Il testo su Papato e università che Benedetto XVI avrebbe letto alla Sapienza di Roma
Non vengo a imporre la fede ma a sollecitare il coraggio per la verità
Magnifico Rettore,
Autorità politiche e civili,
Illustri docenti e personale tecnico amministrativo,
cari giovani studenti!
È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della «Sapienza — Università di Roma» in occasione della inaugurazione dell'anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l'istituzione era alle dirette dipendenze dell'Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l'impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l'Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell'accoglienza e dell'organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un «nuovo umanesimo per il terzo millennio».
Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l'invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un'occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell'università «Sapienza», l'antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la «Sapienza» era un tempo l'università del Papa, ma oggi è un'università laica con quell'autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all'autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l'università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un'istituzione del genere.
Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell'incontro con l'università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell'università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all'Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell'intera Chiesa cattolica. La parola «vescovo»-episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a «sorvegliante», già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all'insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell'insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l'interno della comunità credente. Il Vescovo — il Pastore — è l'uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù — e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura — grande o piccola che sia — vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull'insieme dell'umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa — le sue crisi e i suoi rinnovamenti — agiscano sull'insieme dell'umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell'umanità.
Qui, però, emerge subito l'obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un'affermazione — soprattutto una norma morale — dimostrarsi «ragionevole»? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione «pubblica», vede tuttavia nella loro ragione «non pubblica» almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l'altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l'esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell'umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell'umanità come tale — la sapienza delle grandi tradizioni religiose — è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.
Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l'intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.
Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l'università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell'università stia nella brama di conoscenza che è propria dell'uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l'interrogarsi di Socrate come l'impulso dal quale è nata l'università occidentale. Penso ad esempio — per menzionare soltanto un testo — alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: «Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti ... Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?» (6 b — c). In questa domanda apparentemente poco devota — che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino — i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d'uscita da desideri non appagati; l'hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l'interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell'essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell'essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l'interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell'ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l'università.
È necessario fare un ulteriore passo. L'uomo vuole conoscere — vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra «scientia» e «tristitia»: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto — chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell'interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l'ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell'incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.
Nella teologia medievale c'è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire — una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l'università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come «arte» che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell'universitas significava chiaramente che era collocata nell'ambito della razionalità, che l'arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all'ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s'individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all'essere buono dell'uomo? A questo punto s'impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell'uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell'opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell'umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa «forma ragionevole» egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un «processo di argomentazione sensibile alla verità» (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico «processo di argomentazione» sono — lo sappiamo — prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all'insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.
Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos'è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla «ragione pubblica», come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d'interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell'università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c'erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull'essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l'uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda — in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.
Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall'altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d'Aquino — di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico — di aver messo in luce l'autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s'interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il «sì» alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell'università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta «Facoltà degli artisti», fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull'avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l'idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro «senza confusione e senza separazione». «Senza confusione» vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al «senza confusione» vige anche il «senza separazione»: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all'umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell'umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un'istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all'interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una «comprehensive religious doctrine» nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.
Ebbene, finora ho solo parlato dell'università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell'università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell'università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l'uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all'umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell'uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell'uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale — per parlare solo di questo — è oggi che l'uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all'attrattiva dell'utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell'università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione — sollecita della sua presunta purezza — diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e — preoccupata della sua laicità — si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.
Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell'università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro.
Dal Vaticano, 17 gennaio 2008
Benedictus XVI
"Organizza la tua mente in nuove dimensioni, libera il tuo corpo da ataviche oppressioni."
mercoledì 16 gennaio 2008
Il portale delle libertà è dal papa
Ragazzi!!!Il portale delle libertà si è dato molto da fare per le ultime vicende legate alla visita del Papa a La Sapienza. Guardate con i vostri occhi!!! Un saluto dal Papa a tutti gli universitari!!!! Il famoso striscione: se il papa non va alla sapienza ... la sapienza va dal papa...w il Papa è opera di persone desiderose di libertà di espressione.
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/papa-aula-nervi/2.html
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/papa-aula-nervi/3.html
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/papa-aula-nervi/6.html
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/papa-aula-nervi/7.html
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/papa-aula-nervi/8.html
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/papa-aula-nervi/2.html
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/papa-aula-nervi/3.html
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/papa-aula-nervi/6.html
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/papa-aula-nervi/7.html
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/papa-aula-nervi/8.html
mercoledì 2 gennaio 2008
Libera informazione ? Fotografia dell'Italia
Esistono cittadini di classe A, sono capitani coraggiosi, capitalisti senza capitale che, insieme alla "casta" politica, occupano l'intera fotografia.
A seguire quelli di classe B, sono quelli che trovano certi vantaggi e spazi di movimento, occupando quadri della fotografia con il partito politico, generando utili ad entrambi, e solo a loro.
In basso, i cittadini di classe C, quasi tutti, lavorano, producono reddito e ricchezza, pagano esose tasse, ma servono a mantenere lo sterile gioco della democrazia, invisibili e non-esistenti.
Beppe Grillo, ha dato voce agli invisibili, sostituendosi alla dialettica politica che non c'e'.
Al contrario, tutto intorno c'e' un silenzio assordante, imbarazzante per coloro i quali osservano il nostro Bel Paese dall'estero.
Pochi esperti lo avevano annunciato anni prima: il declino e la fine della "carta stampata". In Italia, tale viene mantenuta con la bombola di ossigeno accanto (finanziamento pubblico all'editoria). Senza questi finanziamenti, i giornali e giornalisti, ne avrebbero di "testate" da tirare.
Il fenomeno "Rete", "villaggio globale", inizia a far preoccupare i Signori come Luca di Montezemolo, quando esortava la stampa cartacea, dando del parassita a quella in Rete.
A differenza dei rossi e risoluti colleghi politici cinesi, gli italiani risultano troppo impegnati a modificare colori, nomi, dando nuovi look a partiti politici fiammanti, posizionarsi sulla scacchiera, trovare accordi e via dicendo. Pertanto sono sudaticci e distratti, non tengono dietro ai tempi moderni.
Ecco che il "potere" si esercita sugli "oggetti dei desideri "di un tempo, la carta stampata e la tele-radiofonia.
La Rete ancora non la conoscono, per fortuna. Sono rimasti ai tempi di Benito Mussolini. Ad esempio, "l'ordine dei giornalisti" una buona cosa voluta dal Duce, roba cosi' buona che ho tentato invano di spiegarmi le ragioni della sua esistenza.
Una volta erano felici (i cittadini) -almeno cosi' sembravano i nostri padri- anche se erano un numero, quello del conto corrente bancario, adesso invisibile.
Bertinotti si agita tutto. Inizia in una dissertazione delle sue, in un elegante frac. Il tema da lui favorito, il "garantismo". Un tema la privacy e la libera informazione, che –guarda caso- ancora oggi, non trova in Italia una conformita' giuridico-legislativa. Per il Presidente Bertinotti, quello che "non e' scritto " non si puo' fare. Tante cose non si possono fare, compresa la libera informazione, senza veline, censure reali.
Bertinotti, non sara' strano che sui giornali finiscono solo intercettazioni di Berlusconi? Cosa vorra' dire? Che solo Berlusconi e' l'uomo delle compravendite di tutto, anche di senatori? Clemente Mastella sarà San Francesco d'Assisi? La moglie di Dini è una persona d'onore? D'Alema cosa avrà sotto i baffi? Fassino come fa a rimanere in piedi? Aldo Patriciello costruisce palazzi perchè è un bravo imprenditore? La mafia è un gene del nostro sangue che non riusciamo ad individuare l'antidoto? Bertinotti, per favore, salvi il popolo italiano da ogni censura che quotidianamente soffoca il diritto, la legalita', la conoscenza di questo Paese. Presidente Bertinotti,da buon compagno, grazie in nome del popolo italiano. A tutto il parlamento: baciamoci le mani....
A seguire quelli di classe B, sono quelli che trovano certi vantaggi e spazi di movimento, occupando quadri della fotografia con il partito politico, generando utili ad entrambi, e solo a loro.
In basso, i cittadini di classe C, quasi tutti, lavorano, producono reddito e ricchezza, pagano esose tasse, ma servono a mantenere lo sterile gioco della democrazia, invisibili e non-esistenti.
Beppe Grillo, ha dato voce agli invisibili, sostituendosi alla dialettica politica che non c'e'.
Al contrario, tutto intorno c'e' un silenzio assordante, imbarazzante per coloro i quali osservano il nostro Bel Paese dall'estero.
Pochi esperti lo avevano annunciato anni prima: il declino e la fine della "carta stampata". In Italia, tale viene mantenuta con la bombola di ossigeno accanto (finanziamento pubblico all'editoria). Senza questi finanziamenti, i giornali e giornalisti, ne avrebbero di "testate" da tirare.
Il fenomeno "Rete", "villaggio globale", inizia a far preoccupare i Signori come Luca di Montezemolo, quando esortava la stampa cartacea, dando del parassita a quella in Rete.
A differenza dei rossi e risoluti colleghi politici cinesi, gli italiani risultano troppo impegnati a modificare colori, nomi, dando nuovi look a partiti politici fiammanti, posizionarsi sulla scacchiera, trovare accordi e via dicendo. Pertanto sono sudaticci e distratti, non tengono dietro ai tempi moderni.
Ecco che il "potere" si esercita sugli "oggetti dei desideri "di un tempo, la carta stampata e la tele-radiofonia.
La Rete ancora non la conoscono, per fortuna. Sono rimasti ai tempi di Benito Mussolini. Ad esempio, "l'ordine dei giornalisti" una buona cosa voluta dal Duce, roba cosi' buona che ho tentato invano di spiegarmi le ragioni della sua esistenza.
Una volta erano felici (i cittadini) -almeno cosi' sembravano i nostri padri- anche se erano un numero, quello del conto corrente bancario, adesso invisibile.
Bertinotti si agita tutto. Inizia in una dissertazione delle sue, in un elegante frac. Il tema da lui favorito, il "garantismo". Un tema la privacy e la libera informazione, che –guarda caso- ancora oggi, non trova in Italia una conformita' giuridico-legislativa. Per il Presidente Bertinotti, quello che "non e' scritto " non si puo' fare. Tante cose non si possono fare, compresa la libera informazione, senza veline, censure reali.
Bertinotti, non sara' strano che sui giornali finiscono solo intercettazioni di Berlusconi? Cosa vorra' dire? Che solo Berlusconi e' l'uomo delle compravendite di tutto, anche di senatori? Clemente Mastella sarà San Francesco d'Assisi? La moglie di Dini è una persona d'onore? D'Alema cosa avrà sotto i baffi? Fassino come fa a rimanere in piedi? Aldo Patriciello costruisce palazzi perchè è un bravo imprenditore? La mafia è un gene del nostro sangue che non riusciamo ad individuare l'antidoto? Bertinotti, per favore, salvi il popolo italiano da ogni censura che quotidianamente soffoca il diritto, la legalita', la conoscenza di questo Paese. Presidente Bertinotti,da buon compagno, grazie in nome del popolo italiano. A tutto il parlamento: baciamoci le mani....
AUGURI AI NOSTRI LETTORI
Se ne va il 2007, l'anno della “Casta” e della presa di coscienza della torre d'avorio sempre più fortificata dei nostri governanti.
Forse tra qualche tempo lo ricorderemo per questo: per il malcontento della gente e l'aumento dei privilegi, per la parata delle primarie ed i cittadini volenterosi che si animano (e a volte si clonano), delle spese che aumentano e gli sprechi che non diminuiscono, delle tasse che crescono e dei prezzi impazziti, del precariato e dei giovani sempre meno giovani che dovranno fare i conti con problemi che i loro genitori o i loro nonni nemmeno si sarebbero sognati.
Forse la parola che può meglio riassumere l'anno è proprio "Casta", titolo di un libro che ha sbancato.
E siccome i privilegi vanno difesi ci ricorderemo (senza alcuna
nostalgia) di tutte quelle azioni per difenderli.
Ecco allora gli scandali giudiziari e quelli degli attacchi ai magistrati; ricorderemo la vicenda De Magistris.
Il 2007 è stato anche l'anno del "vaffa" e dei "grilli" sparsi per la penisola che ci ritroveremo alle prossime amministrative.
Il tempo saprà dirci quanto durerà e cosa saranno capaci di fare.
E’ stato l’anno della definitiva consacrazione del web (ancora grazie a Grillo) e della sua potenza, cosa che molto in piccolo siamo fieri di poter sperimentare localmente insieme ad una nuova ventata di vera libertà.
E nel 2008 ritroveremo moltissimo del 2007.
Già sappiamo, per esempio, che fra un anno avremo speso in media 1.700 euro in più (dicono alcune ricerche) a causa dei moltissimi rincari.
