ed era una zona fortemente industrializzata e militarizzata. Dopo l’Anschlss la situazione dei Sudeti cominciò ad essere più tesa e nell’aprile del 38 il partito di Heinlen fece approvare un programma in cui si chiedeva alla cecoslovacchia la costituzione di un governo autonomo nella zona dei Sudeti e la libertà ad aderire al regime nazista. Francia e Inghilterra sostenevano una politica di appeasement e consigliarono ai cechi di intraprendere trattative dirette con il partito di Henein. L’Inghilterra fece capire ai francesi che sarebbe intervenuta solo in caso di aggressione tedesca alla Francia e non per salvare la cecoslovacchia. A causa di preparativi militari in Germania il governo ceco si rassegnò a soddisfare quasi tutte le richieste di Henlein. Hitler nel settembre del 38 con il discorso di Norimberga entrò ufficialmente nel conflitto attacando violentemente il governo ceco e disse che la Germania si sarebbe incaricata di riparare ai torti che i tedeschi subivano nei Sudeti; il giorno dopo Henlein ruppe le trattative con il governo e chiese pubblicamente l’annessione al Reich. Il 21 settembre il governo ceco accettò un piano anglo-francese per cui le regioni abitate dal 50 % da tedeschi sarebbero state annesse al Reich. Hitler definì il piano inaccettabile, anche i cittadini ungheresi e polacchi dovevano essere vendicati contro i soprusi del governo ceco; il 27 fece sapere che avrebbe decretato la mobilitazione per il giorno dopo.
CONFERENZA DI MONACO Chamberlain invitò Hitler e Mussolini a partecipare ad una conferenza sulla questione ceca con i capi di stato francese ed inglese a Monaco. La conferenza di Monaco si tenne il 29 settembre del 38 e vi parteciparono Hitler con Von Ribbentrop, Mussolini e Ciano, Chamberlain e Deladier assistito da Poncet. Dopo 12 ore di trattative furono accettate tutte le richieste di Hitler mentre Francia ed Inghilterra garantivano con un accordo le frontiere dello stato cecoslovacco; la zona dei Sudeti passava alla Germania ed entro 10 giorni i cechi avrebbero dovuto andarsene, negli altri territori indicati da una Commissione Internazionale abitati da tedeschi si sarebbe operato un plebiscito. La Conferenza di Monaco, se da una parte aveva temporaneamente salvato la pace in Europa, dall’altro aveva distrutto il sistema delle alleanze della Francia, che ha perduto gran parte del suo prestigio abbandonando un paese con cui era alleata.
• IL PATTO D’ACCIAIO
Prima di procedere ad un ulteriore attacco, Hitler voleva assicurare l’alleanza con l’Italia, firmando una vera e propria alleanza militare. Il 22 maggio del 39 fu firmato da Ciano e Von ribbentrop il PATTO D’ACCIAIO, un trattato offensivo che legava le 2 potenze ad un intervento militare immediato nel caso in cui una delle 2 potenze si fosse trovata in azioni belliche, anche di attacco. Mussolini credeva che la Germani volesse ritardare l’attacco almeno fino al 43 ma Hitler fece capire a Ciano che le ostilità sarebbero cominciate quello stesso anno; successivamente fu concluso un accordo circa il Tirolo meridionale e le popolazioni tedesche dovevano decidere tra l’emigrazione in Germania e la cittadinanza italiana, la Germania ottenne in cambio una zona franca nel porto di Trieste.

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