Il che equivale ad arricchire (solo quella però)la schiera delle famiglie povere.
Ancora una volta la classe politica dovrà farsi carico di risolvere i problemi vitali e prioritari della società di oggi, ammesso che se ne accorga.
A sentire i consuntivi di fine anno, infatti, sembrerebbe che tutti abbiano fatto ottimamente il proprio dovere; non c'è consuntivo di amministrazione pubblica che abbia evidenziato pecche o mancanze, ammende o ammissioni di errori: va tutto bene. Per loro.
Speriamo che vada bene anche per noi nel 2008.
Uno splendido anno a tutti con l'augurio che qualche sogno e qualche speranza si possa concretizzare nel 2008.
venerdì 7 dicembre 2007
L'Iran impicca i gay anche senza bomba atomica
Il mondo discute sulle rivelazioni e le analisi dei servizi segreti americani, secondo le quali l'Iran avrebbe sospeso dal 2003 le sue ricerche sul nucleare militare. L'ampio versante anti-americano festeggia come se il regime di Ahmadinejad si fosse improvvisamente trasformato in un paese pacifico e inoffensivo a cui magari offrire le proprie scuse.
C'è chi si rallegra vedendo in questo un effetto della politica dura e di sanzioni dell'amministrazione Bush e magari chiede di aprire una fase di dialogo; chi invece considera questa novità come un indebolimento della posizione americana nei confronti del regime degli ayatollah e chi ancora nutre seri dubbi sul lavoro dei servizi segreti e preferisce sospendere il giudizio.
A tutti i partecipanti a questo serrato dibattito geopolitico è forse sfuggita la connessione con una notizia che viene dall'Iran negli stessi giorni.
Si tratta dell'impiccagione del giovane Makwan Muluzdzadeh, di appena vent'anni, accusato di aver avuto rapporti omosessuali sei anni prima con ragazzini della sua stessa età. Dopo un anno di prigione Makwan è stato frettolosamente impiccato in nome di una confessione estorta sotto tortura. Già al momento dell'arresto la polizia lo aveva ammanettato e portato a dorso d'asino, esposto al dileggio di tutto il paese, fino al commissariato.
A nulla sono valsi gli sforzi degli avvocati e le pressioni della comunità internazionale: in un paese dove - come dice Ahmadinejad - gli omosessuali non esistono, Makwan doveva scomparire. Come lui, dall'estate scorsa, sono morti altri 23 ragazzi. Altri vengono impiccati per traffico di droga

La presidenza portoghese dell’Unione Europea nel settembre 2007 ha espresso “grande preoccupazione per la notizia dell’imminente esecuzione in Iran di Behnam Zare, condannato a morte dal tribunale di Shiraz per un crimine commesso quando era ancora minorenne”. La Ue ha richiamato la Repubblica Islamica dell’Iran al rispetto dei propri impegni internazionali, in particolare del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e della Convenzione sui Diritti del Fanciullo, che proibiscono l’esecuzione di minorenni o di persone condannate per crimini commessi da minorenni.
La Ue chiese alla Repubblica Islamica dell’Iran il rispetto del Diritto Internazionale e di fermare l’esecuzione di Zare e di tutti gli altri minori, prendendo in considerazione per loro condanne alternative.
La Ue chiese inoltre alla Repubblica Islamica dell’Iran, alla vigilia del mese di Ramadan, di annunciare una sospensione temporanea di tutte le esecuzioni per avviare una revisione urgente della posizione internazionale della Repubblica Islamica dell’Iran e per ribadire gli obblighi internazionali della Magistratura iraniana”.
L'Ue, per un'altra volta, si ostina a fare dichiarazioni morali per dimostrare che si impegna nella conservazione dei diritti fondamentali ma nel concreto non fa niente di risolutivo.
Forse l'Iran non ha ancora l'atomica pronta all'uso, ma un paese che uccide con simile furia e determinazione i suoi cittadini in nome di un ambiguo concetto di purezza e di morale, è un pericolo evidente.
Come nel caso di Saddam Hussein in Iraq, l'arma di distruzione di massa iraniana è da tempo già all'opera contro il suo stesso popolo, e il suo alone di odio e violenza si proietta ogni giorno più lontano.
Il problema allora non è tanto se la bomba atomica iraniana sia ferma o in produzione, il problema è l'Iran e la natura di un regime con il gusto di uccidere.
C'è chi si rallegra vedendo in questo un effetto della politica dura e di sanzioni dell'amministrazione Bush e magari chiede di aprire una fase di dialogo; chi invece considera questa novità come un indebolimento della posizione americana nei confronti del regime degli ayatollah e chi ancora nutre seri dubbi sul lavoro dei servizi segreti e preferisce sospendere il giudizio.
A tutti i partecipanti a questo serrato dibattito geopolitico è forse sfuggita la connessione con una notizia che viene dall'Iran negli stessi giorni.
Si tratta dell'impiccagione del giovane Makwan Muluzdzadeh, di appena vent'anni, accusato di aver avuto rapporti omosessuali sei anni prima con ragazzini della sua stessa età. Dopo un anno di prigione Makwan è stato frettolosamente impiccato in nome di una confessione estorta sotto tortura. Già al momento dell'arresto la polizia lo aveva ammanettato e portato a dorso d'asino, esposto al dileggio di tutto il paese, fino al commissariato.
A nulla sono valsi gli sforzi degli avvocati e le pressioni della comunità internazionale: in un paese dove - come dice Ahmadinejad - gli omosessuali non esistono, Makwan doveva scomparire. Come lui, dall'estate scorsa, sono morti altri 23 ragazzi. Altri vengono impiccati per traffico di droga
La presidenza portoghese dell’Unione Europea nel settembre 2007 ha espresso “grande preoccupazione per la notizia dell’imminente esecuzione in Iran di Behnam Zare, condannato a morte dal tribunale di Shiraz per un crimine commesso quando era ancora minorenne”. La Ue ha richiamato la Repubblica Islamica dell’Iran al rispetto dei propri impegni internazionali, in particolare del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e della Convenzione sui Diritti del Fanciullo, che proibiscono l’esecuzione di minorenni o di persone condannate per crimini commessi da minorenni.
La Ue chiese alla Repubblica Islamica dell’Iran il rispetto del Diritto Internazionale e di fermare l’esecuzione di Zare e di tutti gli altri minori, prendendo in considerazione per loro condanne alternative.
La Ue chiese inoltre alla Repubblica Islamica dell’Iran, alla vigilia del mese di Ramadan, di annunciare una sospensione temporanea di tutte le esecuzioni per avviare una revisione urgente della posizione internazionale della Repubblica Islamica dell’Iran e per ribadire gli obblighi internazionali della Magistratura iraniana”.
L'Ue, per un'altra volta, si ostina a fare dichiarazioni morali per dimostrare che si impegna nella conservazione dei diritti fondamentali ma nel concreto non fa niente di risolutivo.
Forse l'Iran non ha ancora l'atomica pronta all'uso, ma un paese che uccide con simile furia e determinazione i suoi cittadini in nome di un ambiguo concetto di purezza e di morale, è un pericolo evidente.
Come nel caso di Saddam Hussein in Iraq, l'arma di distruzione di massa iraniana è da tempo già all'opera contro il suo stesso popolo, e il suo alone di odio e violenza si proietta ogni giorno più lontano.
Il problema allora non è tanto se la bomba atomica iraniana sia ferma o in produzione, il problema è l'Iran e la natura di un regime con il gusto di uccidere.
giovedì 8 novembre 2007
Sicurezza, le bugie della sinistra sulla Bossi-Fini
di Alfredo Mantovano
Di fronte al tragico fallimento della politica per la sicurezza del Governo Prodi da Sinistra c’è perfino chi ha la sfrontatezza di dire che è “colpa” della legge Fini-Bossi e che è “colpa” del Governo Berlusconi, che non ha provveduto alla moratoria sulla libera circolazione delle persone provenienti dalla Romania.
Inferior stabat agnus… verrebbe da dire. Forse è il caso di ricordare che la legge migliore dà i risultati peggiori se la sua applicazione viene sabotata da chi ha il dovere di rispettarla e se l’azione di Governo si muove nella direzione opposta a quanto è previsto dalla legge.
Da quando Prodi governa e Amato è ministro dell’Interno, costoro:
1. Hanno chiuso tre Cpt per l’identificazione dei clandestini (a Ragusa, a Brindisi e a Crotone). Questo vuol dire che sono state ristrette drasticamente le espulsioni effettive: se si riducono i luoghi nei quali è possibile l’individuazione al fine della restituzione nel paese di origine, i clandestini restano in Italia e si consolida la convinzione che non è possibile procedere alle espulsioni (quindi, ne arrivano altri);
2. Hanno ampliato i ricongiungimenti, andando molto oltre il nucleo familiare e precludendosi la certezza dell’identità; a parte coniuge e figli, come si fa a stabilire che vi è un rapporto di parentela quando si ha a che fare con Stati nei quali non esiste neanche l’anagrafe?
3. Hanno eliminato il visto d’ingresso per i soggiorni brevi, sostituendolo con una semplice autocertificazione. Dunque, non si sa con sicurezza chi è colui che viene per il periodo di tre mesi, ma si sa con certezza che resterà in Italia dopo i 90 giorni senza alcuna conseguenza;
4. Hanno usato il decreto flussi 2006 come sanatoria fittizia per i clandestini che già c’erano, piuttosto che come strumento per far arrivare i regolari dai Paesi di origine;
5. Hanno adottato norme per l’asilo che sono lo strumento per far entrare chiunque;
6. Non hanno varato la moratoria sulla libera circolazione di persone dalla Romania;
7. Non applicano la direttiva UE n. 38/2004 sulla espulsione dei comunitari che non hanno un reddito lecito.
E’ disonesto dire che tutto questo deriva dalla Fini-Bossi. E’ altrettanto disonesto dire che molto sarà risolto dal decreto legge varato dal Consiglio dei ministri due giorni fa. In realtà, quel decreto è poco più che nulla: si limita a spostare i fascicoli delle espulsioni dal tavolo del ministro dell’Interno al tavolo dei prefetti.
In Parlamento sarà necessario presentare emendamenti al decreto medesimo, tesi a eliminare le disposizioni lassiste appena elencate, introdotte arbitrariamente in contrasto con le direttive UE (pur col pretesto di darne attuazione). In quel momento si vedrà chi fa lo sciacallo!
Di fronte al tragico fallimento della politica per la sicurezza del Governo Prodi da Sinistra c’è perfino chi ha la sfrontatezza di dire che è “colpa” della legge Fini-Bossi e che è “colpa” del Governo Berlusconi, che non ha provveduto alla moratoria sulla libera circolazione delle persone provenienti dalla Romania.
Inferior stabat agnus… verrebbe da dire. Forse è il caso di ricordare che la legge migliore dà i risultati peggiori se la sua applicazione viene sabotata da chi ha il dovere di rispettarla e se l’azione di Governo si muove nella direzione opposta a quanto è previsto dalla legge.
Da quando Prodi governa e Amato è ministro dell’Interno, costoro:
1. Hanno chiuso tre Cpt per l’identificazione dei clandestini (a Ragusa, a Brindisi e a Crotone). Questo vuol dire che sono state ristrette drasticamente le espulsioni effettive: se si riducono i luoghi nei quali è possibile l’individuazione al fine della restituzione nel paese di origine, i clandestini restano in Italia e si consolida la convinzione che non è possibile procedere alle espulsioni (quindi, ne arrivano altri);
2. Hanno ampliato i ricongiungimenti, andando molto oltre il nucleo familiare e precludendosi la certezza dell’identità; a parte coniuge e figli, come si fa a stabilire che vi è un rapporto di parentela quando si ha a che fare con Stati nei quali non esiste neanche l’anagrafe?
3. Hanno eliminato il visto d’ingresso per i soggiorni brevi, sostituendolo con una semplice autocertificazione. Dunque, non si sa con sicurezza chi è colui che viene per il periodo di tre mesi, ma si sa con certezza che resterà in Italia dopo i 90 giorni senza alcuna conseguenza;
4. Hanno usato il decreto flussi 2006 come sanatoria fittizia per i clandestini che già c’erano, piuttosto che come strumento per far arrivare i regolari dai Paesi di origine;
5. Hanno adottato norme per l’asilo che sono lo strumento per far entrare chiunque;
6. Non hanno varato la moratoria sulla libera circolazione di persone dalla Romania;
7. Non applicano la direttiva UE n. 38/2004 sulla espulsione dei comunitari che non hanno un reddito lecito.
E’ disonesto dire che tutto questo deriva dalla Fini-Bossi. E’ altrettanto disonesto dire che molto sarà risolto dal decreto legge varato dal Consiglio dei ministri due giorni fa. In realtà, quel decreto è poco più che nulla: si limita a spostare i fascicoli delle espulsioni dal tavolo del ministro dell’Interno al tavolo dei prefetti.
In Parlamento sarà necessario presentare emendamenti al decreto medesimo, tesi a eliminare le disposizioni lassiste appena elencate, introdotte arbitrariamente in contrasto con le direttive UE (pur col pretesto di darne attuazione). In quel momento si vedrà chi fa lo sciacallo!
giovedì 1 novembre 2007
Salviamo Internet e i blog: firmiamo la petizione contro la legge Levi-Prodi e Obbligo Iscrizione Al ROC
La legge Levi-Prodi prevede che chiunque abbia un blog o un sito debba registrarlo al ROC, un registro dell’Autorità delle Comunicazioni, produrre dei certificati, pagare un bollo, anche se fa informazione senza fini di lucro.
la petizione ( http://firmiamo.it/salviamointernet#sign ) vuole fermare questo controllo di internet da parte del governo italiano! Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre. Nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all’informazione sotto sotto questi sono tutti d’accordo.
Ecco gli interventi più importanti a difesa di Internet:
Valentino Spataro di Civile.it che per primo ha scoperto il disegno di legge di Agosto:
http://www.civile.it/news/visual.php?num=45712
L'intervento di Beppe Grillo:
http://www.beppegrillo.it/2007/10/la_legge_levipr.html
Punto Informatico:
http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2092327
Master New Media:
http://www.masternewmedia.org/it/2007/10/19/editoria_online_ddl_leviprodi_introduce.htm
Repubblica
http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/scienza_e_tecnologia/testo-editoria/testo-editoria/testo-editoria.html
Il Disegno Di Legge
http://www.governo.it/Presidenza/DIE/doc/DDL_editoria_030807.pdf
Il Disegno di Legge Ferragostano
Il disegno di legge sull'editoria presentato il 3 agosto 2007 dal Governo, bravi, propone di qualificare ogni sito o blog come prodotto editoriale.
Capo I Il prodotto e l’attività editoriale
Art. 2 (Definizione del prodotto editoriale)
1. Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso.
2. Non costituiscono prodotti editoriali quelli destinati alla sola informazione aziendale, sia ad uso interno sia presso il pubblico.
3. La disciplina della presente legge non si applica ai prodotti discografici e audiovisivi.
Praticamente ne restano fuori dischi, film, youtube e i cataloghi per le vendite.
Vediamo come viene qualificato chi realizza prodotti editoriali:
Art. 5 (Esercizio dell’attività editoriale)
1. Per attività editoriale si intende ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative
Anche senza scopo di lucro.
Bloggers, ci siete? Grillo, ci sei? Tutti.
Vorrei dire: basterebbe andare anche ogni giorno in piazza Duomo a parlare al pubblico e si diventa prodotto editoriale.
Prima prodotti editoriali erano "cose" destinate al lucro, realizzate da editori, da imprenditori (anche persone fisiche) che andando in Prefettura chiedevano l'iscrizione nel registro degli editori, conformemente al codice attività che risulta alla Camera di Commercio e legato alla partita iva.
Insomma: oggi si deve volere essere editori, non lo si e' per il semplice fatto che si scrive un ebook.
Ora che tutti diventiamo editori ... mi scappa da ridere ... si applicano tutti gli adempimenti dei quotidiani cartacei ...
Art. 7 (Attività editoriale su internet)
1. L’iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale su internet rileva anche ai fini dell’applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa.
2. Per le attività editoriali svolte su internet dai soggetti pubblici si considera responsabile colui che ha il compito di autorizzare la pubblicazione delle informazioni.
Non si poteva trovare un termine piu' generico e impreciso per applicare una intera normativa, quella della stampa, a chi scrive sul web, a qualsiasi titolo.
In effetti si applica il Roc, non la normativa sulla stampa. Il Roc, registro operatori della comunicazione, sostituisce i vecchi registri dei periodici presso i Tribunali.
la petizione ( http://firmiamo.it/salviamointernet#sign ) vuole fermare questo controllo di internet da parte del governo italiano! Il disegno di legge è stato approvato in Consiglio dei ministri il 12 ottobre. Nessun ministro si è dissociato. Sul bavaglio all’informazione sotto sotto questi sono tutti d’accordo.
Ecco gli interventi più importanti a difesa di Internet:
Valentino Spataro di Civile.it che per primo ha scoperto il disegno di legge di Agosto:
http://www.civile.it/news/visual.php?num=45712
L'intervento di Beppe Grillo:
http://www.beppegrillo.it/2007/10/la_legge_levipr.html
Punto Informatico:
http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2092327
Master New Media:
http://www.masternewmedia.org/it/2007/10/19/editoria_online_ddl_leviprodi_introduce.htm
Repubblica
http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/scienza_e_tecnologia/testo-editoria/testo-editoria/testo-editoria.html
Il Disegno Di Legge
http://www.governo.it/Presidenza/DIE/doc/DDL_editoria_030807.pdf
Il Disegno di Legge Ferragostano
Il disegno di legge sull'editoria presentato il 3 agosto 2007 dal Governo, bravi, propone di qualificare ogni sito o blog come prodotto editoriale.
Capo I Il prodotto e l’attività editoriale
Art. 2 (Definizione del prodotto editoriale)
1. Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso.
2. Non costituiscono prodotti editoriali quelli destinati alla sola informazione aziendale, sia ad uso interno sia presso il pubblico.
3. La disciplina della presente legge non si applica ai prodotti discografici e audiovisivi.
Praticamente ne restano fuori dischi, film, youtube e i cataloghi per le vendite.
Vediamo come viene qualificato chi realizza prodotti editoriali:
Art. 5 (Esercizio dell’attività editoriale)
1. Per attività editoriale si intende ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative
Anche senza scopo di lucro.
Bloggers, ci siete? Grillo, ci sei? Tutti.
Vorrei dire: basterebbe andare anche ogni giorno in piazza Duomo a parlare al pubblico e si diventa prodotto editoriale.
Prima prodotti editoriali erano "cose" destinate al lucro, realizzate da editori, da imprenditori (anche persone fisiche) che andando in Prefettura chiedevano l'iscrizione nel registro degli editori, conformemente al codice attività che risulta alla Camera di Commercio e legato alla partita iva.
Insomma: oggi si deve volere essere editori, non lo si e' per il semplice fatto che si scrive un ebook.
Ora che tutti diventiamo editori ... mi scappa da ridere ... si applicano tutti gli adempimenti dei quotidiani cartacei ...
Art. 7 (Attività editoriale su internet)
1. L’iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale su internet rileva anche ai fini dell’applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa.
2. Per le attività editoriali svolte su internet dai soggetti pubblici si considera responsabile colui che ha il compito di autorizzare la pubblicazione delle informazioni.
Non si poteva trovare un termine piu' generico e impreciso per applicare una intera normativa, quella della stampa, a chi scrive sul web, a qualsiasi titolo.
In effetti si applica il Roc, non la normativa sulla stampa. Il Roc, registro operatori della comunicazione, sostituisce i vecchi registri dei periodici presso i Tribunali.
Cresce l'aborto "fai da te" e il Papa replica
Mentre Benedetto XVI lancia il suo affondo sui temi etici e invita i farmacisti cattolici a fare appello all'obiezione di coscienza laddove si va contro la vita in modo diretto, come nel prescrivere farmaci abortivi, l'interruzione di gravidenza torna a fare notizia e a far parlare di sé. E anche gli stessi che lo considerano un diritto consolidato iniziano a preoccuparsi dell’aumento del numero delle interruzioni di gravidanza.
Qualche giorno fa in Gran Bretagna Lord Steel, il padre della legge introdotta quarant’anni fa per legalizzare le interruzioni di gravidanza, ha dichiarato che gli aborti nel suo paese sono diventati troppi: più di duecentomila - considerando anche le donne irlandesi che vanno ad abortire in Inghilterra - rispetto ai 55.000 del 1967, quando la legge entrò in vigore.
In Gran Bretagna si vorrebbe renderlo ancora più accessibile nei primi tre mesi di gravidanza, eliminando il certificato congiunto di due medici, e consentendo di effettuarlo anche alle infermiere. Un ruolo importante nella liberalizzazione lo avrebbe la pillola abortiva, la Ru486, che dovrebbe diventare la forma più semplice di aborto fai-da-te (DIY, Do It Yourself).
Con la “horror pill” – come l’ha definita India Knight su The Sunday Times il 17 ottobre scorso - si vorrebbe infatti permettere in Gran Bretagna, come accade già in Francia, l’aborto a domicilio: la brutale verità dell’aborto fai da te, l’eloquente titolo del pezzo della Knight, nel quale l’editorialista - non certo di area pro-life - descrive la brutalità dell’aborto chimico casalingo. La donna, dopo aver preso dal medico la prima delle due pillole abortive, la Ru486, che fa morire l’embrione in pancia, se ne torna a casa e ingoia la seconda: si chiude in bagno e fra i crampi e perdite di sangue espelle l’embrione morto e tira lo sciacquone. La Knight lo definisce un “atto di estrema brutalità verso le donne. […] E la mattina ci si aspetta che lei si alzi come se niente fosse successo, e continui la sua vita, senza dare neanche un’occhiata alla tazza del bagno”.

“Vai a bere con un gruppo di amiche e parla di bambini, ce n’è sempre una o due che farfuglia qualcosa tipo: “Ne avrei uno di venti anni, adesso”, oppure “Non significava assolutamente niente per me allora, ma adesso…."
Dall’altra parte del mondo, allarme nazionale: sul China Daily, quotidiano governativo cinese, viene espressa preoccupazione per i dieci milioni di aborti registrati nell’ultimo anno. Molte le donne che abortiscono ripetutamente, specie fra le più giovani “che affrontano la tematica dell’aborto come se dovessero trattare un raffreddore”.
In entrambi i casi si imputa l’eccessivo ricorso all’aborto alla mancanza di informazione e di contraccezione.
Effettivamente in Cina l’aborto è considerato un metodo contraccettivo, come è sempre successo, d’altra parte, in tutte le dittature comuniste: è bene ricordare che fu Lenin nel 1920 a legalizzare per primo l’aborto, nel mondo, e che le statistiche delle organizzazioni internazionali hanno sempre registrato la ex- Unione Sovietica e i paesi satelliti come quelli a maggiore abortività.
Nel rapporto ONU “Monitoraggio della popolazione mondiale 2002 – diritti riproduttivi e salute riproduttiva”, i primi 18 posti nella classifica mondiale della percentuale di aborti spettano a regimi ex- o ancora comunisti: dal 65% della federazione russa, al 53% della Romania, al 41% dell’Ungheria fino al 27% della Slovacchia.
Il rapporto sottolinea la presenza di una “cultura abortiva” in questi paesi, in cui l’aborto è tuttora ritenuto più sicuro di tanti altri metodi contraccettivi. Le percentuali riportate sono inferiori a quelle registrate precedentemente alla caduta dell’impero sovietico, ma restano pur sempre fra le più elevate al mondo, nonostante la contraccezione moderna sia sempre più utilizzata.
In Gran Bretagna, invece, la diffusione della contraccezione è da sempre elevata, e dal 1990 è disponibile la pillola del giorno dopo, che aveva raggiunto 800.000 prescrizioni l’anno fino a che, dal 2001, si può acquistare senza ricetta medica. Dal 2002 il Ministero della Sanità ha deciso di distribuire pillole e contraccettivi nelle scuole: riesce difficile pensare che manchi un’adeguata informazione, soprattutto fra i giovani.
D’altra parte Cina e Gran Bretagna, pur con storie e culture diversissime e con una condizione femminile agli antipodi, non possono certo dirsi subire l’influenza della morale cattolica, da sempre contraria alle pratiche contraccettive: per entrambe i paesi non si possono invocare le solite ingerenze vaticane che limiterebbero l’uso di mezzi di controllo delle nascite.
L’uso della contraccezione non sembra far diminuire drasticamente, sempre e comunque il numero degli aborti, o quantomeno non argina il fenomeno. E laddove è stato usato l’aborto come metodo di pianificazione familiare, il successivo diffondersi della contraccezione ne diminuisce il numero, ma non di molto.
Nei paesi occidentali una volta vinta la battaglia per l’approvazione delle leggi di regolamentazione dell’aborto, i vari gruppi di pressione, il dibattito pubblico e la politica non si sono più occupati della questione, lasciando che, col tempo, l’aborto si trasformasse da “extrema ratio” nella vita di una donna, a un evento tutto sommato possibile, che si continua a definire drammatico ma che sempre meno viene preso in carico dalla collettività. Abortire viene considerata la soluzione di un problema personale di una donna, che spesso in nome della libera scelta viene lasciata sola davanti ad un’unica possibilità – quella di interrompere la gravidanza, appunto.
Negli ambienti pro-life da sempre si è sostenuto che l’introduzione delle leggi di regolamentazione dell’aborto, se non molto restrittive, avrebbero contribuito a creare una cultura favorevole alle interruzioni di gravidanza. Si è dimostrata falsa l’idea secondo la quale facendo venire alla luce un fenomeno tenuto in clandestinità, gli aborti sarebbero diminuiti perché controllati e regolamentati.
La questione non è meramente medica, non riguarda la quantità di mezzi contraccettivi a disposizione e la loro diffusione: è evidente che il problema è più profondo, e coinvolge un atteggiamento di fronte alle relazioni affettive, una consapevolezza delle proprie azioni, un’educazione alla responsabilità personale, la comprensione del valore e del significato della maternità. Argomenti che attraversano gli schieramenti pro-choice e pro-life, e che meriterebbero di essere affrontati al di là di quei pregiudizi ideologici che per decenni hanno bloccato qualsiasi riflessione pubblica comune sul tema.
di Assuntina Morresi
Qualche giorno fa in Gran Bretagna Lord Steel, il padre della legge introdotta quarant’anni fa per legalizzare le interruzioni di gravidanza, ha dichiarato che gli aborti nel suo paese sono diventati troppi: più di duecentomila - considerando anche le donne irlandesi che vanno ad abortire in Inghilterra - rispetto ai 55.000 del 1967, quando la legge entrò in vigore.
In Gran Bretagna si vorrebbe renderlo ancora più accessibile nei primi tre mesi di gravidanza, eliminando il certificato congiunto di due medici, e consentendo di effettuarlo anche alle infermiere. Un ruolo importante nella liberalizzazione lo avrebbe la pillola abortiva, la Ru486, che dovrebbe diventare la forma più semplice di aborto fai-da-te (DIY, Do It Yourself).
Con la “horror pill” – come l’ha definita India Knight su The Sunday Times il 17 ottobre scorso - si vorrebbe infatti permettere in Gran Bretagna, come accade già in Francia, l’aborto a domicilio: la brutale verità dell’aborto fai da te, l’eloquente titolo del pezzo della Knight, nel quale l’editorialista - non certo di area pro-life - descrive la brutalità dell’aborto chimico casalingo. La donna, dopo aver preso dal medico la prima delle due pillole abortive, la Ru486, che fa morire l’embrione in pancia, se ne torna a casa e ingoia la seconda: si chiude in bagno e fra i crampi e perdite di sangue espelle l’embrione morto e tira lo sciacquone. La Knight lo definisce un “atto di estrema brutalità verso le donne. […] E la mattina ci si aspetta che lei si alzi come se niente fosse successo, e continui la sua vita, senza dare neanche un’occhiata alla tazza del bagno”.
“Vai a bere con un gruppo di amiche e parla di bambini, ce n’è sempre una o due che farfuglia qualcosa tipo: “Ne avrei uno di venti anni, adesso”, oppure “Non significava assolutamente niente per me allora, ma adesso…."
Dall’altra parte del mondo, allarme nazionale: sul China Daily, quotidiano governativo cinese, viene espressa preoccupazione per i dieci milioni di aborti registrati nell’ultimo anno. Molte le donne che abortiscono ripetutamente, specie fra le più giovani “che affrontano la tematica dell’aborto come se dovessero trattare un raffreddore”.
In entrambi i casi si imputa l’eccessivo ricorso all’aborto alla mancanza di informazione e di contraccezione.
Effettivamente in Cina l’aborto è considerato un metodo contraccettivo, come è sempre successo, d’altra parte, in tutte le dittature comuniste: è bene ricordare che fu Lenin nel 1920 a legalizzare per primo l’aborto, nel mondo, e che le statistiche delle organizzazioni internazionali hanno sempre registrato la ex- Unione Sovietica e i paesi satelliti come quelli a maggiore abortività.
Nel rapporto ONU “Monitoraggio della popolazione mondiale 2002 – diritti riproduttivi e salute riproduttiva”, i primi 18 posti nella classifica mondiale della percentuale di aborti spettano a regimi ex- o ancora comunisti: dal 65% della federazione russa, al 53% della Romania, al 41% dell’Ungheria fino al 27% della Slovacchia.
Il rapporto sottolinea la presenza di una “cultura abortiva” in questi paesi, in cui l’aborto è tuttora ritenuto più sicuro di tanti altri metodi contraccettivi. Le percentuali riportate sono inferiori a quelle registrate precedentemente alla caduta dell’impero sovietico, ma restano pur sempre fra le più elevate al mondo, nonostante la contraccezione moderna sia sempre più utilizzata.
In Gran Bretagna, invece, la diffusione della contraccezione è da sempre elevata, e dal 1990 è disponibile la pillola del giorno dopo, che aveva raggiunto 800.000 prescrizioni l’anno fino a che, dal 2001, si può acquistare senza ricetta medica. Dal 2002 il Ministero della Sanità ha deciso di distribuire pillole e contraccettivi nelle scuole: riesce difficile pensare che manchi un’adeguata informazione, soprattutto fra i giovani.
D’altra parte Cina e Gran Bretagna, pur con storie e culture diversissime e con una condizione femminile agli antipodi, non possono certo dirsi subire l’influenza della morale cattolica, da sempre contraria alle pratiche contraccettive: per entrambe i paesi non si possono invocare le solite ingerenze vaticane che limiterebbero l’uso di mezzi di controllo delle nascite.
L’uso della contraccezione non sembra far diminuire drasticamente, sempre e comunque il numero degli aborti, o quantomeno non argina il fenomeno. E laddove è stato usato l’aborto come metodo di pianificazione familiare, il successivo diffondersi della contraccezione ne diminuisce il numero, ma non di molto.
Nei paesi occidentali una volta vinta la battaglia per l’approvazione delle leggi di regolamentazione dell’aborto, i vari gruppi di pressione, il dibattito pubblico e la politica non si sono più occupati della questione, lasciando che, col tempo, l’aborto si trasformasse da “extrema ratio” nella vita di una donna, a un evento tutto sommato possibile, che si continua a definire drammatico ma che sempre meno viene preso in carico dalla collettività. Abortire viene considerata la soluzione di un problema personale di una donna, che spesso in nome della libera scelta viene lasciata sola davanti ad un’unica possibilità – quella di interrompere la gravidanza, appunto.
Negli ambienti pro-life da sempre si è sostenuto che l’introduzione delle leggi di regolamentazione dell’aborto, se non molto restrittive, avrebbero contribuito a creare una cultura favorevole alle interruzioni di gravidanza. Si è dimostrata falsa l’idea secondo la quale facendo venire alla luce un fenomeno tenuto in clandestinità, gli aborti sarebbero diminuiti perché controllati e regolamentati.
La questione non è meramente medica, non riguarda la quantità di mezzi contraccettivi a disposizione e la loro diffusione: è evidente che il problema è più profondo, e coinvolge un atteggiamento di fronte alle relazioni affettive, una consapevolezza delle proprie azioni, un’educazione alla responsabilità personale, la comprensione del valore e del significato della maternità. Argomenti che attraversano gli schieramenti pro-choice e pro-life, e che meriterebbero di essere affrontati al di là di quei pregiudizi ideologici che per decenni hanno bloccato qualsiasi riflessione pubblica comune sul tema.
di Assuntina Morresi
Il triste spettacolo di un governo in fuga da se stesso
Quando Prodi e il suo governo hanno preso il timone del paese sapevamo che non ci sarebbero piaciuti. Conoscevamo in anticipo il sapore della zuppa che ci avrebbero somministrato: tasse, prediche anti-evasione, una politica estera irenista e codina, un po’ di zapaterismo de’ noantri, sindacalismo a iosa e una buona dose di revanchismo anti-berlusconiano come condimento.
Quello che non potevamo aspettarci a un anno e mezzo dalle elezioni è invece il completo stato confusionale del governo e delle forze che lo sostengono, la sensazione di una compagine allo sbando, arresa al peggio e senza alcuna capacità di recupero.
Non c’è traccia, a solo un anno e mezzo da quella mezza vittoria, di quel minimio di affidabilità, di “saper fare”, di senso delle istituzioni, di cui i vincitori si vantavano ampiamente e che in genere si era disposti a concedergli.
A guardare il campo di battaglia parlamentare di questi giorni, dalla batosta in Commissione di Vigilanza, alle sconfitte a ripetizione nei voti al Senato sulla finanziaria, viene davvero da chiedersi chi ci sia alla guida. Che fine hanno fatto le intelligenze sopraffine di cui il centro-sinistra si considera esclusivista? Dov’è Massimo D’Alema; a che pensa Piero Fassino; cosa medita Giuliano Amato; come si sente Tommaso Padoa Schioppa; che cosa ha in testa Romano Prodi; a che gioco gioca Veltroni? E tutti gli altri cavalli di razza: Bersani, Letta, Rutelli, Parisi, Marini, che dicono, che fanno?
Non ce n’è uno che sembri avere un’idea, che azzardi un colpo di timone, una manovra per salvare il bastimento. Sono tutti già in lotta per accaparrarsi le scialuppe e trovarsi con le mani libere da colpe e responsabilità quando tutto andrà a fondo.

Gli italiani che hanno votato per l’Unione, magari in fuga dall’improvvisazione e dalla poca dimestichezza del centro-destra, oggi non credono ai loro occhi e i 5 anni di Berlusconi trasfigurano nella memoria come un culmine di buon governo. Ho amici di sinistra che sarebbero pronti a rivalutare anche la legge Gasparri, per non parlare di quelle Castelli, Moratti o Maroni.
Quello che più colpisce in questo disastro quasi più umano che politico è l’uomo nuovo, Walter Veltroni. Colui che doveva planare come un’ala salvatrice sulla tempesta e rischiarare la rotta. Invece è lì che cincischia, che non sceglie, sempre incerto tra la via più facile e quella più conveniente. Vuole e disvuole, dissimula: dice di non voler votare con questa legge elettorale ma intanto fa i conti per capire quanti uomini suoi può piazzare con le liste bloccate e quante regioni può recuperare con il premio regionale del Senato. Preferisce perdere senza colpe che tentare una vittoria mettendosi in gioco. La sua totale indecisione fa sì che oggi un autorevole quotidiano gli attribuisca un asse con Bertinotti per il governo istituzionale e un altro – altrettanto autorevole – lo descrive alleato di Prodi per il voto subito.
Intanto la maggioranza perde pezzi, va sotto un voto sì e uno no, sempre in attesa dello scivolone decisivo che travolga tutto. Il dopo-Prodi è già cominciato, e si galleggia in un limbo comatoso e malinconico. Tanto che la spallata dell’opposizione oggi è sembra attesa come il pietoso intervento di chi pone fine all’accanimento terapeutico.
Dicono che Berlusconi aspetti solo il momento giusto per calare il suo poker d’assi e assestare il colpo di grazia al governo. Quel momento sembra arrivato e gli stessi che ieri lo accusavano di bluffare oggi sperano che sia tutto vero.
di Giancarlo Loquenzi
Quello che non potevamo aspettarci a un anno e mezzo dalle elezioni è invece il completo stato confusionale del governo e delle forze che lo sostengono, la sensazione di una compagine allo sbando, arresa al peggio e senza alcuna capacità di recupero.
Non c’è traccia, a solo un anno e mezzo da quella mezza vittoria, di quel minimio di affidabilità, di “saper fare”, di senso delle istituzioni, di cui i vincitori si vantavano ampiamente e che in genere si era disposti a concedergli.
A guardare il campo di battaglia parlamentare di questi giorni, dalla batosta in Commissione di Vigilanza, alle sconfitte a ripetizione nei voti al Senato sulla finanziaria, viene davvero da chiedersi chi ci sia alla guida. Che fine hanno fatto le intelligenze sopraffine di cui il centro-sinistra si considera esclusivista? Dov’è Massimo D’Alema; a che pensa Piero Fassino; cosa medita Giuliano Amato; come si sente Tommaso Padoa Schioppa; che cosa ha in testa Romano Prodi; a che gioco gioca Veltroni? E tutti gli altri cavalli di razza: Bersani, Letta, Rutelli, Parisi, Marini, che dicono, che fanno?
Non ce n’è uno che sembri avere un’idea, che azzardi un colpo di timone, una manovra per salvare il bastimento. Sono tutti già in lotta per accaparrarsi le scialuppe e trovarsi con le mani libere da colpe e responsabilità quando tutto andrà a fondo.
Gli italiani che hanno votato per l’Unione, magari in fuga dall’improvvisazione e dalla poca dimestichezza del centro-destra, oggi non credono ai loro occhi e i 5 anni di Berlusconi trasfigurano nella memoria come un culmine di buon governo. Ho amici di sinistra che sarebbero pronti a rivalutare anche la legge Gasparri, per non parlare di quelle Castelli, Moratti o Maroni.
Quello che più colpisce in questo disastro quasi più umano che politico è l’uomo nuovo, Walter Veltroni. Colui che doveva planare come un’ala salvatrice sulla tempesta e rischiarare la rotta. Invece è lì che cincischia, che non sceglie, sempre incerto tra la via più facile e quella più conveniente. Vuole e disvuole, dissimula: dice di non voler votare con questa legge elettorale ma intanto fa i conti per capire quanti uomini suoi può piazzare con le liste bloccate e quante regioni può recuperare con il premio regionale del Senato. Preferisce perdere senza colpe che tentare una vittoria mettendosi in gioco. La sua totale indecisione fa sì che oggi un autorevole quotidiano gli attribuisca un asse con Bertinotti per il governo istituzionale e un altro – altrettanto autorevole – lo descrive alleato di Prodi per il voto subito.
Intanto la maggioranza perde pezzi, va sotto un voto sì e uno no, sempre in attesa dello scivolone decisivo che travolga tutto. Il dopo-Prodi è già cominciato, e si galleggia in un limbo comatoso e malinconico. Tanto che la spallata dell’opposizione oggi è sembra attesa come il pietoso intervento di chi pone fine all’accanimento terapeutico.
Dicono che Berlusconi aspetti solo il momento giusto per calare il suo poker d’assi e assestare il colpo di grazia al governo. Quel momento sembra arrivato e gli stessi che ieri lo accusavano di bluffare oggi sperano che sia tutto vero.
di Giancarlo Loquenzi
domenica 28 ottobre 2007
Si può aiutare la Birmania?
Dopo l'iniziale concitazione mondiale, l'attenzione dei media sulla Birmania si è progressivamente affievolita. Ma giornali e televisioni hanno un'attenuante: da quando la repressione è stata sedata, con i monaci nelle prigioni o nuovamente rinchiusi nei monasteri, ben poche notizie di rilievo sono filtrate dalla Birmania. E alle Nazioni Unite, dove si gioca la partita delle sanzioni, continua lo stallo totale: la Cina, come ha recentemente ribadito, è contraria a qualsiasi misura punitiva contro il regime militare di Than Shwe.
Il regime birmano, comunque, sa bene di dover concedere qualcosa: perlomeno in apparenza, come ha fatto con la leader dell'opposizione. I movimenti del governo continuano ad essere monitorati dall'Onu: stando alle ultime notizie, Gambari dovrebbe fare ritorno nel paese nella prima settimana di novembre. Dopo di lui, sbarcherà a Rangoon anche Sergio Pinheiro, relatore delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ma da quando ha lasciato la Birmania, dopo la sua prima visita, l'ex ministro degli Esteri nigeriano non è certo stato con le mani in mano: Gambari si trova tuttora in giro per i paesi asiatici, a caccia di sostegno per misure più efficaci contro la dittatura birmana.
Unici paesi a continuare imperterriti sulla via delle sanzioni sono Stati Uniti e Australia. Il presidente americano, George W. Bush, ha annunciato la scorsa settimana un ulteriore inasprimento delle misure, richiamando poi all'ordine Cina e Russia. Sul fronte australiano, invece, la Reserve Bank of Australia (RBA) ha deciso mercoledì di imporre sanzioni fiscali contro 418 generali militari e le loro famiglie: ogni movimento monetario dovrà ora essere approvato dalla banca stessa.
Infine, la repressione. Dopo giorni di relativa calma, in molti hanno segnalato ieri un deciso incremento delle forze di polizia per le strade: il timore è che, terminata la quaresima buddista, i monaci decidano di riprendere la protesta. Un giornalista della Reuters, al quale è stato impedito di scattare fotografie, ha parlato di assembramenti militari intorno alle pagode di Sule e Shwedagon, epicentro delle proteste di agosto e settembre. Rotoli di filo spinato sono già pronti per chiudere eventualmente le strade. Ma accuse ben più inquietanti sono recentemente piovute sulla giunta. Se "Human Rights Watch" richiama l'attenzione sulle condizioni disperate in cui si trovano le minoranze etniche birmane e gli attivisti denunciano imperterriti gli arresti indiscriminati, l'Onu ha invece lanciato ufficialmente l'allarme fame: cinque milioni di persone non hanno abbastanza cibo per sopravvivere.
E mentre il governo arruola finti monaci che si dimostrino benevolenti nei confronti del governo e dei suoi omaggi, il quotidiano inglese "Independent" ha citato una fonte diplomatica britannica sotto anonimato secondo la quale la Birmania è ormai "terra di prigionia", con raid notturni, processi sommari e veri e propri "campi di nuova vita", molto simili ai "centri di rieducazione" istituiti da Pol Pot in Cambogia. Secondo il funzionario britannico, altre proteste sulla scia di quelle di settembre sono improbabili anche se la popolazione "è determinata a dare prova della sua resistenza".
Gli ultimi numeri della repressione, forniti da Tate Naing della Assistance Association of Political Prisoners , parlano di oltre 4000 arresti da parte della giunta (tra monaci, attivisti e persone comuni) da quando la repressione ha preso il via; almeno 700 persone sarebbero ancora dietro le sbarre. Secondo il governo birmano, invece, la maggior parte degli arrestati sarebbe già in libertà e solo 190 persone sarebbero ancora sotto custodia.
sabato 20 ottobre 2007
Islamizzazione silente
Due settimane fa Abdelmajid Zergout, è tornato a guidare le preghiere della comunità mussulmana di Varese. A maggio, dopo esser stato riconosciuto appartenere al gruppo radicale islamico combattente marocchino, Zergout era stato prosciolto dalla Prima Corte d'Assise di Milano per una serie di vizi formali. Sottoposto a provvedimento urgente d'espulsione, sulla base del decreto Pisanu, era rimasto in libertà grazie al ricorso presentato dal suo legale rappresentante avanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo. L'imam, accusato di associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale (come peraltro sottolineato dalla stessa sentenza delle Corte «mostra una chiara adesione alla ideologia islamica fondamentalista, raccoglie denaro per la causa comune, ed esalta la lotta all'infedele attraverso il jihad ») è, dunque, nuovamente libero di predicare odio e intolleranza sul suolo italiano, sfruttando la democrazia occidentale per far apologia di terrorismo.
Il ministro degli Interni, che pure avrebbe avuto la facoltà di espellere il terrorista (coinvolto a vario titolo nella strage di Madrid) ha mostrato, allora, un chiaro atteggiamento di negligenza e d'indifferenza, tendente quasi a sottrarre gravità alla questione fondamentalista-islamica. Insomma, il governo ha disatteso alla principale responsabilità che imporrebbe «di predisporre un piano capace di contrastare razionalmente la strisciante avanzata integralista sui diversi fronti di battaglia», condannando i cittadini alla paura.
Il forte relativismo culturale delle sinistre ha, ormai, prodotto l'abbattimento dei limes fisico-culturali contribuendo ad agevolare un graduale ed inesorabile sgombero di ideali, innestato in virtù di un progetto disomogeneo di pluralismo ed integrazione, privando radicalmente gli stessi cittadini della capacità di far valere il più basilare diritto alla sicurezza, condannandoli, insomma, a subire il disegno integralista dell'Ummah globale. Dunque, l'inerzia della politica italiana sta favorendo, nei fatti, la dilagante offensiva islamista: l'esecutivo tende ancora a sottovalutare la forte componete anticristiana ed antioccidentale di cui si compone la propaganda fondamentalista, auspicando, all'inverso, un ingenuo tentativo di dialogo fra popoli e culture, impossibile sintesi tra valori europei ed il mondo arabo.
Il paradosso è più che evidente: ad agosto il Cesis aveva rilevato la formazione di una cintura ultrafondamentalista in tutto il Nord Italia «con la tendenza a realizzare un coordinamento nazionale e transnazionale». Un dato preoccupante che s'aggrava ancor più se messo in relazione alla straordinaria crescita del numero dei luoghi di culto islamici in Italia: dai 696 del dicembre 2006 ai 735 censiti lo scorso maggio 2007. Eppure, la reticenza delle istituzioni potrebbe, un giorno, mettere in pericolo le nostre stesse libertà fondamentali, condannandoci a divenire dissidenti o clandestini nel nostro stesso Paese.
articolo di Alexandra Javarone - 20 ottobre 2007. Ragionpolitica.it
Il ministro degli Interni, che pure avrebbe avuto la facoltà di espellere il terrorista (coinvolto a vario titolo nella strage di Madrid) ha mostrato, allora, un chiaro atteggiamento di negligenza e d'indifferenza, tendente quasi a sottrarre gravità alla questione fondamentalista-islamica. Insomma, il governo ha disatteso alla principale responsabilità che imporrebbe «di predisporre un piano capace di contrastare razionalmente la strisciante avanzata integralista sui diversi fronti di battaglia», condannando i cittadini alla paura.
Il forte relativismo culturale delle sinistre ha, ormai, prodotto l'abbattimento dei limes fisico-culturali contribuendo ad agevolare un graduale ed inesorabile sgombero di ideali, innestato in virtù di un progetto disomogeneo di pluralismo ed integrazione, privando radicalmente gli stessi cittadini della capacità di far valere il più basilare diritto alla sicurezza, condannandoli, insomma, a subire il disegno integralista dell'Ummah globale. Dunque, l'inerzia della politica italiana sta favorendo, nei fatti, la dilagante offensiva islamista: l'esecutivo tende ancora a sottovalutare la forte componete anticristiana ed antioccidentale di cui si compone la propaganda fondamentalista, auspicando, all'inverso, un ingenuo tentativo di dialogo fra popoli e culture, impossibile sintesi tra valori europei ed il mondo arabo.
Il paradosso è più che evidente: ad agosto il Cesis aveva rilevato la formazione di una cintura ultrafondamentalista in tutto il Nord Italia «con la tendenza a realizzare un coordinamento nazionale e transnazionale». Un dato preoccupante che s'aggrava ancor più se messo in relazione alla straordinaria crescita del numero dei luoghi di culto islamici in Italia: dai 696 del dicembre 2006 ai 735 censiti lo scorso maggio 2007. Eppure, la reticenza delle istituzioni potrebbe, un giorno, mettere in pericolo le nostre stesse libertà fondamentali, condannandoci a divenire dissidenti o clandestini nel nostro stesso Paese.
articolo di Alexandra Javarone - 20 ottobre 2007. Ragionpolitica.it
Birmania abbandonata !
L'inviato dell'Onu Gambari è partito per un giro turistico di sei nazioni (Thailandia, Malesia, Indonesia, Giappone, India e Cina) "per promuovere una soluzione pacifica della crisi". Le autorità birmane lo hanno invitato a tornare nel paese a metà novembre, lui spera di fare un po' prima. Con calma, mi raccomando. Sempre Gambari ha definito "extremely disturbing" le notizie che si erano diffuse circa l'arresto di alcuni dissidenti e ha chiesto alla Giunta di porre fine a queste azioni. Immediatamente. Ha chiesto anche il rilascio della leader del partito di opposizione, Aung San Suu Kyi. Aung San Suu Kyi è ancora agli arresti domiciliari e per quanto riguarda la repressione...
L'11 ottobre il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha adottato una dichiarazione in cui deplorava la repressione di fine settembre. La Giunta ha fatto sapere, tramite stampa, che la cosa non gli causa nessuna preoccupazione, visto che la situazione in Birmania non rappresenta una minaccia per la pace e la sicurezza regionale o internazionale e quindi l'Onu non ha ragione di avviare alcuna iniziativa contro di loro. I ministri degli Esteri dell'Unione Europea si sono riuniti il 15 ottobre, bontà loro, e hanno deciso di porre l'embargo sull'importazione di legname, pietre preziose e metalli preziosi dalla Birmania. Peccato che si siano scordati del gas e del petrolio. La Total ringrazia.
Noi, la società civile, ci siamo commossi davanti alla Tv, ci siamo indignati perché nessuno faceva niente, ci siamo addobbati con nastrini e magliette rosse per un giorno e poi siamo tornati a pensare ai fatti nostri. Si parla di Veltroni, della famiglia reale inglese, di moda, di Prodi, i reggicalze della Brambilla... Tutto come da copione.Intanto, dietro la cortina calata sulla protesta dei monaci e della popolazione birmana, le repressioni continuano, gli arresti continuano, le torture continuano, le deportazioni ai campi di lavoro continuano. Sicuramente almeno fino a metà novembre, quando tornerà Gambari e troverà un paese mite e pacificato.
Fate girare questa notizia o altre che parlino della Birmania. Non permettete ai nostri mezzi di comunicazione di farci vedere, stupire...e dimenticare. Continuate a diffondere.
visitate http://www.irrawaddy.org/
L'11 ottobre il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha adottato una dichiarazione in cui deplorava la repressione di fine settembre. La Giunta ha fatto sapere, tramite stampa, che la cosa non gli causa nessuna preoccupazione, visto che la situazione in Birmania non rappresenta una minaccia per la pace e la sicurezza regionale o internazionale e quindi l'Onu non ha ragione di avviare alcuna iniziativa contro di loro. I ministri degli Esteri dell'Unione Europea si sono riuniti il 15 ottobre, bontà loro, e hanno deciso di porre l'embargo sull'importazione di legname, pietre preziose e metalli preziosi dalla Birmania. Peccato che si siano scordati del gas e del petrolio. La Total ringrazia.
Noi, la società civile, ci siamo commossi davanti alla Tv, ci siamo indignati perché nessuno faceva niente, ci siamo addobbati con nastrini e magliette rosse per un giorno e poi siamo tornati a pensare ai fatti nostri. Si parla di Veltroni, della famiglia reale inglese, di moda, di Prodi, i reggicalze della Brambilla... Tutto come da copione.Intanto, dietro la cortina calata sulla protesta dei monaci e della popolazione birmana, le repressioni continuano, gli arresti continuano, le torture continuano, le deportazioni ai campi di lavoro continuano. Sicuramente almeno fino a metà novembre, quando tornerà Gambari e troverà un paese mite e pacificato.
Fate girare questa notizia o altre che parlino della Birmania. Non permettete ai nostri mezzi di comunicazione di farci vedere, stupire...e dimenticare. Continuate a diffondere.
visitate http://www.irrawaddy.org/
venerdì 19 ottobre 2007
Dimmi che cerchi su Google e ti dirò chi sei...
La parola “Viagra” risulta la più ricercata in assoluto in Italia...certo, siamo considerati i latin lovers per eccellenza? La classifica delle parole più ricercate dal 2004 ad oggi, rintracciabile sul sito “Google Trends”, afferma anche un'altra verità: la proibizione porta al peccato, come è vero che Adamo ed Eva, con a disposizione tutto quel ben di Dio (e proprio il caso di dirlo) furono fatalmente attirati dall'unica cosa che gli venne interdetta, una succosa mela rossa penzolante dall'albero della conoscenza.
Infatti, guarda caso, la parola “sesso” risulta essere la più cercata in Egitto, India e Turchia, paesi in cui l'amore carnale risulta essere ancora un tabù e chi lo pratica (fuori dal matrimonio), viene definito peccatore.
Ancora, vi sorprendereste di sapere che la parola “Hitler” viene digitata più spesso dai tedeschi e gli austriaci? No di certo. Anche se parliamo di “Jihad”, le aspettative vengono confermate in pieno: Indovinate dov'è che Google dichiara il maggior numero di contatti con questa parola...Marocco, Indonesia e Pakistan, tutti paesi a maggioranza musulmana.
Cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambia, come recita una delle poche formule semplici di matematica. Infatti, dov'è che si beve più birra in assoluto? Bravi: Inghilterra e Irlanda e quale può essere allora la parola chiave più gettonata a Dublino e Londra? “Hangover”, che significa reggere l'alcol, naturalmente.
Un altro esempio, gli utenti argentini di Google optano più spesso per la parola “Burrito”, cosa che a questo punto ci si poteva aspettare, no? comunque molto più rassicurante di “Nazismo” o “Jihad”. Vediamo che cosa cercano gli iracheni dai...salta fuori “United States”, strano, eh? Strano anche che “AIEA” (L'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica) sia la parola più ricercata in Iran. Ecco di seguito la classifica completa in ordine di apparizione nel motore di ricerca più famoso del mondo e rigorosamente in inglese.
“Jihad” - Morocco, Indonesia, Pakistan
“Terrorism” - Pakistan, Philippines, Australia
“Hangover” - Ireland, United Kingdom, United States
“Burrito” - United States, Argentina, Canada
“Iraq” - United States, Australia, Canada
“Taliban” - Pakistan, Australia, Canada
“Tom Cruise” - Canada, United States, Australia
“Britney Spears” - Mexico, Venezuela, Canada
“Homosexual” - Philippines, Chile, Venezuela
“Love” - Philippines, Australia, United States
“Botox” - Australia, United States, United Kingdom
“Viagra” - Italy, United Kingdom, Germany
“David Beckham” - Venezuela, United Kingdom, Mexico
“Kate Moss” - Ireland, United Kingdom, Sweden
“Dolly Buster” - Czech Republic, Austria, Slovakia
“Car bomb” - Australia, United States, Canada
“Marijuana” - Canada, United States, Australia
“IAEA” - Austria, Pakistan, Iran
lunedì 8 ottobre 2007
Immigrazione : PROBLEMA e RISOLUZIONE
Difficile parlare di extracomunitari senza essere attaccato dalle solite critiche giustificazioniste. Nessuno può negare che non se ne può più! Ci stanno invadendo e, parafrasando un vecchio slogan leghista sono diventati "padroni a casa nostra" grazie anche ai nostri governanti che se li coccolano e gli fanno pure le leggi a favore. Si parla in questi giorni di prostituzione minorile e non, maschile e femminile, clonazione di carte di credito, furti in appartamenti, di auto e motorini, violenze sessuali e tutti i crimini comuni. Nella capitale il 75,5 % dei crimini sono commessi da rumeni. Dichiara Adriana Spera, capogruppo al Comune di Roma del Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea: "Una 'integrazione ragionevole', che persegua sostanzialmente alcuni importanti obiettivi: l'integrita' ed i diritti della persona, l'integrazione, la pacifica convivenza, che portino ad una convivenza sociale nella quale nessun gruppo percepisca l'altro come una minaccia" . Basta con questi discorsi scontati e che non danno risposte concrete ad un paese che, ora come mai, il tema della sicurezza è diventato all’ordine del giorno. La gente non si fa più scrupoli ad ammettere che ha paura. La paura quando diventa insostenibile genera in ribellione, se non trova risoluzioni in violenza, in questo caso anche in razzismo. La storia ne fa carta. In Slovenia dilaga la rivolta razzista anti-rom. Scenari inquietanti per un Paese che nella prima metà del 2008 presiderà l'UE. Per sensibilizzare l'opinione pubblica su questo problema, in novembre scorso ha avuto luogo una marcia, che partendo da Lubiana, ha toccato anche Trieste e Monfalcone. Ad Ambrus c'è stato sabato scorso il primo caso di violenza, con in prima fila la testa insanguinata di un contestatario locale che assieme ad altre centinaia di compaesani bloccava le strade impedendo alla polizia l'accesso all'insediamento rom. Ogni ipotesi di insediamento dei rom, in qualsiasi parte del paese, persino a Lubiana, porta in strada le cosiddette "vaške straže" la cui simbologia politica rievoca direttamente il collaborazionismo filonazista nella seconda guerra mondiale.
Quando si sono aperte le frontiere dell’UE a Bulgaria e Romania nel 2007, gli stati già membri come Austria, Inghilterra e Germania, diligentemente hanno provveduto subito a respingere l’attacco, limitandone gli ingressi in base al fabbisogno del mercato.
Il nostro governo come al solito, dalla mafia agli extracomunitari, sembra in letargo ogni volta che si presenta un’emergenza. Ora è tardi per affrontare il problema ma, in un modo o nell’altro, va attenuato. Fa strano sentirlo ma siamo in una vera è propria emergenza sicurezza. Delle soluzioni concrete e drastiche possono essere oggetto di vittorie elettorali. Per non essere retorico come le persone che fino ad ora ho criticato vorrei proporre delle soluzioni, sicuramente discutibili:
- Anche se membri dell’UE, ogni cittadino straniero che ha commesso almeno due crimini comuni o un crimine grave, all’interno del territorio italiano verrà espulso;
- Con appositi accordi, gli stati stranieri devono assicurare il controllo delle frontiere e se corrotti , una clausola permetterà il controllo delle frontiere da personale militare italiano ;
- I centri di accoglienza devono essere sorvegliati da personale militare per evitare fughe ;
- Lo stato italiano deve fare campagne pubblicitarie, o meglio, campagne preventive negli stati con maggior affluenza immigrati, mostrando che l’arrivo al nostro paese costa la vita, che le donne le fanno prostituire e non lavorare…
Queste proposte sono buttate così sul tavolino, senza vedere i limiti legali e senza essere stati discussi. Occorrerebbe organizzare un tavolo sulla sicurezza x confrontarci almeno noi Cdl e cercare di trovare una soluzione o almeno un paliativo al problema. Una volta trovate le soluzioni bisogna ottenere il consenso di qualche partito della maggioranza per approvarlo, dato che, se si lascia far a loro, tra comunisti e radicali… si dovrà fare una nuova legge sull’indulto perché oramai i carceri saranno pieni.
Nicola Santoro
( Sanmolis )
domenica 7 ottobre 2007
Le imprese italiane e i loro affari in Birmania
Con la giunta militare birmana si fanno ottimi affari. Il business nostrano col governo che da due settimane sta usando il pugno di ferro per reprimere le manifestazioni pro-democrazia iniziate dai monaci buddisti ammonta quest’anno a quasi 121 milioni di euro. Lunghissimo l’elenco delle imprese italiane grandi e piccole coinvolte nel giro e che quest’anno hanno importato dalla Birmania soprattutto legname, abbigliamento e pietre preziose per un totale di 59.592.916 euro. Tra i nomi eccellenti figurano fiori all’occhiello del made in Italy di lusso come Bulgari, che quest’anno ha importato preziosi per circa 386mila euro.Mentre la diplomazia internazionale protesta per la repressione in Birmania, l’Italia continua a chiudere affari d’oro con la giunta di Than Shwe. Cifre da capogiro che nel 2006, tra import-export, hanno raggiunto gli oltre 120 milioni di euro coinvolgendo circa 360 aziende italiane. Si parte dall’Oviesse, del noto gruppo Coin, che – nonostante un codice di condotta conforme alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e alle convenzioni sui diritti dei lavoratori dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro - è legata al regime birmano da un fatturato di oltre 2,5 milioni di euro.
Le imprese italiane non possono macchiarsi le mani di sangue mantenendo relazioni con l'odierna giunta militare che ha sotto il suo tallone un intero popolo, vessato, torturato e ucciso. Se non intervegono le imprese contro il governo birmano figuriamoci se lo farà il governo italiano incapace di imporsi nemmeno in politica interna. Certo, ognuno ha i propri interessi, ma portiamo avanti la nostra tradizione umanitaria.
Sanmolis
sabato 6 ottobre 2007
Esistono due Portale delle Libertà : il nostro è il primo
Cari lettori del Portale delle Libertà,
vorrei rendervi nota una situazione,difficile da spiegare, che non è certo piacevole per il nostro blog. Il progetto di creare un blog in cui si parlasse di politica, di informazione, di denunce, amicizia e così via nacque nel 2006 grazie a Nicola Santoro (detto: Sanmolis ) che riuscì a mobilitare un gruppo di amici con la stessa passione. Il blog ha garantito sempre la pluralità di informazione e infatti venne chiamato: Portale delle Liberta.
Tutto un tratto è stato creato un "nuovo portale delle libertà" che non è il nostro ma che senz'altro è più competitivo di noi. Ora vi spiego cos'è il "Nuono Portale delle Libertà".IL Nuono Portale delle Libertà raccoglierà proposte e osservazioni da parte di tutti coloro che vorranno contribuire al nuovo programma di governo del centrodestra. Il Portale delle Libertà, raccoglie oltre cento siti selezionati di cultura, politica, economia ed informazione giornalistica italiani ed internazionali. Uno strumento agile e dinamico per mettere in Rete tutti i think tank dell'area di centrodestra: dalle fondazioni agli istituti di ricerca, dalle associazioni ai partiti, dai giornali e dalle riviste ai blog del popolo delle libertà.
La cosa che ci rammarica è che :
Il nome "Portale delle Libertà" era stato creato già nel 2006. Nel 2007 ne è stato creato un'altro con il nome "Portale della libertà". Nel nostro sito si è notata un'impennata di accessi, le statistiche degli utenti in linea impazzivano e la cosa divenne sospetta. Infondo non siamo così bravi da interessare un unumero elevato di persone. Dopo delle ricerche si scoprì che la gente andava su Google e scriveva il "Portale delle libertà" pensando di andare a visitare il "Portale della libertà" (state attenti, la differenza sta nella A). A questo punto, da ragazzi corretti, mandammo una mail al "Portale della libertà" segnalando il disguido e promettendo di aver inserito un link reinviando gli utenti nel "Portale della libertà" e che magari ci potevano inserire tra i loro link...
Da bravi ragazzi cosa abbiamo ottenuto?
Che hanno registrato anche il "Portale delle libertà" (con la E invece che con la A), non ci hanno inserito tra i loro link e non ci hanno risposto. Non è finita qui!! Non mi piace fare accuse che potrebbero essere infondate ma... secondo voi è un caso che fino a settembre se scrivevi su Google "Portale delle libertà" appariva il nostro sito per primo mentre ora esce alla quarta pagina tra i risultati non idonei? Il "New Portale delle libertà" appare per primo... se questa è libertà, se questo è il popolo di destra... Complimenti! Il nostro "Portale delle libertà" vi ringrazia e vi fà gli auguri di buon lavoro! Noi abbiamo ben recepito il concetto di Libertà e di denuncia e ,in base a ciò, continueremo a comportarci coerentemente. In assoluta libertà!
Un saluto da la redazione
del "Portale delle Libertà"
http://sanmolis.blogspot.com/
vorrei rendervi nota una situazione,difficile da spiegare, che non è certo piacevole per il nostro blog. Il progetto di creare un blog in cui si parlasse di politica, di informazione, di denunce, amicizia e così via nacque nel 2006 grazie a Nicola Santoro (detto: Sanmolis ) che riuscì a mobilitare un gruppo di amici con la stessa passione. Il blog ha garantito sempre la pluralità di informazione e infatti venne chiamato: Portale delle Liberta.
Tutto un tratto è stato creato un "nuovo portale delle libertà" che non è il nostro ma che senz'altro è più competitivo di noi. Ora vi spiego cos'è il "Nuono Portale delle Libertà".IL Nuono Portale delle Libertà raccoglierà proposte e osservazioni da parte di tutti coloro che vorranno contribuire al nuovo programma di governo del centrodestra. Il Portale delle Libertà, raccoglie oltre cento siti selezionati di cultura, politica, economia ed informazione giornalistica italiani ed internazionali. Uno strumento agile e dinamico per mettere in Rete tutti i think tank dell'area di centrodestra: dalle fondazioni agli istituti di ricerca, dalle associazioni ai partiti, dai giornali e dalle riviste ai blog del popolo delle libertà.
La cosa che ci rammarica è che :
Il nome "Portale delle Libertà" era stato creato già nel 2006. Nel 2007 ne è stato creato un'altro con il nome "Portale della libertà". Nel nostro sito si è notata un'impennata di accessi, le statistiche degli utenti in linea impazzivano e la cosa divenne sospetta. Infondo non siamo così bravi da interessare un unumero elevato di persone. Dopo delle ricerche si scoprì che la gente andava su Google e scriveva il "Portale delle libertà" pensando di andare a visitare il "Portale della libertà" (state attenti, la differenza sta nella A). A questo punto, da ragazzi corretti, mandammo una mail al "Portale della libertà" segnalando il disguido e promettendo di aver inserito un link reinviando gli utenti nel "Portale della libertà" e che magari ci potevano inserire tra i loro link...
Da bravi ragazzi cosa abbiamo ottenuto?
Che hanno registrato anche il "Portale delle libertà" (con la E invece che con la A), non ci hanno inserito tra i loro link e non ci hanno risposto. Non è finita qui!! Non mi piace fare accuse che potrebbero essere infondate ma... secondo voi è un caso che fino a settembre se scrivevi su Google "Portale delle libertà" appariva il nostro sito per primo mentre ora esce alla quarta pagina tra i risultati non idonei? Il "New Portale delle libertà" appare per primo... se questa è libertà, se questo è il popolo di destra... Complimenti! Il nostro "Portale delle libertà" vi ringrazia e vi fà gli auguri di buon lavoro! Noi abbiamo ben recepito il concetto di Libertà e di denuncia e ,in base a ciò, continueremo a comportarci coerentemente. In assoluta libertà!
Un saluto da la redazione
del "Portale delle Libertà"
http://sanmolis.blogspot.com/
giovedì 27 settembre 2007
Intercettazioni, la Giunta salva D'Alema e molla Fassino
Massimo D'Alema si salva. Gli atti su Unipol che lo riguardano, cioè le telefonate in cui diceva a Consorte "facci sognare", dovranno andare all'europarlamento perché le intercettazioni possano essere utilizzate.
Piero Fassino e l'azzurro Salvatore Cicu invece dovranno farsene una ragione: i loro colloqui con Consorte e gli altri indagati della scalata alla Bnl potranno essere utilizzati anche come prova per successive incriminazioni per concorso in aggiotaggio e insieder trading. Oggi pomeriggio alle 17, dopo mesi di interminabili discussioni, la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati è finalmente arrivata a una prima decisione: per il ministro degli Esteri si sono dichiarati incompetenti, per Fassino e Cicu, no. Alla fine il giochetto di rimandare tutto l'incartamento alla Forleo, che sembrava la logica conclusione del tutto solo la settimana scorsa, non è passato perché in giunta si è messo di traverso il commissario Federico Palomba dell'Italia dei valori, minacciando sfracelli per conto di Di Pietro. Così alla fine il coniglio dal cilindro tirato fuori da qualche anonimo e solerte funzionario della giunta lo scorso mercoledì non ha avuto l'effetto di trascinamento previsto. E se D'Alema può tirare un ampio respiro di sollievo, Fassino e Cicu già dai prossimi giorni potrebbero dovere avere a che fare con carta bollata, avvocati e avvisi di garanzia.
L'organismo di Montecitorio si era già riunito alle 9 di mattina per un'ora, poi, dopo una sosta è tornato in conclave alle 14,15. Nella seduta di questa mattina era intervenuto Elias Vacca, relatore per la posizione del ministro degli Esteri. Praticamente alle 14 però era già tutto deciso, ma in giunta sono saltati fuori i garantisti di entrambi gli schieramenti e c'è stato un braccio di ferro tra chi voleva ridare alla Forleo tutto o solo il fascicolo di D'Alema. Alla fine per ragioni di immagine, o di casta, ha prevalso questa seconda linea e adesso già oggi la Camera potrebbe decidere se avallare o meno questa scelta.
Un particolare curioso che però rivela come ormai il mondo dell' "informazione fai da te" superi in tempismo quello del giornalismo: due giorni fa su un blog della piattaforma "fainotizia" di radioradicale.it era apparso il post di uno che si fa chiamare "lineagotica" che anticipava il cambio di strategia della giunta e che diceva di averlo saputo a un festival dell' Unità a San Piero in Bagno.
Più precisamente dall'onorevole dell'Ulivo Sandro Brandolini che avrebbe anticipato al blogger le intenzioni della giunta di concedere le autorizzazioni per le telefonate in cui è coinvolto Fassino ma di avere dovuto lottare non poco per vincere le sue ovvie resistenze. Secondo l'estensore del post intitolato "Forse autorizzano l'intercettazione relativa a D'Alema! indiscrezione ricevuta da un Deputato dell'Ulivo" (in realtà hanno autorizzato quella per Fassino, ndr), il deputato in questione gli avrebbe parlato di guerre intestine al partito nel caso Unipol e di strenua resistenza del segretario dei Ds alla tendenza oramai attuata di sacrificare lui per salvare Fassino si è dovuto rassegnare. E domani sarà l'aula a decidere della sua futura carriera politica. Come se non bastasse l'incognita del Pd.
Ora i politici strepitano: che vergogna la pubblicazione delle telefonate! Il problema sono le intercettazioni, non quello che i politici nelle intercettazioni dicono. Ora proveranno a fare una legge per blindarsi dentro il Residence della Politica
Al Qaeda si finanzia nelle moschee durante il Ramadan
Riferiscono alcune fonti che ogni anno, in Algeria, si raccolgono durante il Ramadan circa un miliardo di dollari, buona parte dei quali dovrebbero finire in un conto corrente bancario del ministero per gli Affari religiosi per essere convertiti in opere destinate ai più poveri.
Secondo quanto riporta il giornale arabo 'al-Quds al-Arabi', i diplomatici americani sono molto preoccupati per il fatto che il danaro versato dai fedeli - in ottemperanza al terzo pilastro dell'Islam, che prevede la sua redistribuzione ai più poveri della comunità - possa invece finire sui monti dove si nascondono i terroristi. Per questo una delegazione del governo americano ha incontrato nei giorni scorsi il ministro algerino per gli Affari religiosi, Bouabdullah Ghulamallah, al quale ha espresso le proprie preoccupazioni. Il ministro, però, sembra che abbia risposto stizzito alle domande degli americani, sottolineando come la responsabilità dell'uso di questi soldi non sia del ministero bensì degli stessi donatori. Un funzionario del ministero ha inoltre aggiunto che Ghulamallah avrebbe anche respinto la richiesta degli americani di affiancare ai loro dirigenti una squadra di tecnici per la gestione dei fondi.
Il mese di Ramadan, sacro per tutti i musulmani, è diventato un problema per gli apparati di sicurezza della maggior parte dei paesi arabi. Nel corso del mese di digiuno si svolgono numerose attività, come gli incontri comunitari nelle moschee e la raccolta della Zakat, che servono ai gruppi terroristici per reclutare nuovi seguaci e rifornirsi di danaro. In particolare, il problema si pone in Algeria, dove è certo che parte dei soldi della Zakat versati dai musulmani vengono usati per finanziare al-Qaeda nel Maghreb islamico. A dirlo chiaramente sono stati il Dipartimento di Stato americano e l'ambasciata statunitense ad Algeri.
In generale, comunque, l'avanzata del terrorismo in tutti paesi arabi sta costringendo le autorità locali a prendere nuovi provvedimenti per evitare che il Radaman ed i suoi riti diventino occasione per il finanziamento e la propaganda delle cellule di al-Qaeda.
Il delegato del ministero per gli Affari islamici, Abdelaziz al-Seideri, ha lanciato un appello a tutti i fedeli e agli Imam attraverso l'agenzia di stampa saudita, affinché il denaro raccolto per il Ramadan venga dato solo agli enti caritatevoli autorizzati dal governo.
martedì 25 settembre 2007
"L’Europa fermi il sistema coop"
Intervista esclusiva a Bernardo Caprotti che presenta il suo dossier-denuncia sull'intreccio di potere fra Legacoop e politica.
Milano, 22 settembre 2007 - La concorrenza, per Bernardo Caprotti è un valore irrinunciabile. In particolare nella grande distribuzione, anello di congiunzione fra i consumatori e il mondo della produzione. E’ proprio sul concetto di concorrenza che il patron di Esselunga ha introdotto cinquant’anni fa, insieme a Nelson Rockefeller, i supermercati in Italia, abbattendo i prezzi degli alimentari anche del 20 o del 30% ovunque comparisse la sua grande esse. «Ma ci sono alcune zone d'Italia — accusa Caprotti in questa intervista esclusiva, la prima concessa a un quotidiano, la terza in tutta la sua vita — dov’è difficilissimo esercitare la concorrenza, semplicemente perché non ti permettono di entrare. In questi territori i prezzi sono molto più elevati che altrove, grazie a un monopolio esclusivo e inespugnabile».
Sono le zone a dominanza Coop. Nel suo libro «Falce e carrello», l’imprenditore brianzolo, 82 anni, denuncia le gravi distorsioni esistenti in Italia a favore delle cooperative, di cui è stato vittima e testimone nei passati decenni. Distorsioni talmente vistose da portare la Commissione Europea a promuovere accertamenti ufficiali e a chiedrgli una sua testimonianza.
Che cosa le ha detto Neelie Kroes, la commissaria europea alla Concorrenza?
«Era molto interessata. Con oltre 50 miliardi di euro di fatturato, il 3% del Pil, il gruppo Legacoop è la terza impresa italiana, dopo Eni e Fiat. Domina un quarte del mercato della grande distribuzione. Dà lavoro a oltre 400mila persone. E’ presente in Borsa con alcune società, fra cui Unipol. Insomma, non sono certo dei poveracci. Eppure godono di vantaggi fiscali inauditi: basti pensare che l’imposta sugli utili societari (Ires), incide sull’utile lordo delle Coop solo per il 17%, contro un’incidenza del 43% sull'utile lordo di una società non cooperativa come l’Esselunga. Una differenza di 26 punti percentuali. E’ proprio questo divario ingiustificato che ha fatto rizzare le orecchie alla Commissione Europea».
Lei crede che ci sarà una procedura d'infrazione?
«Mi sembra plausibile. La Commissione ha già inviato a Palazzo Chigi una lettera dove si chiede conto del regime agevolato di cui godono le nove maggiori cooperative. La contestazione principale riguarda proprio il fatto che, a differenza di altre imprese, le Coop non pagano le tasse su buona parte degli utili. A Bruxelles sospettano che anche la nuova normativa configuri un aiuto di Stato, vietato dai trattati europei. La richiesta non rappresenta ancora l’apertura di un’inchiesta formale, ma è il passo preliminare per permettere alla signora Kroes di decidere se farla partire».
Da dove deriva questo trattamento di favore per le Coop?
«Gli intrecci fra gli affari e la politica cui ho assistito in tutti questi anni sono talmente estesi, che non potrebbe essere altrimenti. Giuliano Poletti, presidente di Legacoop, è stato segretario del Pci a Imola. Turiddo Campaini, presidente di Unicoop Firenze, era consigliere comunale dei Ds a Empoli. Pierluigi Stefanini, oggi presidente di Unipol, è stato segretario del Pci bolognese, presidente di Legacoop a Bologna, oltre che membro del comitato scientifico di Nomisma, il centro di studi economici fondato a Bologna nell’81 da Romano Prodi. Ma questi sono solo pochi esempi. Se ne potrebbero fare a decine. Decine di personaggi che si sono messi regolarmente di traverso, sostenuti dagli enti locali, tutte le volte che ho cercato di aprire dei supermercati nelle ‘loro’ zone. Con grande efficacia».
In pratica, un sistema impenetrabile. Ma allora, perché non ha mollato?
«Sono molto testardo. Hanno tentato in tutti i modi di farmi vendere, ma non ci sono riusciti. Aldo Soldi, presidente dell’Associazione nazionale cooperative consumatori (Ancc-Coop), si è fatto interprete più volte di questa aspirazione. Non per profitto, per carità! Solo per difendere il sistema produttivo italiano, specie quello agroalimentare, dal pericolo di una vendita di Esselunga a un acquirente straniero: un supermercato straniero, sosteneva Soldi, tenderà a vendere prodotti stranieri. Assunto completamente smentito dai fatti. Basta fare un sondaggio, per scoprire che i prodotti alimentari stranieri hanno la stessa incidenza sugli scaffali di tutta la grande distribuzione italiana, da Carrefour a GS, da Auchan a Esselunga. Stranieri o italiani non fa differenza. Soldi è arrivato a dire che le Coop si sentivano in ‘diritto-dovere’ di comprare Esselunga, per difendere le piccole imprese alimentari italiane! Ma questa campagna in piena regola è stata talmente insistente che alla fine hanno ottenuto l’effetto contrario».
Quando?
«Credo che il colpo definitivo l’abbia dato proprio Romano Prodi, nel febbraio 2006. Di fronte all’incalzare delle Coop e all’età che avanza qualche interrogativo me l’ero posto, nell’estate del 2005. Ma Prodi, durante una puntata di Porta a porta è andato oltre i limiti, enunciando in campagna elettorale l’obbligo per il governo di ‘mettere insieme’ Coop ed Esselunga. In qualche modo: quale, non si sa. Ha detto proprio così. ‘Abbiamo le Coop, c’è ancora l'Esselunga’. E ha continuato: il governo ‘le può mettere assieme, può aiutarle a fare una politica perché stiano assieme’. Non credevo alle mie orecchie. Grazie a Prodi, sono ancora qui. E ho tutta l’intenzione di restarci».
Allora non è vero che vuole vendere a Tesco?
«Non ci penso nemmeno. Potrei vendere soltanto a un acquirente coerente con la filosofia dell’Esselunga. E Tesco non sarebbe coerente, ha un approccio completamente diverso, quasi da discount».
C’è qualcuno a cui venderebbe volentieri?
«I supermercati americani Wegmans mi piacciono molto e anche gli inglesi di Waitrose, ma non ho mai avuto contatti con loro. Vendere non è obbligatorio».
Ma se ne parla. Lei ha una certa età e suo figlio Giuseppe è uscito dall’azienda nel 2004, dopo un tentativo fallito. Le figlie Violetta e Marina, a loro volta, non sembrano interessate. E quindi?
«C’è l’ipotesi della quotazione, seriamente considerata ma mai studiata a fondo. Potrebbe essere un’opzione, per avere la liquidità necessaria ad espanderci e una platea di soci. Forse saremmo più forti, anche politicamente. Sarebbe ora...»
Afghanistan: gli italiani fanno la guerra e il Prc minaccia il governo
di Carlo Panella
Gennaro Migliore ha chiarito in Parlamento –sia pure con tatto- il senso di quanto è accaduto realmente in Afghanistan, là dove i nostri due militari erano stati palesemente impegnati in azione di vera e propria guerra –probabilmente per impedire rifornimenti di armi iraniane ai Talebani- e non in azione “di copertura” e tantomeno umanitaria.Lo strano, stranissimo rifiuto di Arturo Parisi di comunicarne i nomi al Parlamento conferma questo quadro. Non si tratta di agenti del Sismi, ma di membri dell’esercito ormai fuori dal teatro operativo. Non dichiararne le generalità ha un significato solo: la loro azione non era verbalizzata nei ruolini. Il segreto di Stato copre l’azione, dunque ed è invocato –questo è gravissimo- solo e unicamente perché l’attuale maggioranza di governo non può tollerare di sapere quel che autorevoli testimoni sanno e dicono riservatamente: in Afghanistan nostri uomini compiono azioni di commando, combattono in pieno la guerra, e questa è la ragione per cui gli alleati sopportano le bizze verbali del nostro governo “pacifista”. Migliore è stato dunque inequivocabile: “"Non condivido l'idea che vi possano essere dei “caveat” diversi per il nostro esercito. Perché se si modificasse la regola d'ingaggio per i nostri militari e si associassero alle operazioni belliche, i rischi a cui andrebbero incontro gli italiani sarebbero ancora maggiori”. Con ottime doti da equilibrista, dunque, il capogruppo di Prc ha avvisato il governo che sa tutto e che oggi tace, ma solo perché l’azione è tutto sommato finita bene, ma che non tollererà altri episodi simili.
Ma il punto politico della giornata è ancora più grave. Mentre infatti il comando Isaf preparava l’azione di liberazione armata degli ostaggi –preparazione ovviamente iniziata almeno domenica mattina- il nostro ministro degli Esteri annunciava domenica sera, urbi et orbi, di avere chiesto formalmente e direttamente, la mediazione di Manoucher Mottaki, ministro degli esteri dell’Iran.
D’Alema scrive sempre lo stesso libro e impiega lo stesso schema. Per Mastrogiacomo si appoggiò –sciaguratamente- su un aperto estimatore dei Talebani rapitori e un avversario politico aperto dell’azione Isaf. Per i due soldati prigionieri, si è rivolto al padrino dichiarato dei Talebani rapitori, al rappresentante del paese che fornisce loro le armi, proprio in quella zona, come rivelò il Washington Post il 6 settembre e hanno confermato le agenzie dello stesso 22 settembre. Giorno in cui sono stati intercettate armi iraniane –la coincidenza con la azione in cui sono stati catturati gli italiani non è, ovviamente, casuale- fornite proprio ai Talebani della provincia di Farah, tra queste, mine antiuomo iraniane usate proprio oggi nell’attentato mortale contro i militari spagnoli.
Rivolgersi pubblicamente –non riservatamente, questo è il punto- a Mottaki, significa essere pronti a pagare il prezzo politico che il padrino dei Talebani avrebbe potuto esigere una volta ottenuto il risultato. Così è andata con Gino strada. Così D’Alema ha scelto che andasse anche in questo caso, pronto a pagare un prezzo politico e quindi, come ha già fatto più volte assieme a Romano Prodi, a incrinare la solidarietà europea e atlantica nell’azione contro l’Iran e i suoi programmi nucleari.
Ma mentre D’Alema tesseva la sua tela –al solito- è stato spiazzato da un comando Isaf che ormai ben conosce il trasformismo cinico del governo Prodi (pubblicamente criticato per la gestione del caso Mastrogiacomo) e che ha subito dato un taglio netto a tutte le disponibilità italiane, chiaramente espresse, di pagare riscatti di ogni tipo. Il tutto, mentre cresceva l’irritazione di Arturo Parisi nei confronti di D’Alema –il nostro ministro della Difesa è nettamente schierato, solidarmente con l’Isaf- che ha voluto farla trapelare –al solito- attraverso il Corriere della Sera (come già fece criticando apertamente la gestione del caso Mastrogiacomo).
Paradossalmente, per la prima volta, è stato applicato l’articolo 11 della Costituzione che, al ripudio la guerra –ma non in generale, come si dice, ma solo limitatamente a quella d’aggressione- subito dopo affianca una frase decisiva, che ne ribalta il senso, in situazioni quali l’Afghanistan e l’Iraq, aggiungendo che la Repubblica italiana “consente alle limitazioni di sovranità (..) necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.”
Dunque, il governo italiano ha compiuto una scelta limpida e coraggiosa, ma solo perché non ha deciso da solo, solo perché ha ceduto sovranità all’Isaf. Solo perché ha dato il suo assenso –dovuto- ad una decisione del comando militare americano.
Gennaro Migliore ha chiarito in Parlamento –sia pure con tatto- il senso di quanto è accaduto realmente in Afghanistan, là dove i nostri due militari erano stati palesemente impegnati in azione di vera e propria guerra –probabilmente per impedire rifornimenti di armi iraniane ai Talebani- e non in azione “di copertura” e tantomeno umanitaria.Lo strano, stranissimo rifiuto di Arturo Parisi di comunicarne i nomi al Parlamento conferma questo quadro. Non si tratta di agenti del Sismi, ma di membri dell’esercito ormai fuori dal teatro operativo. Non dichiararne le generalità ha un significato solo: la loro azione non era verbalizzata nei ruolini. Il segreto di Stato copre l’azione, dunque ed è invocato –questo è gravissimo- solo e unicamente perché l’attuale maggioranza di governo non può tollerare di sapere quel che autorevoli testimoni sanno e dicono riservatamente: in Afghanistan nostri uomini compiono azioni di commando, combattono in pieno la guerra, e questa è la ragione per cui gli alleati sopportano le bizze verbali del nostro governo “pacifista”. Migliore è stato dunque inequivocabile: “"Non condivido l'idea che vi possano essere dei “caveat” diversi per il nostro esercito. Perché se si modificasse la regola d'ingaggio per i nostri militari e si associassero alle operazioni belliche, i rischi a cui andrebbero incontro gli italiani sarebbero ancora maggiori”. Con ottime doti da equilibrista, dunque, il capogruppo di Prc ha avvisato il governo che sa tutto e che oggi tace, ma solo perché l’azione è tutto sommato finita bene, ma che non tollererà altri episodi simili.
Ma il punto politico della giornata è ancora più grave. Mentre infatti il comando Isaf preparava l’azione di liberazione armata degli ostaggi –preparazione ovviamente iniziata almeno domenica mattina- il nostro ministro degli Esteri annunciava domenica sera, urbi et orbi, di avere chiesto formalmente e direttamente, la mediazione di Manoucher Mottaki, ministro degli esteri dell’Iran.
D’Alema scrive sempre lo stesso libro e impiega lo stesso schema. Per Mastrogiacomo si appoggiò –sciaguratamente- su un aperto estimatore dei Talebani rapitori e un avversario politico aperto dell’azione Isaf. Per i due soldati prigionieri, si è rivolto al padrino dichiarato dei Talebani rapitori, al rappresentante del paese che fornisce loro le armi, proprio in quella zona, come rivelò il Washington Post il 6 settembre e hanno confermato le agenzie dello stesso 22 settembre. Giorno in cui sono stati intercettate armi iraniane –la coincidenza con la azione in cui sono stati catturati gli italiani non è, ovviamente, casuale- fornite proprio ai Talebani della provincia di Farah, tra queste, mine antiuomo iraniane usate proprio oggi nell’attentato mortale contro i militari spagnoli.
Rivolgersi pubblicamente –non riservatamente, questo è il punto- a Mottaki, significa essere pronti a pagare il prezzo politico che il padrino dei Talebani avrebbe potuto esigere una volta ottenuto il risultato. Così è andata con Gino strada. Così D’Alema ha scelto che andasse anche in questo caso, pronto a pagare un prezzo politico e quindi, come ha già fatto più volte assieme a Romano Prodi, a incrinare la solidarietà europea e atlantica nell’azione contro l’Iran e i suoi programmi nucleari.
Ma mentre D’Alema tesseva la sua tela –al solito- è stato spiazzato da un comando Isaf che ormai ben conosce il trasformismo cinico del governo Prodi (pubblicamente criticato per la gestione del caso Mastrogiacomo) e che ha subito dato un taglio netto a tutte le disponibilità italiane, chiaramente espresse, di pagare riscatti di ogni tipo. Il tutto, mentre cresceva l’irritazione di Arturo Parisi nei confronti di D’Alema –il nostro ministro della Difesa è nettamente schierato, solidarmente con l’Isaf- che ha voluto farla trapelare –al solito- attraverso il Corriere della Sera (come già fece criticando apertamente la gestione del caso Mastrogiacomo).
Paradossalmente, per la prima volta, è stato applicato l’articolo 11 della Costituzione che, al ripudio la guerra –ma non in generale, come si dice, ma solo limitatamente a quella d’aggressione- subito dopo affianca una frase decisiva, che ne ribalta il senso, in situazioni quali l’Afghanistan e l’Iraq, aggiungendo che la Repubblica italiana “consente alle limitazioni di sovranità (..) necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.”
Dunque, il governo italiano ha compiuto una scelta limpida e coraggiosa, ma solo perché non ha deciso da solo, solo perché ha ceduto sovranità all’Isaf. Solo perché ha dato il suo assenso –dovuto- ad una decisione del comando militare americano.
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